Vendesi … umanità

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Sono stata fregata, alla grande. Il mio giudizio sui social networks è altalenante, umorale direi, e fino a ieri non avevo messo a fuoco la ragione in modo chiaro. Non che abbia scoperto l’America, no. Anzi forse è proprio la scoperta dell’acqua calda e io come al solito ci arrivo col mio fusorario, quello del bradipo in letargo.
C’è un motivo per cui i social networks riusciranno sempre a fregarmi ed è che dietro le loro mille accattivanti distrazioni c’è l’umano. È ovvio, lo so. Eppure ne ho percepito la potenza con una chiarezza che prima non avevo. Tante volte mi sono lamentata perché Twitter, Facebook e Instagram sono uno strumento per mascherarsi dietro profili anonimi e tirar fuori cattiverie di cui nella realtà ci si vergognerebbe, o per perdere tempo, o per sfuggire all’imprevedibile sconcerto del reale e far finta di vivere in un mondo virtualmente controllabile. Insomma, i contro sono tantissimi. Ma dietro tutte le maschere possibili ed immaginabili restano le persone, vive, in carne ed ossa, nel bene e nel male.
Perciò quando il social network fa sul serio ciò che il suo nome dichiara, cioè crea relazioni, il risultato può essere straordinario; ma non dipende dal mezzo che lo ha favorito, dipende da quello straordinario mistero che è l’umano.

E lo straordinario accade faccia a faccia, non sullo schermo dell’Iphone o del tablet.
Andiamo sul concreto. Ecco cosa mi è accaduto ieri.
Come quasi tutte le famiglie con figli di età diverse, ho tantissima roba stipata negli armadi che non si usa più: vestiti, corredini, giacche, materiale vario per cura del neonato. Tutte cose in ottimo stato, alcune addirittura mai usate. Ad esempio, Matilde, che ora ha quasi due anni, non ha mai degnato di attenzione il lettino Ikea che le avevamo comprato: prima è stata – letteralmente – addosso a me nel lettone, poi è  passata direttamente al letto singolo perché voleva stare vicino al fratello ed essere come lui.
Ho deciso di mettere in vendita il lettino su Facebook, ricevendo tanti contatti che poi non si sono concretizzati. Uno sì. Una ragazza era interessata all’acquisto, in fretta; nei messaggi che mi scriveva era molto sbrigativa e sgrammaticata: niente saluti, niente punteggiatura, niente presentazioni. Diciamo che ero diffidente e un po’ prevenuta, tra me e me borbottavo criticando la solita sfacciataggine a cui ci si lascia andare nel mondo virtuale. Se fossimo a parlare nella realtà, mi diresti almeno “ciao” incontrandomi per la prima volta?
La ragazza era decisa all’acquisto e dunque ho accettato che venisse a casa per vedere il lettino.

Aprire la porta a uno sconosciuto non mi lasciava tranquilla, peraltro avevo costruito nella mia testa un pregiudizio grande come un castello. Mi sono premurata che mio marito fosse a casa.
Erano circa le 20, fuori non smetteva di piovere ed ero molto arrabbiata perché il figlio maggiore mi aveva mentito sui compiti da fare, il suddetto marito non aveva rispettato la promessa di aiutarmi con l’altro figlio maschio e la piccola Matilde dava il peggio di sé col gatto. Con questo stato d’animo quantomeno scontroso, ho conosciuto Romeo e Giulietta (nomi di fantasia … ma dai!?!?!). Ho aperto la porta a due giovani di quasi vent’anni, lei straniera coi capelli scurissimi e lui biondo, grazioso e sorridente.

romeo-giulietta-riassuntoEducatissimi, innanzitutto; e questo mi spiazza. Mi sembrano poco più che bimbi eppure hanno un bimbo, di due mesi.
Mi verrebbe da far loro mille domande, mentre guardano il lettino, decidono che va bene e danno una mano a mio marito a smontarlo. Perché avete deciso di tenerlo, il bambino? La domanda più idiota possibile, penso; e non la faccio. Eppure le fanfaronate del mondo ci hanno fatto il lavaggio del cervello al punto che se vedi due giovanissimi genitori ti viene da pensare «sarà stato un errore», «potevano decidere di abortire» e altre idiozie del genere. Loro ci sono, di fronte a me, e c’è il loro bambino di cui parlano con affetto indicibile.
Allora chiedo: «Si dorme di notte?»
«Ehhh… » sospira Romeo. Risposta migliore non c’è, intravedo il genitore dietro il bimbo.
Giulietta intanto si coccola Matilde, il gatto e chiacchiera con me. Vuole confidarmi cosa ha imparato diventando mamma; il parto prima di tutto. Le avevano detto che era come farsi un tatuaggio e credeva di saperlo sopportare, visto che è piena di disegni sul corpo. Invece è stato durissimo, insostenibile. Conclude dicendo: «Alla fine ho chiesto a Dio di aiutarmi e tutto è andato bene».
Hai ragione, Giulietta. C’è quel momento finale del travaglio in cui anche io ho sempre messo tutto nelle mani di Dio, perché la forza manca e il corpo grida un dolore da far impazzire.
Poi mi racconta che il bimbo ha avuto problemi di salute, appena nato. In pediatria i medici l’hanno trattata con distacco e lei era spaventata, piangeva sempre. Ha condiviso la stanza con un’altra mamma il cui figlio piccolissimo aveva contratto la meningite, quell’incontro la segna incredibilmente: «È stata una benedizione averla vicina, mi ha dato la forza che io non avevo. Mi ha detto che ora noi siamo mamme e non dobbiamo lamentarci, sono i nostri bambini quelli a cui occorre il sostegno. La mamma deve essere forte, se no chi aiuta il bambino?».
Frasi semplici, verità lapalissiane … diranno gli adulti spocchiosi. Io le ho viste incarnate nella voce di una ragazzina che stava capendo sul serio ciò che diceva e ne era convinta, con una gioia strana sul viso. Una bambina cresciuta troppo in fretta? Non so. Di certo una mamma, brava.
Romeo e Giulietta se ne sono andati via col loro lettino sotto la pioggia lasciandomi col sorriso sulle labbra. Un inaspettato incontro umano è sbucato fuori da un contatto virtuale, portando una ventata di gratitudine alla fine di una giornata familiare pesante per me.

Do a Cesare quel che è di Cesare: ringrazio Facebook perché, dietro le faccine gialle, dietro le mille pubblicità, dietro il gossip e dietro le maschere, è stato il piccolo tramite di una grandezza incontenibile nel virtuale, lo spettacolo dei rapporti umani. Poteva pure accadere che un malintenzionato si presentasse a casa mia, combinando chissà quale disastro. Ci sta. Aprire la porta, simbolicamente e non, a un altro essere umano presuppone un rischio. Di certo si deve essere disposti a lasciarsi cambiare dalla presenza altrui, persino a farsi ferire. L’umano è inclassificabile nella sua imprevedibile capacità di fare il bene e il male.
Questa volta ho accolto in casa Romeo e Giulietta. Ho incontrato ciò che Shakespeare immaginò secoli fa, la freschezza giovane che l’Amore porta nel mondo, il suo essere una voce che canta sopra i calcoli meschini del mondo, il suo essere leggero e totalizzante, il suo essere onesto con il cuore intero, soprattutto. Immagino che dietro ai sorrisi cortesi non sia tutto rose e fiori per i miei Romeo e Giulietta, non vivono in un ricco palazzo di Verona circondati da balie e camerieri.
Non smetto di pensare a loro, anche adesso che ascolto alla TV politici di ogni parte fare promesse di ogni tipo. A Romeo e Giulietta non occorre il bonus bebé, il reddito di cittadinanza o un mutuo agevolato. Occorre qualcosa di più complessivo: sostenere ciò che loro hanno già capito. La famiglia è un’avventura impegnativa che ti stravolge la vita, eppure ti dà una forza che non credevi di avere; ti regala notti insonni, ma anche la tenerezza di un figlio. Ho visto due volti sinceri e persino ingenui, ma pieni di una felicità semplice di cui spesso io mi dimentico. Romeo e Giulietta hanno bisogno che si confermi loro quello che già hanno intuito: vale la pena portare a compimento ciò che Amore comincia, vale la pena che l’affetto sia un luogo e dei volti in cui s’incarni il bisogno di sentirsi dire “ti amerò per sempre”.

Romeo e Giulietta hanno anche bisogno di sentirsi le colonne portanti del nostro paese, quelli che scommettono in grande nonostante la possibilità di scappatoie facili, quelli che non accettano di essere ingabbiati nelle logiche dilaganti eppure disumane del «faremo un figlio solo quando saremo economicamente tranquilli». Loro ci hanno donato una speranza oggi, senza fare troppi calcoli e senza essere sprovveduti. Mettendocela tutta, sbagliando per inesperienza, riprovandoci meglio. La loro speranza pesa attorno ai 4 o 5 chili, è nato con un po’ di anticipo e ora ha un lettino nuovo da conoscere.
A questa concretezza di bene che loro hanno regalato al mondo come rispondiamo noi adulti?

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Virtualmente asociale

Ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare.

Di solito, anzi spesso, anzi sempre, quando ero adolescente/giovane nessuno si accorgeva se ero o non ero presente a una festa, se me ne andavo dopo cinque minuti, se mancavo a una gita degli scout e occasioni simili. Ero la classica persona trasparente, che nessuno nota. Non ne facevo un problema, stavo bene in disparte.

untitled (3)Ma la trasformazione dei rapporti interpersonali, che ora passano attraverso ogni sorta di social networks, ha fatto anche di me una “prima donna”. Ho sperimentato sulla mia pelle che abbandonare un gruppo Whatsapp equivale a un lutto, equivale a dichiarare una guerra mondiale.

Sarà per quel verbo «tizio ha abbandonato il gruppo», perché fa pensare al malvagio che abbandona il cane in autostrada o al padre degenere che abbandona la famiglia per mettersi con la giovane segretaria. «Abbandonare» è un verbo decisamente troppo forte per il mondo di Whatsapp, è inadeguato. Io opterei per «tizio ora se ne frega di questo gruppo».

Infatti, io non ho abbandonato proprio nessuno. E torniamo dunque ai fatti.

Esiste una categoria sociale pericolosa, i genitori degli alunni. Quando questa congrega si organizza in cellule pseudo-terroristiche come il gruppo Whatsapp «Mamme della classe 3 A» il mondo è in pericolo. Succedono cose assurde: gente che per i corridoi di scuola non ti guarda neppure in faccia, si permette di criticarti virtualmente con una familiarità che nemmeno tuo marito ha. È assurdo il livello di intimità e amicizia fittizie che si creano solo virtualmente.

E poi la moltiplicazione del gossip, delle inutilità verbali, dei cuoricini e dei sorrisi. Ecco, a fronte di una discussione seria degenerata in chiacchiere da bar, mi sono detta che Whatsapp va bene per quando mio marito è all’estero e mi aggiorna su cosa fa, ma non va bene se a tema c’è l’educazione dei miei figli. E dopo aver visto una lista di n-mila messaggi sul suddetto gruppo di mamme, ho deciso di cambiare rotta. Ho chiesto a me stessa un sacrificio: se ci sono questioni o problemi che riguardano la scuola, fai la fatica di parlarne a viva voce con le altre mamme, non delegare al virtuale. E poi, semplicemente, mi sono tolta dal gruppo. Senza rancori, senza scenate … esattamente come accadeva da adolescente, quando andavo via da una festa e nessuno mi badava.

Apriti cielo. Si è generato il panico universale. Sono state ipotizzate cause disastrose, alcune hanno avuto sensi di colpa tremendi, è stata anche chiamata in causa la maestra per verificare che io stessi bene. Incontrandomi allegra e spensierata nei corridoi, c’è chi ha pensato: «Come fa lei a parlare tranquilla con noi, visto che non è più nel gruppo?». Bé, d’ora in poi io parlo e parlerò con le altre mamme nei corridoi, mi concedo il lusso di questo social network gratuito e non virtuale. Mi ripropongo di essere un po’ meno sociale virtualmente, magari di passare per una asociale virtuale.

Questa scelta non è un dito puntato contro gli altri, ma un’educazione e attenzione che voglio imporre a me stessa. La scorsa settimana ho partecipato a Firenze a un evento scolastico nazionale, Performance d’Autore, in occasione del quale 700 studenti italiani delle scuole superiori si sono incontrati per approfondire la conoscenza di un autore della letteratura italiana non troppo studiato, Vasco Pratolini (famoso soprattutto per Metello).

Per preparare i ragazzi a questa giornata di studio e dibattito avevamo suggerito loro la lettura di alcuni testi di Pratolini, tra cui il bellissimo racconto Lungo viaggio di Natale. E proprio questo testo si è rivelato di un’attualità disarmante.

La voce narrante racconta un suo viaggio in treno nella notte della Vigilia di Natale per tornare da suo padre. Siamo 1665644-inchiestsssssssnell’Italia del secondo dopoguerra – quasi un altro mondo, rispetto a noi – e siamo su un vagone di terza classe, freddissimo. Il protagonista è seduto da solo in questo vagone gelido e il controllore gli suggerisce di cambiare posto, di spostarsi nel vagone attiguo che è pieno di gente: «’Stia mica lì solitario! Vada più avanti che c’è più gente! Dove c’è gente c’è calore».

Il protagonista si sposta e nel vagone accanto trova un microcosmo di gente diversa e molto colloquiale. Sono tutti sconosciuti, ma immediatamente si mettono a parlare tra loro. C’è una prostituta di Genova, un minatore che ha vissuto per vent’anni in Francia, un milanese arrogante, un russo che a stento capisce qualcosa di italiano e altri. Insomma, mondi lontani e si direbbe incompatibili tra loro. E invece nasce tra loro un’intimità immediata, ciascuno condivide le proprie idee, litiga, ironizza, deride. Il narratore commenta: «Noi eravamo già tutti amici, creature che si facevano caldo l’una con l’altra, ciascuno con una propria storia che si struggeva di rivelare».

Ogni uomo è una storia, ma non solo. Ogni uomo è una storia che si strugge di rivelare. Cioè: l’uomo naturalmente vuole condividere la sua storia. La propria storia ciascuno la comprende guardandola attraverso gli occhi di qualcun altro, ma non tanto perché sono gli altri a spiegarci chi siamo, bensì perché il vero di noi emerge nel momento della condivisione e non nel mondo dei propri pensieri.

Mettendo a tema questo racconto, è stato per me immediato chiedere ai ragazzi che avevo di fronte: quando oggi saliamo su un treno accade quel che racconta Pratolini? No. Ognuno sta per conto suo, cuffie nelle orecchie, e smanetta col cellulare. Si sente parte di una comunità, che per lo più è virtuale (fatta di persone che non sono presenti), e si preclude la possibilità di essere parte delle piccole comunità in cui si imbatte concretamente.

«Ma come? – si obietterà – È meglio mettersi a parlare con uno sconosciuto piuttosto che scrivere su Whatsapp alla mia migliore amica?» Probabilmente sì. Non voglio fare la bacchettona che rifiuta la tecnologia. Ma colgo un rischio, su di me innanzitutto. Sento che diventa facile delegare alla tecnologia, cioè ai messaggi virtuali, le cose importanti. Quante volte sento la tentazione di pensare a una persona e dire «questa cosa gliela scrivo, anziché dirgliela a voce» e mi rendo conto che spesso sono questioni importanti quelle che sarei tentata di delegare al mondo virtuale, perché è facile e mi toglie la fatica del batticuore di guardare negli occhi quella persona. Si tratta di una solitudine pericolosamente mascherata da «socialità» e che rischia di farci perdere TRE piccioni con una fava: sul treno, col mio cellulare accesso, rischio di allontanarmi dalla mia amica che è il destinatario del mio messaggio e sicuramente mi allontano dalla trama di vita che ho a un centimetro da me. Da ultimo, ma non meno importante, perdo anche un pezzo di me, se è vero che la mia storia si rivela quando ne rendo partecipe la piccola comunità delle persone a me care, o anche degli sconosciuti con cui chiacchiero.

È fatica parlare di persona alla gente. A volte non ti ascoltano. A volte parlano troppo. A volte ti verrebbe da voltargli le spalle. Però è solo dalla fatica che nasce qualcosa, come le doglie del parto: nessuno le vorrebbe attraversare … ma portano frutto.

Ora, lo so che è uscito il nuovo libro di Bruno Vespa e pure quello di Fabio Volo, ma io mi azzardo lo stesso a consigliarvi di leggere quel racconto di Pratolini e di comprare il libro in cui è contenuto, Diario sentimentale. Forse non sarebbe improprio sottotitolarlo: «Incontri di varia umanità, per gente che ha il coraggio di essere virtualmente un po’ meno sociale».

PS: avevo concluso la scrittura di questo articolo, ma il telegiornale mi ha messo a conoscenza di un fatto accaduto a Giacarta. Un 24enne ha causato un incidente con la sua Lamborghini, in cui è rimasto ucciso un uomo e altri passanti sono stati gravemente feriti. Il pilota del bolide è rimasto illeso e mentre stava uscendo dalla sua vettura accartocciata era già intento a scrivere messaggi col cellulare. Emblematico: hai intorno il disastro, ma tu sei già altrove.crash-300x180

Compagni di battaglia

Il popolo non è mai matto. Essendo io stesso del popolo, lo so bene.
Perciò adesso andrò a offrire da bere a tutta quella gente laggiù.

G. K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì

Si comunica la comunicazione e non si conosce la comunione.

Giovanni Lindo Ferretti, Barbarico

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Sempre più spesso mi trovo a detestare l’umanità e ad apprezzare le persone. Mi spiego. Tutti noi – ormai – siamo immersi nel mondo «social», cioè nella condivisione virtuale di ogni nostro spostamento, pensiero, foto, e la cosa comporta notevoli vantaggi, a cui io non mi sentirei più di rinunciare. Riesco a parlare e vedere un’amica che sta in Australia (Skype); come giornalista riesco a recuperare notizie e documenti in tempo reale (Twitter e Google); con un clic riesco a raccogliere e archiviare tutto il materiale interessante che trovo in giro (Pinterest).

Però, tutto ciò contiene un grosso limite, che non voglio demonizzare; semplicemente non lo voglio accogliere passivamente, se no lievita e s’ingigantisce: mi riferisco al fatto che, ad esempio, leggere i commenti dei lettori sui siti di Repubblica o del Corriere nuoce gravemente alla salute. Si corre il serio rischio di credere che l’umanità sia un mostro, fatto di persone egocentriche, senza scrupoli e prepotenti.

Il virtuale innesca un surplus di prepotenza e logorrea che non sono affatto autentiche, è solo pura vanagloria da monologo. Nei commenti “virtuali” le posizioni si radicalizzano e non perché uno si sente più libero di esprimere il proprio pensiero, bensì – credo – perché ciascuno non sta davvero parlando a nessuno. E, allora, non solo la spara grossa, ma diventa falso … pur credendo di essere al massimo della sua onestà. Parlare senza un vero interlocutore è pericoloso. Lo dico, innanzitutto, a me stessa: è insidiosa la tentazione di essere visibile, rimanendo fondamentalmente invisibile. È facile lasciarsi andare a ruota libera, sparando opinioni e grandi assiomi … buttandoli così nel web, cioè – di fatto – nel vuoto. Tutti abbiamo bisogno di sfogarci, ma lo sfogo è e resta solo un rigurgito. Cioè, uno sputo; cacci fuori, e basta. E quante volte è facile scambiare uno sfogo per una discussione (soprattutto se l’interlocutore non è fisicamente presente). Come scrive G.L. Ferretti:

barbaricoDevo rifuggire, me lo sono promesso, la polemica. Se le concedo spazio, me ne lascio prendere, ne divento succube: eccita la mia vanità intellettuale, mi tonifica ma dà assuefazione, occorre aumentarne le dosi per mantenerne l’effetto; un macigno che cresce, annebbia l’intelletto e grava sullo stomaco. 

Lo sfogo e la discussione sono agli antipodi. E la discussione è una cosa benedetta, innanzitutto perché frantuma il nostro pregiudizio di avere la Verità in tasca. Noi tendiamo a una compiutezza che raccolga tutto il vero di noi …, ma non abbiamo comodamente la Verità in mano (cioè non la possediamo in modo esauriente e pacifico una volta per tutte), ce la dobbiamo sudare dentro le contraddizioni del mondo. “Il mio tutto che ancora si ostina a cercare una via” – canta Niccolò Fabi: tutti siamo impelagati a cercare di dare un nome al mistero di noi e delle cose che viviamo.

Ognuno cerca una via, per questo ogni reale incontro/scontro umano è comunque e sempre una compagnia, cioè un confronto che anche quando è oppositivo non è mai tra individui isolati in galassie diverse, bensì impantanati nella medesima esperienza terrena.

Sfogarsi è facilissimo, discutere è impegnativo e interessante. Sfogarsi richiede la rabbia bestiale e cieca di chi in fin dei conti parla solo per se stesso, discutere richiede l’impegno vigoroso di tendere innanzitutto la mano a chi si ha di fronte. Sono peraltro convinta che i peggiori litiganti siano quelli che se ne stanno impeccabilmente seduti e distaccati, a sbraitare; invece, a chi discute seriamente può capitare di mettere le mani addosso all’altro – una forma, per carità esagerata e sbagliata, di riconoscere che l’altro «c’è». Ognuno di noi è un casino ambulante e urtarsi dal vivo ha il vantaggio sano di ricordarcelo. Sarà, forse, ciò che Jonah Linch definisce la testardaggine della materia:linch

Nel corpo sperimento la bellezza della relazione. Sperimento che i limiti fisici non sono una gabbia mortale, ma un confine permeabile, che consente la comunione. Sperimento che, proprio perché la mia mano non è quella della persona che la stringe, è bellissimo che le nostre mani siano unite.

Perciò, non voglio farmi fuorviare dai mostri umani virtuali, proprio perché anche io sono capacissima di diventare un mostro umano sordo e sputa-sentenze. Ma è un abbaglio, un’astratta mutazione distorta – che è più facile salti fuori in contesti «social», ma da cui ci si può vaccinare rimanendo corporalmente sociali. Praticando la realtà della socievolezza. Non rinunciando alle chiacchiere con gli amici al bar e alle litigate col vicino che ha parcheggiato dove non deve. E, in questi casi, l’umanità astratta va a farsi benedire; salta fuori la persona, e se pure la disprezzi… in fondo la apprezzi. Cioè, in nessun caso puoi ignorare la relazione con lei.

Ad ogni cosa faccia realmente capolino sulla nostra strada «come a uno straniero dategli il benvenuto» – diceva Amleto. Dai il benvenuto a uno straniero, perché anche tu sei in fondo straniero a te stesso. La realtà ha questo prepotente vantaggio sul virtuale, è più difficile ‘cantarsela e suonarsela’ da soli; per strada, in ufficio, a casa ogni incontro/scontro umano contiene sempre una promessa: la speranza di venire al dunque delle cose. Non l’ho detto io – magari! – l’ho trovato in una poesia bellissima di Umberto Fiori:

È bello di sera vedersi
da qualche parte, a casa di qualcuno.
Sentirsi ogni tanto, parlare.

Quando si dice: alle otto
da me, da loro,
ogni volta ci senti una promessa.

È come se in quei discorsi
la gloria che rimane sempre nascosta
potesse prima o poi venir fuori.

Ti stanno in testa ormai, queste serate,
come i bambini
la notte di Natale.

Sempre un dunque ti aspetti
da quelle quattro chiacchiere,
una stretta finale, un chiarimento.

Invece, niente: a parte quando si ride
nessuno è poi lì dov’è,
nessuno parla – o ascolta – veramente.

(E certo è anche bello, e strano
e grande anche, a pensarci, tenere a bada
così alla buona, con poco, la verità)

Ma a volte si ragiona intorno al tavolo,
si fa sul serio:
comincia una discussione.

(Umberto Fiori, Chiarimenti, Marcos Y Marcos, 1995)