Bagni pubblici

L’11 ottobre è stata una splendida giornata autunnale, sono uscita di casa nel pomeriggio per fare la spesa ma sarei rimasta a godermi quel tempo limpido, luminoso, fresco, perfetto. Sono autunnale io, tiepida e decadente; la primavera è un dono troppo potente che mi precipita nella meraviglia che stordisce … l’autunno lo abiterei tutto l’anno invece.

Chiusa in casa per lavoro fin troppo tempo, mi sono lamentata che potessi godermi una boccata di quell’aria fresca solo di passaggio, per andarmi poi a chiudere – di necessità – in un supermercato. Mi sono presa dieci minuti di aria, ribellandomi alle impellenze domestiche, sentendomi una galeotta in fuga. Non ho fatto nulla se non stare all’aria aperta, ed è stato bellissimo.shutterstock_1201228789

Poi sono dovuta andare al supermercato, dove un’impellenza altrettanto necessaria ha dirottato il mio percorso: prima tappa, la toilette. Con mia triste sorpresa, la saletta corridoio che porta ai bagni del centro commerciale era piena di ragazzi, che semplicemente stavano lì fermi a intrattenersi a vicenda tra cellulari, fumo e risatine. Mentre lasciavo da un parte il mio carrello, li ho squadrati: il più grande avrà avuto 14 anni.

Sappiamo tutti com’è un bagno pubblico, l’odore sgradevole, le luci fredde e quella sensazione di sporco che ti resta addosso. Per tutto il tempo in cui sono rimasta lì mi sono chiesta, sentendo quelli là fuori ridacchiare: “Ma tu, caro ragazzo mio, che cosa ci fai alle 17 di questa splendida giornata chiuso in un cesso pubblico a far nulla?

La cosa mi ha rattristata più del dovuto, perché quel bagno non mi è indifferente. Resta un bagno pubblico triste e sgradevole come tutti gli altri, ma c’è stato un giorno in cui è stato anche il posto più bello del mondo. Era il 17 agosto del 2015, il giorno prima eravamo rientrati dalla Costa Azzurra … avevo negli occhi panorami mozzafiato e la gioia di una vacanza perfetta. Avevo nel cuore un segreto, sapevo anche se non sapevo ancora. Insomma, insieme a cibo e detersivi, comprai un test di gravidanza e per puro caso incontrai alla cassa mia madre; le dissi subito che non avrei resistito fino a casa e lei mi fece compagnia nello scoprire, in quel bagno pubblico, che avrei avuto un terzo figlio. Figlia, io me lo sentivo già.

Proprio in quella saletta triste e asettica dove ciondolavano i ragazzi, io avevo atteso tenendo per mano mio madre di sapere se ero incinta; anche se io e mio marito, guardandoci, avevamo tra noi lo sguardo di chi, timoroso, è pronto per una nuova avventura. La lineetta rossa del test si colorò subito, sussurrai a mia figlia che già mostrava un bel caratterino … neanche un minuto di attesa! Poi piansi dalla gioia insieme a mia madre e commentammo la cosa: quel bagno pubblico non sarebbe mai più stato un posto qualunque.

Quando passo di lì, un paio di volte a settimana, il cuore ha sempre un briciolo di sussulto; è come un gesto di memoria, mentre devo fare la cosa più noiosa di tutte, la spesa dopo una giornata di lavoro. Quel bagno a me ricorda che davvero in ogni ritaglio di spazio possono accadere cose enormi e un bagno pubblico può essere la culla di una sorpresa dal valore immenso e immeritato. andrew-neel-137513-unsplash

Ma è così per le persone che prendono sul serio la vita, allora sì che ogni luogo può essere occasione di eroismo. Chesterton ricordava giornate epiche trascorse in sale d’attesa di sperdute stazioni di provincia. Nel bagno pubblico si può anche mandare giù nello scarico l’entusiasmo e ridurre la propria vita a uno scarto; avrei voluto dirlo a quei ragazzi … dando a ciascuno di loro una sonora pedata nel sedere. Per spingerli fuori, fuori, fuori.

Carissimi idioti, davvero il vostro tempo merita di essere sprecato nell’anticamera di una fogna a ciondolare, mentre fuori il mondo è pieno di prati, strade, incontri … e anche di un cielo immenso che, se vi degnaste di guardarlo, vi ricorderebbe che siete fatti per respirare a pieni polmoni e non per nascondervi come vermi in un letargo insensato?

Così sbagliato, aspetto la Pasqua

Sono solo canzonette; sì, ma le ascoltiamo. Durante gli spostamenti, nelle sale d’attesa, mentre puliamo casa, in palestra sulla pedana, le ascoltiamo queste canzonette. Sono i ritornelli che accompagnano il tran tran quotidiano e, se ci piacciono, ci restano in testa e le canticchiamo sotto la doccia. Niente di clamoroso, eppure ci accompagnano e hanno qualcosa da dire.

Chesterton mi ha insegnato a cercare a occhi sgranati l’oro nelle bancarelle dell’umano a buon mercato, a non fare la sofisticata che non sono, a essere proprio ciò che sono: una persona comune in mezzo a persone comuni.

Non snobbo Sanremo, lo guardo sempre. Ma non sempre colgo al volo la bellezza di una canzone. Quest’anno mi era completamente sfuggita quella della risorta band de Le vibrazioni. Eppure ho sempre apprezzato la vocalità di Francesco Sarcina e i suoi testi.

Qualche sera fa, era notte in effetti, rientravo a casa in auto da un impegno di lavoro; dovevo tenere gli occhi sgranati per non sbandare in una stradina stretta di campagna. Era il momento giusto per apprezzare la canzone Così sbagliato che la radio ha mandato.

Portami a casa, grida nel ritornello Sarcina. E io pensavo ai miei figli, già nel loro letto a dormire, volevo essere con loro; ero al buio sola per strada, e volevo essere a casa. Ero Ulisse, ero la nostalgia che da millenni abita nel cuore degli umani. Casa è un lungo fisico che è anche luogo dell’anima. Casa è un abbraccio che sciolga il freddo delle contraddizioni che ci ghiaccia.

Portami a casa

Salvami ancora

Da queste mani fredde e viola

Riportami a casa

Perché ho paura di me

Tienimi stretto al buio e dimmi

Che mi vuoi bene anche così

Mi vuoi bene anche così

A chi parla chi canta? Alla donna amata, alla madre di suo figlio. Perché casa è tutt’uno con famiglia: è il luogo in cui l’io cede il posto al noi, e si salva dal cortocircuito delle proprie fissazioni. Solo uno che mi ama può dirmi “vai bene anche se sei sbagliato” ed essere credibile. È il paradosso del perdono: deve arrivare da un altro.

Mi vuoi bene anche così

Sbagliato sbagliato sbagliato

Nel mio vestito vuoto vicino a te

E tu mi raccogli comunque

In mezzo ai vetri e puoi farmi credere

Che sia perfetto anche così

Che mi ami anche così

Sbagliato

Una parola molto gettonata è imperfetto; è di moda non essere perfetti. I profili Instagram sono pieni di mamme imperfette, fotografi imperfetti, scrittori imperfetti. Vuol dire tutto e niente; in più dà l’idea di essere limitrofi alla perfezione.

Quanto a me, vorrei non ci fossero dubbi: sbagliato è ciò che mi descrive meglio. A tu per tu con lo specchio, di macchie addosso, dentro, ne vedo di brutte, scomode, indelebili. Negli errori ci ricado; i peccati bussano, entrano e banchettano col mio orgoglio; alle persone che si meritano il meglio do il peggio. Non sono imperfetta, sono proprio sbagliata.

Quando mi sento figlio e sono un padre

E tu mi dici che

Non è così sbagliato sbagliato sbagliato

Eppure, la nostalgia di una casa è bruciante: ho bisogno di un luogo preciso, di una voce precisa che abbiamo compassione di me. Ho bisogno di sentire che la mia persona perennemente capace di sbagliare non sia un vuoto a perdere.

Anche io sono madre, ma mi sento figlia. Sempre. E non è infantilismo, ma dipendenza come quella dei miei bimbi che mi fissano imploranti appena mi avvicino al frigo. Anche io imploro un nutrimento, un concime buono, da un padre è una madre.

Mi ami anche così sbagliato ?

A chi lo chiedo, io? Certo a mio marito, tutti i santi giorni. E lui sorride, o litiga con me in un modo che mi consola di tutte le mie paure. Ma so che lui è il traduttore di una voce che viene da più lontano, dal Golgota ad essere precisi.

Le mie mani fredde e viola, in mezzo a questa ondata di freddo siberiano, attendono come ogni anno il tepore della primavera, della natura che fiorisce di nuovo, del mistero della Resurrezione. Aspetto la Via Crucis di Chi tutti i miei sbagli se li è messi sulle spalle e poi li ha sciolti in un abbraccio eterno nel giorno di Pasqua.

Il burqa ialuronico

burqa-featured.jpgAccidenti, mi è spuntato un pelo bianco tra le sopracciglia. Altro che ago nel pagliaio, è proprio un faro nella notte: visibilissimo, quasi brillante. Ai capelli bianchi sono già abituata (anche a coprirli), ma non avevo pensato che anche le sopracciglia s’imbiancano. La mia parrucchiera si lamenta perché ho sempre troppi capelli, nonostante le gravidanze: “Potevi perderne un po’, così io facevo meno fatica!” – mi dice ridendo e sforbiciando. Non ne ho persi, ma dopo il terzo figlio sono spuntate frotte di capelli bianchi, non più uno ogni qualche ciocca. La risposta giusta è shatush, quei riflessi che moltiplicano le sfumature nella chioma, così che il capello bianco scompaia in mezzo a mille tonalità di castano chiaro, biondo scuro, ramato.

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Io – selfie con filtro migliora viso

E poi la fronte, ho sempre il viso corrucciato perché non mi rilasso facilmente. Ma anche quando lo distendo, le rughe restano … non sono da atteggiamento, sono solchi veri e propri. Accidenti, il tempo passa. La risposta giusta è Snapseed, il foto ritocco per migliorare i selfie: c’è il filtro “migliora viso” che rende la pelle liscia e luminosa. Lo uso e mi vedo ancora carina, dai.

Non si può fare i bacchettoni su questo argomento, Narciso siamo tutti. Guardiamo il nostro volto allo specchio, ne scrutiamo i difetti (che altri trascurano, ma noi li vediamo benissimo), prendiamo atto del passare del tempo, abbiamo sulla mensola la crema al collagene e nel cassetto il correttore per le occhiaie. Ci sta. E non è di questo che voglio parlare, ma di un altro stillicidio subdolo che subiamo ogni giorno.

Il corpo della donna, quanto se ne parla! Le discussioni coprono uno spazio mentale più vasto delle praterie americane. Dal femminicidio all’aborto, dalla sacralità di certe ossa alla sacrosanta scelta di frantumarne altre: il corpo della donna è quello troppo spesso violato dalla furia di maschi bestie, il corpo della donna è quel sacro spazio di libertà che le permette di fare scelte che non devono subire il giudizio altrui. Sulla donna non si deve fare violenza, e lei è libera di fare violenza a ciò che porta in grembo se quella è la sua scelta. Si nuota in un mare vasto e contraddittorio, parlando del corpo della donna.

E bazzicando in queste acque, s’incontrano altre contraddizioni o, se vogliamo, similitudini impensabili. È stato molto divertente seguire le peripezie mentali di certi giornalisti nel programma In Onda di LA7 obbligati a tenere i piedi su due staffe (traballanti): in trasmissione dovevano difendere la libera scelta (?!?!?) delle donne musulmane di velarsi, ma poi dovevano essere altrettanto entusiasti di passare la linea al programma successivo, vale a dire la finale di Miss Italia. È stata una frizzante difesa del burqa e delle gnocche in costume da bagno, in contemporanea.

La parte del programma che più mi ha lasciata a bocca aperta (e poi mi ha fatto riflettere) è accaduta quando, pur di svilire chi criticava la cultura che obbliga la donna a mostrarsi in giro senza un centimetro di volto scoperto, i filo pacifisti-accolgotutto-amiamocitutti hanno sfoderato la differenza tra niqab e burqa, come se trattare i due veli in modo indistinto fosse un atto di sacrilegio da pezzenti ignoranti.  “Tu che non sai distinguere un niqab dal burqa devi stare zitto, non puoi dire che la donna che li porta è una schiava!”. Arrampicarsi sugli specchi versione deluxe.

D’accordo, c’è differenza; ma non così tanta differenza, non abbastanza differenza da dire che uno o l’altro siano rispettosi della dignità femminile. Ma il fatto più esilarante era osservare chi discuteva: da una parte e dall’altra della barricata c’erano donne agiate (politiche e giornaliste famose) dal viso truccatissimo e levigatissimo. Le gote belle rotonde, nessun segno di rughe, le labbra belle turgide. Era come vedere uno che litiga allo specchio con se stesso. Potevano essere cloni, perché – l’ho capito guardandole – indossavano il burqa ialuronico, quel sistema di oppressione della donna fondato sulla sua vanità (e sulle punturine di botox, filler di acido ialuronico, e altro). Erano tre maschere identiche che disquisivano sulla differenza di due veli integrali.

Ironico. Per non dire amaro. È uno strumento di oppressione di massa che subiamo per esperienza indiretta: l’uniformazione delle facce famose verso un volto-Barbie levigato, gonfio, turgido. Non lo dicono tutti che i visi rifatti sono tutti uguali? E le donne col burqa non sono forse un gregge indistinto?

L’alfa e l’omega della repressione s’incontrano. L’eccesso di libertà, soldi e vanità copre il viso con un velo integrale di uniformità, identico a quello che usa l’oppressione che svilisce la donna non mostrando neppure i suoi occhi. Un esempio tra molti: Belen Rodríguez, Rosa Perrotta, Anna Tatangelo.

D’accordo, c’è differenza; ma non così tanta differenza. D’accordo, la meno famosa copia la più famosa; però sono le stesse labbra, le stesse sopracciglia, le stesse gote che si ritrovano su decine di altre soubrette. Sono gli stessi nasi piallati e tette a palloncino che camuffano i corpi di attrici, modelle, giornaliste.

Il burqa ialuronico è un messaggio desolante, ma per fortuna è solo una bolla di sapone.  Nondimeno è uno strumento di oppressione che ci ammicca dietro ogni programma televisivo: un gregge umano perfetto e finto, che sembra felice e pieno di soldi e soddisfazioni. Svela anche il suo veleno. Sì, perché se desideri quel genere di felicità patinata (e poco reale) la posta in gioco è la medesima schiavitù del burqa: la tua identità non vale più nulla, tu – in quanto anima irripetibile – sei un nulla.

Da questo patinato mondo di cloni che gira per i talk show dobbiamo sentirci dire che le differenze sono il sale del mondo. Loro credono fermamente nella pace universale tra bianchi, neri, biondi, mori, alti e bassi. Eppure sono tutti uguali.  Sono loro gli ambasciatori dell’integrazione? Mi sa che sono i portabandiera della dittatura occidentale del consumismo e dell’individualismo, il cui matrimonio d’interesse genere il figlio più pericoloso del mondo: massificazione.

In un gregge di pecore non c’è mai un animale uguale all’altro, ma nel mondo della comunicazione di massa i volti sono davvero tutti uguali.

Per fortuna, la terapia di disintossicazione è facile: si chiama: spiaggia, bar, supermercato, piazza. Si chiama realtà. Lì dove un uomo incontra un altro uomo, e dove una donna incontra le altre donne, si ride e si litiga a crepapelle. Si ride della donna di mezza età che ci ha provato a farsi la tinta da sola, senza però riuscire a coprire i capelli bianchi che ora sono di un violetto fluorescente. Si ride della cellulite propria, constatando che è un guaio certamente comune. Si litiga per il parcheggio, perché io sono arrivato prima. E con quella sana incoerenza – tipicamente – umana quelli che mandano a quel paese mezza popolazione del proprio vicinato, vanno di cuore a fare volontariato in parrocchia.

Amo questa genuina incoerenza, quella di chi è molto imperfetto ma è sincero quando – una volta ogni tanto – desidera fare un gesto buono. Amo le donne che sbagliano la tinta, e vorrebbero essere come Eva Longoria sulla confezione di Elvive. Amo i piccoli vezzi ridicoli della vanità.

Detesto il contrario, cioè l’idolatria della perfezione che sbandiera prediche sulla bellezza della semplicità. Detesto che il telegiornale abbia la presunzione di raccontarci la verità, ma che questa debba essere pronunciata da un volto televisivamente capace di catturare audience.

Amo le mie amiche che si mettono gli occhiali da sole se hanno le occhiaie e detesto ogni forma di burqa. In breve, amo l’umiltà che può permettersi piccoli vezzi strampalati e detesto la superbia velata; sì la superbia velata di dolci sorrisi accondiscendenti, la superbia che si fa velare da ogni forma di schiavitù e svilisce l’umano, credendo di ammantarsi di conquiste.

 

 

Morte, venga il tuo regno

Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno.

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Moltissimi stanno piangendo la morte di Chester Bennington, taluni non piangerebbero se si scegliesse la morte per Charlie Gard. In questo tempo di suicidi eccellenti ed eutanasie urbi et orbi, mi ritorna a galla un pensiero balzano: la morte è una cosa buona e giusta.

Forse il talentuoso Chester lo avrà pensato, il suo cuore tormentato avrà visto nel sonno eterno qualcosa di più buono dei mostri che gli attanagliavano l’anima; forse certi dottori pensano che staccare la spina sia il gesto più buono che si può fare verso un bambino come Charlie, che lotta con una malattia gravissima.

No, non è in questo senso che ho rimuginato sulla bontà della morte; non è nell’accezione con cui si vuole giustificare un suicidio o un’eutanasia che trovo il valore provvidenziale della morte.

Semmai è il contrario. La morte ci svela il suo lato buono, quando è crudele: inaspettata. È una forza la cui azione non dipende da noi. Malattia, incidente, vecchiaia; quando accade naturalmente, cioè all’interno delle imprevedibili, tragiche variabili della realtà, è corretto dire che noi subiamo questo estremo evento che ci spegne.

Subire è un verbo che ci piace poco. Ma è l’ultimo di cui faremo esperienza sotto il sole. Accoglieremo nel nostro corpo la venuta della Signora con la Falce e sarà lei a condurre un gioco a noi sconosciuto. Qualcuno, il Santo di Assisi, ha osato chiamarla Sorella: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale». Perché? Perché chiamarla con un nome parentale affettivo? Perché lodare?

Subire è un verbo che significa andare sotto, magari viene spontaneo associarlo all’idea di finire sottoterra; vorrei invece pensarlo in termini archeologici, scavando sotto può venire alla luce un reperto inestimabile e invisibile dalla superficie.

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Foto di Eric Vondy

Il signor Gilbert Chesterton scrisse un libro entusiasmante in cui si prefissava di difendere le cose generalmente definite brutte: tra queste difese anche gli scheletri. Il suo discorso comincia dalle scuse rivoltegli da certi contadini per la presunta bruttezza di certi alberi; GKC visitò un antichissimo bosco inglese in inverno, trovandosi immerso tra tronchi nudi. I contadini del luogo erano avviliti, avrebbero preferito che quel celebre scrittore avesse goduto del luogo durante il meraviglioso rigoglio primaverile ed estivo.

Chesterton li rassicurò:

Quando quel salutare asceta chiamato inverno passa il suo enorme rasoio su colline e valli, e tosa tutti gli alberi come monaci, vedendoli spogli sicuramente si ha l’impressione che assomiglino ancor di più a degli alberi.

( da L’imputato, in difesa di ciò che c’è di bello nel brutto del mondo)

Gli rimase però nel cuore lo sconforto di quegli uomini che si scusavano per lo spettacolo ritenuto sgradevole: «Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno».

Ecco il punto rispetto a cui occorre fare una vigorosa capriola. Subire, accettare l’inverno può essere la strada per scoprire una bellezza profonda. L’albero è più albero in inverno.

Non mi permetterei mai di dire che le foglie sono una cosa brutta; la loro varietà di forme e di colori mi lascia incantata a ogni primavera, lo stormire delle fronde è una ninna nanna quasi materna. Però proviamo ad inoltrarci sul sentiero di un paradosso coraggioso. E se fosse un’indicazione preziosa per la vita ricordarsi che l’ultima cosa di cui corporalmente faremo esperienza sarà una privazione, una sottrazione?

Da questo punto di vista noi incontriamo la morte molto spesso durante la vita, tutte le volte in cui i nostri progetti vanno a monte, o ci accorgiamo di aver preso la strada sbagliata e cambiamo, o un’idea bellissima ci si smonta tra le mani, o falliamo in un’impresa a cui ci siamo dedicati anima e corpo. Muore qualcosa di noi, viene meno.

Qualcuno disse che solo il seme che muore dà frutto. Per lo stesso motivo per cui per vedere bene la strada occorre pulire i vetri dell’auto. Il nostro io più sincero non ama mostrarsi in superficie, il suo compito è stare dove ci sono le fondamenta e curarle; al nostro orgoglio invece piace molto l’aria fresca e luccicante che si respira esibendosi ai quattro venti.

L’albero è più albero in inverno; cioè: se un qualunque rasoio passa ad accorciare l’orgoglio, è probabile che il tronco dell’io emerga alla nostra vista. E non è detto che abbia un aspetto mirabolante o affascinante, eppure la sua nudità è la bellezza più grande di noi. L’unico compito che abbiamo nella vita è scavare in cerca di questo io nascosto, originario, piccolo, autentico, delicato, prezioso.

E non ci si arriva grazie ad azioni volitive come «ottenere», «aggiungere», «aumentare», «moltiplicare». Tutti questi sono mascheramenti. L’unica strada è quella che passa dal subire ed è un percorso di approfondimento tutt’altro che passivo. Cosa vedo di me allo specchio quando mi strucco? Cosa ci vedo quando ho pianto per una sconfitta? Cosa ci vedo quando una sofferenza mi ha prostrato a terra? Cosa ci vedo quando sono stato licenziato?

Il rasoio della morte è questa vista nuda, senza fronzoli di circostanza. In questi momenti cruciali sentiamo una voce che sale su dal profondo, forse sussurra solamente. È l’umiltà della radice che nutre la pianta. Le foglie sono bellissime, ma con loro l’albero non potrebbe reggersi in piedi. Così è per l’orgoglio, quella debordante maschera che, finché tutto procede bene, regge e governa la nostra volontà. Non è esclusivamente negativa, si chiama anche tenacia, desideri grandi, sogni. Ma è un regno in cui siamo noi a tenere il rasoio in mano. Tagliamo quello che non ci piace. Chester Bennington ha tagliato la sua vita nel punto in cui voleva lui; qualcuno vorrebbe fare la stessa cosa con Charlie, perché non vede nulla più di vita in lui

È paradossale rendersi conto che solo quando è la realtà a tenere in mano il rasoio che emerge la luce più intensa di noi. L’umiltà di una batosta è un colpo benedetto per cambiare prospettiva, senza essere masochisti. Lì, nel buio di una perdita viviamo il privilegio di vivere a tu per tu con noi stessi, ci conosciamo a nudo, ci guardiamo per intero. E questo è fiorire, il frutto del seme che muore. Forse in questi momenti di vera autenticità siamo solo capaci di balbettare o sospirare. È il tessuto scabro del vero.

Quante storie abbiamo sentito di gente che ha cambiato vita dopo un dolore, un incidente, una sconfitta e ha ritrovato se stessa? Queste voci colpiscono sempre per l’entusiasmo vivo con cui ci contagiano. Insinuano la coraggiosa ipotesi che la sottrazione sia un’occasione.

Più ci penso, ed è balzano lo so, più sento che il senso della vita non sia nei riconoscimenti, nei traguardi, nei premi, ma in questi attimi fuggenti di sincerità nuda: poter guardare a se stessi e ascoltarsi, per una volta, senza fronzoli. Io sono. Punto e basta. Capirlo sempre più fondo, a suon di riduzioni.

Ogni piccola tappa nel percorso della vita non è altro che un passo verso una coscienza più baldanzosa nell’accorgersi del «io sono». Anche se non «sono bravo», «sono direttore», «sono impegnato nelle cause sociali», «sono chef».

Qualcuno ha voluto la mia presenza nel mondo, senza accessori, senza competenze, senza se e senza ma. Se il Padreterno avesse voluto che la vita fosse un fiorire di eccellenze e bravure non avrebbe scelto come scena finale una diminuzione, ma un tripudio di moltiplicazioni. Il finale deve per forza essere un’esaltazione del senso di una storia. Cosa esalta di noi Sorella morte? La ridicola finitezza? L’impotenza? Non credo.

Credo che sia il riflettore che illumina il protagonista: la presenza di un piccolo essere irripetibile, così prezioso da passare all’eterno.

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Foto di Vladimir Pustovit

Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei. 

Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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