… anche la pecora nera arrivò a Betlemme

 

Non so bene perché certi ricordi, apparente stupidi o non particolarmente significativi, si fissano nella memoria cosciente e più passano gli anni più sembrano vividi. Forse la parte inconsapevole di noi vede nei fatti qualcosa di diverso da quello che la nostra coscienza vigile percepisce; l’inconscio tiene stretti dettagli che noi butteremmo. Chissà.

Uno di questi miei ricordi sciocchi, ma incollati alla memoria, risale a quando avevo più o meno 15 anni e andai a fare l’igiene dentale. Mi trovai di fronte a una dottoressa nuova, invece della solita cara igienista che adoravo per simpatia e dolcezza. Questa nuova era una spocchiosa arrogante che cominciò a dire cose cattive su di me, mentre me ne stavo a bocca aperta senza poter replicare. Credeva di conoscermi, era sicura fossi la terza di tre sorelle bravissime. Secondo lei, guardando la mia situazione dentale, ero la pecora nera della famiglia; lavorava e procedeva con il suo libero flusso di parole chiedendosi quanto i miei parenti fossero scontenti di una come me.

Adesso, da adulta, avrei trovato qualcosa di ironico e pungente da replicare a fine seduta, ma allora ero una timidissima adolescente che filò via di là ferita e umiliata. Neppure ebbi il coraggio di dire: “Guardi che si sbaglia, io sono figlia unica”.

Detto ciò, spesso mi chiedo perché questo ricordo non si schioda dalla mia testa e, più passa il tempo, più i dettagli siano chiari, perfino il numero di perle sugli orecchini della dottoressa. Non so davvero, ma posso comunque usarlo a buon pro. shutterstock_222742519.jpg

Era un insulto davvero grave per me essere chiamata “pecora nera”, perché cercavo di essere sempre brava, buona, diligente. Lo dovevo a mia madre che faceva salti mortali per tenere in piedi la nostra piccola famiglia a due; volevo essere qualcosa che la rendesse fiera e felice.

Sono passati ventisei anni da allora e venerdì scorso sono passata a casa della mia amica Micaela a ritirare il mio regalo di Natale a me stessa, una collana con tre pecore nere. Appena vista tra quelle da lei create, me ne sono innamorata. Non ci vedo più niente di umiliante e cattivo nel non avere il manto immacolato. Da quando ho gettato la maschera di pecorella bianchissima, ho trovato molti veri amici. Perché ho scoperto che la gente ha bisogno di avere a fianco qualcuno che sia zoppo e sporco come lei, non l’eroe senza macchia che è sempre all’altezza della situazione.

Anche io ho bisogno di amici così. Siamo un gregge un po’ infangato, ma allegro. O meglio, ci teniamo allegri anche quando le cose non vanno bene. Bisogna che aggiorni il mio presepe. Ce la devo mettere almeno una pecora nera, cioè devo mettere anche me stessa tra tutti quelli che sono in cammino verso quella Grotta che sola è luminosa, candida, immacolata.

Ciao!

La piccola di casa, Matilde, ha due anni e mezzo e poco più. A differenza dei suoi fratelli maggiori non dà cenno di voler essere molto svelta a parlare. Una volta acquisiti i vocaboli di sussistenza “mamma-papà” si è fermata. Coi gesti, i sorrisi e gli strilli è eloquente e raggiunge gli scopi che si prefigge.

Mamma e papà un po’ hanno sviscerato paure e apprensioni varie, che cominciano con “oddio se …”. Lei col passare dei mesi ha sviluppato un’intenzione chiara nella comunicazione, tanto da essere soprannominata – da noi – la figlia onomatopeica. E’ preparatissima su tutti i versi degli animali che riproduce alla perfezione, anche il grugnito del maiale meriterebbe un premio. Poi sono arrivati i versi più umani, quelli per il cibo e l’acqua: gnam gnam, glu glu. Non sarebbe più facile dire “pappa”, cara Mati? Vabbè, tu stai facendo il tuo percorso.

Con l’inizio del nido a settembre (l’anno precedente è stata a casa con me) il suo vocabolario ha subìto un’impennata chiarissima nella direzione dei rapporti e della proprietà. Matilde ha guadagnato due parole fondamentali: ciao e mio. Oltre a quella parola che, evidentemente, è al centro della giornata comunitaria dei piccoli: cacca. Vederli ogni mattina in fila ad accompagnare un compagno che va a fare la pipì è tra le tenerezze di cui non vorrei mai essere privata, quanto a memoria.

Ma torniamo ai fondamentali. “Mio” viene detto con tono perentorio e ciglia aggrottate; “ciao!” in tono entusiasta. Ed è su questa parola che, forse, io devo imparare dalla lentezza espressiva della nostra Matilde.

Sì, perché noi sappiamo un sacco di parole; ma non è poi detto che ci ricordiamo per bene cosa significhino. Soprattutto noi, diventando adulti, tendiamo a usare le parole per spalancare al resto del mondo i nostri pensieri; siamo astratti patologici. Un bambino che impara a parlare esprime spontaneamente ciò che la lingua è davvero: relazione con l’esistente. E non è detto che l’esistente sia solo umano o quantomeno vivente.

Per farla breve, Matilde comincia la giornata dicendo “ciao” al cucchiaino con cui fa colazione, poi lo dice al seggiolino su cui la metto in macchina. Ovviamente lo dice ai compagni e alle maestre. Ogni cosa che entra nel suo campo di azione è un incontro e dunque lei saluta. Ho cambiato dieci minuti fa il copripiumone e ne ho messo uno pieno di fiori … credo sia ancora là a salutarli uno per uno.

Il bello è che il suo saluto alla scarpa inanimata ha dell’entusiasmo tanto quello alla sua amica Victoria all’asilo. Con Victoria c’è più entusiasmo e anche un abbraccio, ma anche la scarpa si merita un sorriso. 

Ecco, non ho cognizione della situazione neurolinguistica di mia figlia, ma ho chiaro che sta facendo un percorso in cui pure io devo farmi sua allieva. Essere al mondo è “essere relazione con”; ogni presenza è un incontro che merita un entusiasmo e un rapporto perché c’è … sulla mia strada. E’ commovente che sia scritto nell’istintività infantile questa spinta alla vocazione, cioé a manifestare una voglia di essere insieme alle cose che via via si trovano sul sentiero. Ciao. Vuol dire: io sono qui e anche tu sei qui.

Noi grandi riserviamo il saluto ai viventi, talvolta pure no … guardiamo altrove. Il nostro TU, se c’è, è esclusivamente umano; però il Tu del mondo ci ha mandato incontro mille mila altri suoi messaggeri. E così la nostra testa fa fatto fuori una buona percentuale di incontri quotidiani. Ci manca una voce che esulta, perché abbiamo perso gli occhi che si accorgono. Ma non è tardi, per fortuna.

 

Bagni pubblici

L’11 ottobre è stata una splendida giornata autunnale, sono uscita di casa nel pomeriggio per fare la spesa ma sarei rimasta a godermi quel tempo limpido, luminoso, fresco, perfetto. Sono autunnale io, tiepida e decadente; la primavera è un dono troppo potente che mi precipita nella meraviglia che stordisce … l’autunno lo abiterei tutto l’anno invece.

Chiusa in casa per lavoro fin troppo tempo, mi sono lamentata che potessi godermi una boccata di quell’aria fresca solo di passaggio, per andarmi poi a chiudere – di necessità – in un supermercato. Mi sono presa dieci minuti di aria, ribellandomi alle impellenze domestiche, sentendomi una galeotta in fuga. Non ho fatto nulla se non stare all’aria aperta, ed è stato bellissimo.shutterstock_1201228789

Poi sono dovuta andare al supermercato, dove un’impellenza altrettanto necessaria ha dirottato il mio percorso: prima tappa, la toilette. Con mia triste sorpresa, la saletta corridoio che porta ai bagni del centro commerciale era piena di ragazzi, che semplicemente stavano lì fermi a intrattenersi a vicenda tra cellulari, fumo e risatine. Mentre lasciavo da un parte il mio carrello, li ho squadrati: il più grande avrà avuto 14 anni.

Sappiamo tutti com’è un bagno pubblico, l’odore sgradevole, le luci fredde e quella sensazione di sporco che ti resta addosso. Per tutto il tempo in cui sono rimasta lì mi sono chiesta, sentendo quelli là fuori ridacchiare: “Ma tu, caro ragazzo mio, che cosa ci fai alle 17 di questa splendida giornata chiuso in un cesso pubblico a far nulla?

La cosa mi ha rattristata più del dovuto, perché quel bagno non mi è indifferente. Resta un bagno pubblico triste e sgradevole come tutti gli altri, ma c’è stato un giorno in cui è stato anche il posto più bello del mondo. Era il 17 agosto del 2015, il giorno prima eravamo rientrati dalla Costa Azzurra … avevo negli occhi panorami mozzafiato e la gioia di una vacanza perfetta. Avevo nel cuore un segreto, sapevo anche se non sapevo ancora. Insomma, insieme a cibo e detersivi, comprai un test di gravidanza e per puro caso incontrai alla cassa mia madre; le dissi subito che non avrei resistito fino a casa e lei mi fece compagnia nello scoprire, in quel bagno pubblico, che avrei avuto un terzo figlio. Figlia, io me lo sentivo già.

Proprio in quella saletta triste e asettica dove ciondolavano i ragazzi, io avevo atteso tenendo per mano mio madre di sapere se ero incinta; anche se io e mio marito, guardandoci, avevamo tra noi lo sguardo di chi, timoroso, è pronto per una nuova avventura. La lineetta rossa del test si colorò subito, sussurrai a mia figlia che già mostrava un bel caratterino … neanche un minuto di attesa! Poi piansi dalla gioia insieme a mia madre e commentammo la cosa: quel bagno pubblico non sarebbe mai più stato un posto qualunque.

Quando passo di lì, un paio di volte a settimana, il cuore ha sempre un briciolo di sussulto; è come un gesto di memoria, mentre devo fare la cosa più noiosa di tutte, la spesa dopo una giornata di lavoro. Quel bagno a me ricorda che davvero in ogni ritaglio di spazio possono accadere cose enormi e un bagno pubblico può essere la culla di una sorpresa dal valore immenso e immeritato. andrew-neel-137513-unsplash

Ma è così per le persone che prendono sul serio la vita, allora sì che ogni luogo può essere occasione di eroismo. Chesterton ricordava giornate epiche trascorse in sale d’attesa di sperdute stazioni di provincia. Nel bagno pubblico si può anche mandare giù nello scarico l’entusiasmo e ridurre la propria vita a uno scarto; avrei voluto dirlo a quei ragazzi … dando a ciascuno di loro una sonora pedata nel sedere. Per spingerli fuori, fuori, fuori.

Carissimi idioti, davvero il vostro tempo merita di essere sprecato nell’anticamera di una fogna a ciondolare, mentre fuori il mondo è pieno di prati, strade, incontri … e anche di un cielo immenso che, se vi degnaste di guardarlo, vi ricorderebbe che siete fatti per respirare a pieni polmoni e non per nascondervi come vermi in un letargo insensato?

Così sbagliato, aspetto la Pasqua

Sono solo canzonette; sì, ma le ascoltiamo. Durante gli spostamenti, nelle sale d’attesa, mentre puliamo casa, in palestra sulla pedana, le ascoltiamo queste canzonette. Sono i ritornelli che accompagnano il tran tran quotidiano e, se ci piacciono, ci restano in testa e le canticchiamo sotto la doccia. Niente di clamoroso, eppure ci accompagnano e hanno qualcosa da dire.

Chesterton mi ha insegnato a cercare a occhi sgranati l’oro nelle bancarelle dell’umano a buon mercato, a non fare la sofisticata che non sono, a essere proprio ciò che sono: una persona comune in mezzo a persone comuni.

Non snobbo Sanremo, lo guardo sempre. Ma non sempre colgo al volo la bellezza di una canzone. Quest’anno mi era completamente sfuggita quella della risorta band de Le vibrazioni. Eppure ho sempre apprezzato la vocalità di Francesco Sarcina e i suoi testi.

Qualche sera fa, era notte in effetti, rientravo a casa in auto da un impegno di lavoro; dovevo tenere gli occhi sgranati per non sbandare in una stradina stretta di campagna. Era il momento giusto per apprezzare la canzone Così sbagliato che la radio ha mandato.

Portami a casa, grida nel ritornello Sarcina. E io pensavo ai miei figli, già nel loro letto a dormire, volevo essere con loro; ero al buio sola per strada, e volevo essere a casa. Ero Ulisse, ero la nostalgia che da millenni abita nel cuore degli umani. Casa è un lungo fisico che è anche luogo dell’anima. Casa è un abbraccio che sciolga il freddo delle contraddizioni che ci ghiaccia.

Portami a casa

Salvami ancora

Da queste mani fredde e viola

Riportami a casa

Perché ho paura di me

Tienimi stretto al buio e dimmi

Che mi vuoi bene anche così

Mi vuoi bene anche così

A chi parla chi canta? Alla donna amata, alla madre di suo figlio. Perché casa è tutt’uno con famiglia: è il luogo in cui l’io cede il posto al noi, e si salva dal cortocircuito delle proprie fissazioni. Solo uno che mi ama può dirmi “vai bene anche se sei sbagliato” ed essere credibile. È il paradosso del perdono: deve arrivare da un altro.

Mi vuoi bene anche così

Sbagliato sbagliato sbagliato

Nel mio vestito vuoto vicino a te

E tu mi raccogli comunque

In mezzo ai vetri e puoi farmi credere

Che sia perfetto anche così

Che mi ami anche così

Sbagliato

Una parola molto gettonata è imperfetto; è di moda non essere perfetti. I profili Instagram sono pieni di mamme imperfette, fotografi imperfetti, scrittori imperfetti. Vuol dire tutto e niente; in più dà l’idea di essere limitrofi alla perfezione.

Quanto a me, vorrei non ci fossero dubbi: sbagliato è ciò che mi descrive meglio. A tu per tu con lo specchio, di macchie addosso, dentro, ne vedo di brutte, scomode, indelebili. Negli errori ci ricado; i peccati bussano, entrano e banchettano col mio orgoglio; alle persone che si meritano il meglio do il peggio. Non sono imperfetta, sono proprio sbagliata.

Quando mi sento figlio e sono un padre

E tu mi dici che

Non è così sbagliato sbagliato sbagliato

Eppure, la nostalgia di una casa è bruciante: ho bisogno di un luogo preciso, di una voce precisa che abbiamo compassione di me. Ho bisogno di sentire che la mia persona perennemente capace di sbagliare non sia un vuoto a perdere.

Anche io sono madre, ma mi sento figlia. Sempre. E non è infantilismo, ma dipendenza come quella dei miei bimbi che mi fissano imploranti appena mi avvicino al frigo. Anche io imploro un nutrimento, un concime buono, da un padre è una madre.

Mi ami anche così sbagliato ?

A chi lo chiedo, io? Certo a mio marito, tutti i santi giorni. E lui sorride, o litiga con me in un modo che mi consola di tutte le mie paure. Ma so che lui è il traduttore di una voce che viene da più lontano, dal Golgota ad essere precisi.

Le mie mani fredde e viola, in mezzo a questa ondata di freddo siberiano, attendono come ogni anno il tepore della primavera, della natura che fiorisce di nuovo, del mistero della Resurrezione. Aspetto la Via Crucis di Chi tutti i miei sbagli se li è messi sulle spalle e poi li ha sciolti in un abbraccio eterno nel giorno di Pasqua.

Cronache dell’ombrellone #4 – Il risveglio muscolare 

Quando parte Occidentali’s Karma è la fine. La ragazza dell’animazione arriva sulla battigia con una mega cassa, innesca Gabbani a manetta e frotte di signore si radunano.

Non so se le stimo o le compatisco. Fare ginnastica sotto il sole di Caronte non è la mia ambizione. Mettersi in pose strane con bikini succinti e Despacito in sottofondo può generare spettacoli vietati ai minori.

In ogni caso lo spettacolo per me, da sotto l’ombrellone, è amplificato dalla presenza del Sandro Ciotti del fitness. Mia madre, insegnante di ginnastica in pensione, commenta tutto: “Hai visto come è flessibile la signora grassa rispetto a quella secca secca? Essere magri non vuol dire niente.” “Ah, no! Io questo esercizio non lo farei mai fare, è dannosissimo per la schiena “. “Sarebbe meglio mettersi in acqua a fare motricità per le signore che hanno le gambe così malridotte “. Eccetera eccetera.

Guarda, cara mamma, non te lo vorrei dire, ma io sono old school. So di deludere le tue aspettative ginniche e so di non potermelo permettere con tre bambini da accudire, però il mio sogno è: ombrellone, sdraio, settimana enigmistica,  zzzzzzzzzzz. 

Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei.