Cronache dell’ombrellone #4 – Il risveglio muscolare 

Quando parte Occidentali’s Karma è la fine. La ragazza dell’animazione arriva sulla battigia con una mega cassa, innesca Gabbani a manetta e frotte di signore si radunano.

Non so se le stimo o le compatisco. Fare ginnastica sotto il sole di Caronte non è la mia ambizione. Mettersi in pose strane con bikini succinti e Despacito in sottofondo può generare spettacoli vietati ai minori.

In ogni caso lo spettacolo per me, da sotto l’ombrellone, è amplificato dalla presenza del Sandro Ciotti del fitness. Mia madre, insegnante di ginnastica in pensione, commenta tutto: “Hai visto come è flessibile la signora grassa rispetto a quella secca secca? Essere magri non vuol dire niente.” “Ah, no! Io questo esercizio non lo farei mai fare, è dannosissimo per la schiena “. “Sarebbe meglio mettersi in acqua a fare motricità per le signore che hanno le gambe così malridotte “. Eccetera eccetera.

Guarda, cara mamma, non te lo vorrei dire, ma io sono old school. So di deludere le tue aspettative ginniche e so di non potermelo permettere con tre bambini da accudire, però il mio sogno è: ombrellone, sdraio, settimana enigmistica,  zzzzzzzzzzz. 

Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei. 

La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

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Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Il miracolo doloroso di Rigopiano

 

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«Se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto sarebbe mio! E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!». (da L’idiota)

Lo scrittore russo Fedor Dostoevskij fu condannato a morte per aver preso parte a una società segreta con fini sovversivi; la grazia da parte dello zar gli venne comunicata pochi minuti prima della fucilazione, il 19 dicembre 1849. Non fu un caso provvidenziale, bensì una forma di sadismo del regime che già da molto prima sapeva della grazia concessa. A un passo dalla morte Dostoevskij fu salvato, quest’evento lo segnò per il resto della vita e nel romanzo L’idiota fece pronunciare a un personaggio la frase citata in apertura, specchio dei pensieri stessi dello scrittore.

rondoninaturaDella natura non si può dire che sia sadica, «non è madre, e non è matrigna. Lo sapeva Francesco il santo e poeta: è sorella» (scrive in un tweet il poeta Davide Rondoni).

Eppure mentre tutti eravamo incollati, col cuore lacerato, a guardare in TV le immagini che giungevano da Rigopiano, veniva proprio da pensare alla Natura a cui dà voce Leopardi nelle Operette Morali:

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte; come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose per dilettarvi o giovarvi. E, finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Dialogo della natura e di un islandese).

hotel_rigopiano_01-resortL’incuranza della natura ospita una creatura capace di cura. Il bellissimo resort di Rigopiano era stato costruito – si potrebbe dire, rubando le parole della Natura leopardiana – «per dilettarvi e per giovarvi», un’impresa creativa pensata per vacanze serene e gioiose. L’uomo è capace di quella cura che la natura ignora, riversando – per casi meteorologici e tellurici incontrollabili – un gigante di neve sopra tanti piccoli e inerti essere umani. Piccoli, piccolissimi. Schiacciati e spariti. Invisibili sotto un candore immenso e mortale.

L’uomo è anche capace di soccorso. Tutta Italia si è inchinata commossa di fronte agli operatori del soccorso alpino che, vedendo bloccato l’accesso al hotel, si sono messi a marciare in fila sugli sci per 9 km e da allora, ininterrottamente per giorni, lavorano e non demordono. Qualcuno su Twitter ha scritto questo encomio:

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Il signor Tommaso Tani vorrebbe essere realista. Eppure usa due parole che esulano dagli assi cartesiani del naturalismo: «ringraziate» e «soccorso». Ma sono profondamente ragionevoli, cioè spiegano una verità che è esperienziale eppure trascende il naturale. Se una gazzella viene risparmiata da una leonessa perché sopraggiunge un branco di elefanti che distrae il grosso felino, la gazzella non va a ringraziare i pachidermi. Se un albero cade in un bosco a causa di un fulmine, i suoi fratelli alberi non vanno a soccorrerlo.

Se la natura, intesa nel suo insieme di esseri vegetali e animali, è incapace di «ringraziare» e di «soccorrere», perché fa parte di essa un essere che possiede questo plus. Da dove gli viene, chi glielo dà all’uomo questo plus, visto che la natura non ne è depositaria?

Ecco, il signor Tani – a sua insaputa, evidentemente – tratta l’uomo da quel capolavoro che è, non interamente spiegabile in termini naturalistici. Un seme divino, soprannaturale, è nel DNA di chi è capace di ringraziare e soccorrere. Io, perciò, ho pregato molto, senza saper bene cosa chiedere o sperare: ho solo rivolto al Mistero un’intensa chiamata, mettendogli in mano tutta la mia commozione. Stringevo più forte i figli accanto a me, intanto.

E poi – quasi incredibilmente – ci è piombato addosso il miracolo. Un miracolo fatto di dolore, perché sotto le macerie e la neve ci sono molte vittime. Ci sono dei corpi ancora irraggiungibili, e questo lacera il cuore. Però, ci sono dei vivi – grida a un certo punto un vigile del fuoco. Fosse anche solo 1 verrebbe da ringraziare. Invece sono 6 … invece sono 8 … tutti i bambini sono salvi. Tutti i bambini sono salvi, bisogna ripeterselo per convincersi che è vero.

Li tirano fuori da un piccolo pertugio, un buchetto stretto stretto in mezzo a un mare di neve. E i vigili del fuoco che li estraggono sembrano ostetriche, che li fanno nascere per la seconda volta tirandoli fuori dal grembo scuro della madre terra. Una delle donne salvate ha proprio detto: «Sono nata di nuovo».

Molto molto tempo fa un certo Nicodemo rimase perplesso di fronte alle parole di Gesù, noi ora forse – con questa vicenda tragica e miracolosa negli occhi – possiamo intuire il senso di quello strano discorso:

Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Gli replicò Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Vangelo di Giovanni, cap. 3)

Chiediamolo a Dostoevskij. C’è una nascita biologica, uguale per tutti che accade nel dolore, per la madre e per il bimbo. Ed è un dolore fecondo quello dello parto, un urlo, uno stringimento, che si fanno apertura e dilatazione. Raggomitolato nel buio dell’utero, il bimbo scende nel canale vaginale, si fa ancora più stretto e schiacciato. Il battito del suo cuore accelera, finché esce e piange, forte. appenanato

C’è una nascita spirituale, che accade sempre attraverso un dolore fecondo; sono quei casi urgenti che ci fanno percepire l’immenso dono che è l’esserci. Di fronte al fucile del boia, qualcuno dice: sei salvo. Il condannato a morte era già sprofondato nel ventre scuro della morte, del nulla. Aveva già detto addio a tutto, forse anche a cose che francamente detestava da vivo. A ogni minima cosa aveva pensato con nostalgia: gli affetti, gli odori, i rumori, i colori del vivere. «Sei salvo» dice qualcuno. E il condannato a morte ri-trova tutto, come gli fosse donato una seconda volta. Nasce in spirito, perché vede da capo ciò che prima non vedeva: l’evidenza che ogni attimo di luce è dono, è prezioso, è immenso. Non è vero che ogni cosa c’è e basta. E’ più vero rendersi conto che ogni cosa poteva non esserci, e quindi se c’è è un dono.

Ecco, Nicodemo. Occorre questa seconda nascita, a tutti. E non è necessario vivere la tragedia dei sopravvissuti di Rigopiano. La vita dispensa dolore su tutti, immancabilmente. Si potrebbe dire che l’inferno è democraticamente distribuito sull’umanità, cioè nessuno è esente dal buio di certe prove cupe da attraversare.

Invece, il purgatorio e il paradiso non sono altrettanto democratici. Sono possibili a tutti, ma non meccanicamente. Richiedono un atto di libertà.

Dostoevskij soffrì di epilessia per tutta la vita a causa di quell’evento incredibile sul patibolo; eppure, per quanto segnato nella sofferenza, non rimase nell’inferno di quel trauma, ma ne fece un purgatorio e forse perfino un paradiso: «E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!».

È questo l’eterno messaggio di bene dietro la Commedia di Dante.

lucecavernaI sopravvissuti di Rigopiano possono comprendere bene, dalle viscere dello stomaco fino all’anima, il verso con cui si chiude l’Inferno: «e quindi uscimmo a riveder le stelle»! Loro sì, come Dante, sono scesi nel ventre cupo della terra e lo hanno abitato con disperazione; impossibile sperare dopo 40 ore di buio e silenzio. E poi da un pertugio stretto sono rinati. Cosa avrà «sentito» ciascuno di loro rivedendo la luce del mondo?

Dicono che ci vorranno degli ottimi psicoterapeuti per far superare alle vittime il trauma vissuto. Io non ho studiato psicologia, ma spero che chi li sosterrà in questo percorso non si limiti a tamponare, arginare, chiudere le ferite dell’incubo; spero che, con ogni strumento possibile, venga fatta fiorire la libertà di queste persone, il vigore divinamente umano di poter rendere fecondo il loro dolore.

Come un secondo atto di nascita, deve sbocciare un frutto buono dall’incubo: attraverso le doglie, attraverso il pianto, qualcosa oltre l’incubo può nascere. Bisogna spingersi avanti, nell’inimmaginabile mistero della gratitudine.

Arrivati in fondo all’Inferno Virgilio e Dante non tornano indietro, ma vanno avanti: una volta che l’uomo ha toccato il fondo sbattendo contro il muro gelido del male, non può semplicemente fare il cammino a ritroso, deve trovare una strada nuova che sia opposta a quella dell’andata. Guidato da Virgilio, Dante si aggrappa alla terra e sale attraverso un cunicolo stretto, fa lo sforzo concreto di ritrovare una via che lo rimetta in contatto con il mondo esistente. La salita, per quanto faticosa, è quella lieta della gioia, perché tutto cambia negli occhi che tornano a vedere dopo essere stati al buio. Così Gilbert Chesterton scrisse dell’esperienza di buio spirituale che visse San Francesco prima della conversione, anzi per arrivare alla conversione:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia».È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto. (Da San Francesco)

Essere al mondo non è una faccenda meritocratica; nessuno, tecnicamente, ha fatto qualcosa per meritarsi lo spettacolo della realtà. Spettacolarità che rimane tale, pur attraversando tutte le declinazioni che vanno dall’amabile al terribile. Finché non accade nella vita di ciascuno questa seconda nascita, cioè questa coscienza di gratitudine ritagliata sullo sfondo del buio, nessuno può dire di essere davvero vivo.

Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

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Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.