Anche gli angeli sbrogliano matasse

In un tranquillo dopocena infrasettimanale ho sentito quest’eresia in TV: «… perché noi siamo donne che corrono dalla mattina alla sera, non stiamo a casa a fare la maglia!». Lo diceva una conduttrice per esaltare il comfort di un paio di scarpe.

Bette Davis e Sally Sage

Bette Davis e Sally Sage

Casualmente io stavo facendo la maglia. Mi sono anche fatta un veloce esame di coscienza, richiamando alla memoria che pure io avevo corso tutto il giorno tra figli e lavoro. Perciò ho alzato la testa dalla maglia per guardare in faccia la signora in TV e le ho telepaticamente risposto: «Mia cara, fai anche tu la maglia e ti renderai conto che non è una faccenda da sfaccendate».

Lavorare a maglia è un’attività completa, richiede manualità e pensiero, pazienza e volontà, creatività e ripetizione. Quando mi ci dedico, io mi ricordo del mio posto nel mondo: sono una creatura semplice che si dà da fare dentro un ordito di circostanze che appare casuale ma non lo è. La vita, come la maglia, sembra senza schema se guardata da vicino e in modo frammentato; quando la osservi a distanza di tempo, ti accorgi che eventi irrelati tra loro e insignificanti si sono incrociati in modo fruttuoso o doloroso. Nulla si presenta irrelato o isolato, tutto crea un disegno.

 E poi sferruzzare è un impegno che educa al valore della pazienza: volere tutto e subito è un’illusione fallace; invece, una grande gratificazione attende chi pazientemente lavora a una trama fatta di piccoli passi, a volte ripetitivi.

Ho imparato dal signor Chesterton che i detti popolari sono depositari di grandi verità, perché il popolo è sano e non dice fesserie. La frase sul fare la maglia pronunciata dalla conduttrice non credo appartenga alla sapienza popolare; sarà nata in qualche altra circostanza snob insieme alla frase sul «pettinare le bambole». Pettinare le bambole è un altro impegno benedetto e sacrosanto; basta osservare una bimba che lo fa! Richiede lo stesso tipo di amore con cui una mamma pettina, pulisce ed educa i suoi figli. Pettinare le bambole è sinonimo di «ama il prossimo tuo come te stesso».

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Foto di Audra B

I veri detti popolari sul lavoro a maglia sono – guarda caso – molto più assennati e realistici. Si dice «trovare il bandolo della matassa», si dice «sbrogliare la matassa», si dice persino «sta attaccato con lo sputo».

Non sono esperta nel metodo dello sputo, ma dicono che funzioni davvero ed è un modo efficace per unire due gomitoli di lana.

Sono molto esperta in matasse, invece. Soprattutto in matasse tutte imbrogliate.

Qualche settimana fa mi occorreva un filato mélange per fare un paio di guanti e sono andata nel negozio di fiducia, dove l’addetta mi ha mostrato ciò che aveva. Ha aggiunto: «Queste sono matasse, non gomitoli. Sa come fare gomitoli da una matassa?».

Le ho chiesto di fare un ripasso, non si sa mai. E lei ha cominciato mostrandomi come trovare «il bandolo della matassa». C’era un piccolo filo di cotone bianco che indicava il punto da cui si dipanava la matassa. Poi mi ha mostrato la tecnica per fare il gomitolo, suggerendomi di avvalermi di qualche aiutante. Arrivata a casa, ho chiesto aiuto ai miei figli che hanno trovato la cosa a tratti divertente e a tratti noiosa.

Alla fine, grazie al loro contributo esilarante, mi sono ritrovata con una matassa di filo mélange tutta intrecciata. È una prova di pazienza sbrogliarla. Mi è venuto in soccorso mio marito, il cui sguardo è più analitico e operativo del mio. Però lui di solito non ha pazienza; invece quella sera se ne stava lì sul tavolo e silenziosamente sbrogliava la mia matassa.

È stato a quel punto che ho pensato alle Parche e al fatto che la loro versione dei fatti non mi convincesse del tutto.

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Mi riferisco alle figlie di Zeus e Temi, le tre divinità a cui era affidato il destino dell’uomo: Cloto filava il filo della vita, Lachesi distribuiva i destini e decideva la durata del filo della vita, infine Atropo tagliava il filo nel momento della morte. Le loro decisioni erano immutabili, neppure gli dèi potevano metterci becco.

È interessante che la metafora tessile sia associata alla vita umana fin dalla classicità, segno – appunto – che non è cosa insignificante mettersi a tessere e cucire. Però, dove sta la mia libertà in una visione così ineluttabile e affidata al discernimento insondabile di quelle tre signore?

Guardando mio marito alle prese con la mia matassa, un pensiero mi ha attraversato la mente. In quel filo tutto intrecciato ho visto la mia vita incasinata, in quelle mani lente che lo districavano ho visto un angelo soccorritore. Mani più grandi della matassa erano all’opera per farne un gomitolo ordinato. E la matassa si faceva aiutare perché da sola era inerte.

Come essere umano, io certo non sono inerte. Però sono incapace di venire a capo di tutto il putiferio che mi circonda. Ne combino così tante che mi ritrovo spesso a dover trovare il bandolo della matassa. La confusione degli eventi e l’ansia mi rendono smemorata, mi precipitano nella nebbia di non ricordare più l’origine di un’azione o di una scelta. Perché lo sto facendo? Boh.

Senza il bandolo della matassa non si combina nulla. Senza aver chiara l’origine di ogni gesto non si porta a termine nulla.

Sono poi così disordinata e frenetica da mandare all’aria i progetti. Tutto il filo della vita si attorciglia … e quanti brutti nodi sono capace di creare. Forse sarebbe davvero meglio che se ne occupassero Cloto, Lachesi e Atropo! E invece no. La mia libertà è una cosa sacrosanta, così preziosa che il Creatore ha tollerato ogni nostra specie di garbuglio pur di salvaguardarla.

Accade talvolta che nodi strettissimi si sciolgano in modo inaspettato, o che matasse di eventi indecifrabili ci svelino all’improvviso un’ombra di senso. È in queste circostanze che ho la certezza che il Creatore ci abbia offerto della manodopera di alta sartoria di cui avvalerci. Sono certa che non sia rimasto passivo nel vedere il nostro filo annodarsi e attorcigliarsi.

Ha pensato per noi a degli aiutanti, gli angeli. Definirli degli sbroglia-matassa è riduttivo, perché loro sono la milizia celeste e quindi suppongo che, quando a tempra volitiva, non siano da meno delle Parche. D’altra parte, per proteggere le nostre matasse ci vuole proprio un sacco di fermezza e volontà. Illumina, custodisci, reggi, governa. Li preghiamo con queste parole e forse loro sono proprio come le mani di mio marito che, silenziose, si mettono di buona lena per accudire la trama della nostra vita.

Ci fa bene che il loro intervento non sia sempre attivo e risolutivo; ci reggono e ci governano anche quando la barca sembra in completa balia della tempesta, perché nessun bambino impara a camminare se i suoi genitori lo tengono sempre stretto.

Però ci sono dei momenti in cui è evidente che il nostro destino non è abbandonato al puro o semplice caso, o al nostro istinto.

Sono quei momenti in cui noi avvertiamo, vagamente, un sollievo; o quando ci piomba addosso un’intuizione improvvisa e benedetta. Sono quei momenti in cui, pur da soli, sentiamo di non aver risolto tutto da soli. Lì c’è il tocco di angelo, che ha sciolto un nodo o ha sbrogliato l’intrico di fili attorcigliati.

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Grace Brett, 104 anni, è la più anziana street artist al mondo. Decora la sua città in Scozia con i suoi lavori all’uncinetto e a maglia

Arrivata a questo punto del mio sogno a occhi aperti, mi è passata per la testa un’altra visione del tutto strampalata ma confortante. Ho pensato che gli angeli sono così angelicamente virtuosi da essere solidi come il marmo, distanti dalla fragilità umana. Ho pensato che ai loro occhi tutti i nostri gesti e tentativi devono sembrare dei miseri scimmiottamenti, qualcosa di incomprensibile in base alla logica della Puro Bene.  

Forse abbiamo bisogno di traduttori che spieghino alla milizia celeste il senso dei nostri piccoli gesti, o anche solo di rompiscatole che incalzino i cherubini ad aiutarci per cose che ai loro occhi angelici parrebbero stramberie.

Ecco … forse parte del purgatorio dei nostri morti consiste nell’elemosinare pietà per noi. Io me la vedo benissimo mia nonna che, lassù, importuna una creatura celeste spiegando e rispiegando che sono un’egoista orgogliosa, ma in fondo sono buona. Me la vedo che fissa dritta negli occhi un serafino (lei non ha mai avuto paura di nessuno!) e lo convince: «Dai, su, fai qualcosa … Non vedi che s’è di nuovo cacciata in un pasticcio? Guarda che non ne viene mica fuori, dai dalle una mano. Io glielo dicevo sempre che è precipitosa e ansiosa!».

Ovviamente questa visione non ha alcuna attendibilità teologica, è solo un mio viaggio di testa. È anche nostalgia di quei pomeriggi invernali trascorsi in silenzio a sferruzzare con mia nonna.

Incidenti e angeli

Due giorni fa è morto Eugenio Corti, una delle voci più grandi della letteratura europea contemporanea – inspiegabilmente (e, sia lecito dirlo, colpevolmente) dimenticato dal mondo culturale italiano.

Chi lo ha letto, lo ricorda in questi giorni scrivendone. E per quanto sia ovvio farlo quando uno scrittore muore, mi rendo conto che è anche doveroso. Si può pagare il fio della banalità e dell’ovvietà, proprio in nome del fatto è sempre vero – è sempre vero – che quando perdi qualcosa di importante, ne riconosci il valore. Riconosciamolo umilmente: noi siamo fatti così, una cosa ci deve mancare per darci una svegliata.

Io, dunque, lo ricordo nel giorno in cui lo invitammo a tenere un incontro in Università a Bologna. Lui era già anziano, io ero in quella fase “universitaria” di grandi entusiasmi ideali e poca effettiva esperienza di vita. Più vita vista sui libri che nella realtà, insomma.

Si fermò a pranzo con noi e ci raccontò fatti di guerra, di come lui l’aveva vissuta sul fronte russo, di quanti uomini – amici e non –  aveva visto morire; episodi che a noi ragazzi colpivano soprattutto per gli aspetti “cinematografici” della cosa (scontri armati, fughe, pistole …). A lui, invece, premeva dirci che in quelle circostanze così tremende aveva avuto la certezza che gli angeli esistono come presenze al nostro fianco. Probabilmente, si accorse che qualcuno di noi (io stessa) sorrideva al sentire questa cosa, interpretando in chiave sentimentalistica le sue parole. Allora si fece serio, e ci accorgemmo che quelli erano davvero gli occhi di un soldato. Ribadì la sua certezza sulla presenza degli angeli, in modo che fosse chiaro che non si trattava di favolette sui fantasmi.

Concluse la chiacchierata con noi leggendoci l’ultimo brano del suo romanzo più importante, Il cavallo rosso. E io ne trascrivo alcune frasi, di nuovo, qui. Perché è con quelle parole – straconosciute, per chi le ha lette – che lui continua a farci compagnia; non siamo noi che lo ricordiamo, è la sua voce che rimane una mano tesa a chi resta. A noi qui, che continuiamo a fare esperienza di vita; che altro non è se non un susseguirsi di occasioni e incidenti. Tutto è incidente, cioè tutto ci segna. Il cammino di guerra e pietà, direbbe Dante.

Un incidente autostradale vero e proprio, qualcosa che incide la linea della vita sulla terra di una persona è la fine che lui scelse per il suo romanzo. Un finale perfetto, proprio perché non è la fine.

Fu una questione di attimi: la donna udì lo stridore del metallo contro i ritti di pietra del parapetto e urtò in pari tempo con terribile violenza il capo. Dopo di che non s’accorse più di niente; non si accorse che la macchina, sfondato il parapetto, precipitava nell’acqua nera. Ebbe solo una lontana, lontanissima percezione di freddo, e fu la sua ultima percezione quaggiù.
Sulla sua anima, come due falchi, piombarono ad ali chiuse i due angeli: il suo e quello di Michele, pronti all’ultima difesa contro le eventuali insidie all’ingresso nel mondo degli spiriti. Ma non ci furono insidie.
Mentre, rotolando lentamente sott’acqua, la macchina col corpo senza vita d’Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e i due angeli affiorarono insieme nell’aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. … Scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: “E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?” l’angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante. “Verrà anche il suo momento – le rispose con piglio più soldatesco l’altro angelo – questione solo di poche decine d’anni, per chi sta qui lo stesso che niente”. In un ultimo residuo di comportamento terreno Alma sospirò.
Intanto intorno a lei cominciavano a configurarsi altre presenze spirituali; si accorse anzi che una di queste le stava venendo incontro. Era lo spirito d’una donna d’incomparabile bellezza: Almina spalancò i suoi occhi nuovi: ” Marietta! – esclamò – Oh, Marietta, sei tu?”. … “Benvenuta Almina – la salutò con gioia Marietta – Benvenuta”. …
A questo punto l’angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: “Beh, io devo tornar giù – disse con un mezzo sospiro – il mio posto è ancora là”, e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini”.

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Foto di Susan Sermoneta