Cronache dell’ombrellone #3 – Le feroci Erinni 

La grazia si addice al femminile, la forza al maschile. Ma ci sono casi in cui l’irruenza si addice alle femmine e la resa ai maschi.

Ricordo sempre con tenerezza i brividi di Virgilio e Dante davanti alla porta di Dite quando arrivano le Erinni. Immobili e spaventati a morte.

Stamattina Martino aveva raccolto con pazienza (cosa atipica per lui) “conchiglie straordinarie” nel secchiello e le osservava estasiato sulla battigia, le coccolava e parlava con loro. Finché è arrivata Gaia l’Indifferente.

Da che siamo arrivati (10 giorni fa) non l’ho mai vista ferma. Sguazzava in acqua sollevando uno tsunami di schizzi, suo nonno rassegnato. Poi ha cominciato a ballare fino ad arrivare al secchiello di Martino, lo ha osservato, gli ha dato un calcio rovesciando tutto, ha pestato le conchiglie ed è andata via. Al lamento di Martino: “Perché l’hai fatto?”, lei senza girarsi ha urlato: “Booooh!”. 

Sabato è capitato di peggio con Rachele la Distruttrice. Michele e il suo amico Matteo avevano costruito un castello di sabbia, un progetto ambizioso… canali… ponti… decorazioni. Un’opera in grande che li ha resi fieri e felici. Dal nulla si è materializzata la furia: con una rincorsa pazzesca Rachele, non più di 5 anni, è arrivata e ha distrutto tutto, con le mani con i piedi col sedere. Rideva come una matta, e se n’è andata. Da lontano i suoi genitori, immobili, ridevano dell’impresa della loro bambina. 

Michele e Matteo, tali e quali a Dante e Virgilio, sono rimasti muti e imbambolati. Solo dopo molti minuti, Michele ha sussurrato: “Ahhh, le femmine”.

Cronache dell’ombrellone #1 – Dal tramonto all’alba 

Sono a Cesenatico coi miei tre bimbi, ho pensato di raccogliere piccoli racconti di ciò che accade in spiaggia. Forse ci dicono qualcosa del paese reale… insomma della vita vera che non trova spazio nei TG ma è la linfa dell’umanità.

Parto da oggi.

Passano davanti a noi, lui e lei camminando sulla battigia. Staranno insieme da una vita, lei curva curva e lui col bastone. Lentissimi eppure hanno i costumi coordinati, gialli entrambi, e lei – occhialoni da sole giganti come le dive – ha la messa in piega perfetta.
In direzione opposta arriva di gran carriera un giovane babbo con una torta enorme tra le mani e un 3 in cima (festa di compleanno in spiaggia, suppongo).
La signora si ferma e grida al babbo ridendo: “Veniamo anche noi?”
Il babbo senza fermarsi: “Venga, venga c’è posto per tutti!”.

In direzioni opposte, il tramonto e l’alba della vita s’incontrano.

(PS: sì, mi sono goduta la scena e non ho scattato la foto “giusta”)

IMG_0114.JPG

Cosa ci facereste voi con la palla magna magna?

Ho avuto il grande privilegio di avere come docente di storia della lingua italiana la Professoressa Maria Luisa Altieri Biagi e di frequentare  le sue lezioni universitarie nel momento in cui lei si dedicava anche a un altro mestiere, quello di nonna.

La sua visione della linguistica mi ha cambiata. Lei insisteva nel dirci che la grammatica non è una materia da imparare, ma semmai di cui prendere coscienza. Ogni bambino, infatti, nel giro dei suoi primi due anni diventa capace di usare la lingua dei suoi genitori, cosa miracolosa che non si ripeterà mai più nella vita. Per imparare un’altra lingua nel modo in cui conosciamo la nostra lingua natia, infatti, non c’impiegheremo mai più solo due anni. Il bambino di due anni, ovviamente, non ha le proprietà linguistiche di un erudito adulto, ma sa perfettamente pilotare lo strumento. Ad esempio, la professoressa ci raccontava che la sua piccola nipotina le diceva ogni giorno: “Nonna, dammi LA bacio”. E la professoressa spiegava la cosa dicendoci: per quanto sbagli tra femminile e maschile, per quanto sbagli tra articolo indeterminativo e determinativo, lei – pur piccola – ha giustamente messo un articolo davanti al nome, senza aver studiato nessun manuale. L’ascolto e una congenita predisposizione alle strutture grammaticali stavano rendendo la piccola una creatura linguisticamente attiva.

La conclusione dell’Altieri Biagi era dunque: quando a scuola si studia grammatica, non si fa altro che prendere coscienza di qualcosa che già sappiamo e sappiamo usare bene (al di là degli errori spiccioli) perché comunichiamo.

Quando sono diventata mamma ho compreso meglio il fascino stupefacente che c’è nel vedere un bambino che pian piano – ma anche svelto svelto – impara a parlare. Dopo i bababa mamamama lalala si passa all’imitazione di parole vere e proprie più o meno complesse. Mamma, palla, ciuccio, ecc. Ma la fase veramente esaltante è quando fanno il salto: ad un certo punto, usando parole che conoscono per imitazione, i bambini cominciano a formulare frasi nuove. S’inoltrano nel terreno dell’espressione, usano ciò che sanno per dire ciò che vogliono.

1414373213_90732b802d_b

Foto di Horizontal Integration

Ricordo l’estate in cui mio figlio maggiore compì 2 anni, eravamo in vacanza a San Martino di Castrozza e festeggiammo il suo compleanno in un ristorantino. A fine cena, il piccolo Michele rivolse gli occhi da una parte, palesemente incuriosito da qualcosa. Mi indicò insistentemente quel qualcosa, ma c’erano così tante cose (persone, scaffali, oggetti) che io non capii. E Michele capì che il suo dito teso verso l’oggetto non bastava. Allora, accalorato sbuffò e tirò fuori la frase: “Mamma! Palla … palla magna magna!”

Palla magna magna? Cos’è? Mi guardai in giro, ma di palle non ce n’erano. Michele continuava insistente con la sua litania e …uhm..uhm … non so come gli occhi mi si fermarono sul bimbo seduto a un altro tavolo che mangiava un lecca lecca. Allora, chiesi a Michele se voleva quello e lui – quasi sfinito – disse: “Sì, palla magna magna!”. Eh già, cara mamma! Una palla che si mangia. Per me e mio marito questo resta uno dei ricordi familiari più esilaranti. Poi, leggendo questa intervista ad Andrea Moro ho dato un nome a ciò a cui avevo assistito: gli uomini sanno fare un uso infinito di un mezzo finito, la sintassi.

Michele non conosceva il termine giusto per chiamare quella caramella, ma le risorse linguistiche che già possedeva gli hanno permesso di esprimersi in modo originale e perfetto per indicare ciò che voleva: nome + verbo aggettivizzato. E – chissà come – ha usato una ripetizione che, guarda caso, c’è anche nel nome che usiamo noi: lecca lecca, magna magna.

2298633104_de877f0f98_b

Foto di Sharyn Morrow

Qualcos’altro mi lascia ancora più meravigliata e lo sto sperimentando ora con il figlio minore. Martino ha 4 anni e sa esprimersi bene … uh… fin troppo! … è in piena fase espressiva e loquace, conosce bene le parole e non ha freni inibitori. Ha fermato una sconosciuta per strada e le ha chiesto: “Perché tu sei vecchia?”. Ecco, grammaticalmente la frase è impeccabile … nel tempo verrà anche il resto …

Comunque, quel che noto in lui è l’uso dei verbi; ne conosce molti, ma naturalmente non sa tutte le regole per coniugarli. Ci prova e ci prova bene, nel senso che quando si tratta di coniugare i verbi regolari ci azzecca. Quando c’è da coniugare i verbi irregolari … ecco… ci azzecca di nuovo, perché li coniuga come fossero regolari. Dice: “Cosa FACETE?” oppure “Mamma, mi hai APERITO la bottiglia?” . Quasi quasi pare un latinista…e vagli tu a spiegare che sono verbi irregolari. Io, onestamente, ho smesso di correggerlo. Ci penserà poi la scuola.

A me ora piace tantissimo avere per casa una voce di innocenza che parla in modo regolare, a un branco di adulti che hanno imparato a usare gli irregolari. Mi pare un segno di speranza, vedere che al principio è insito in noi un istinto ad andare verso la regolarità e non verso l’irregolarità. Martino non sbaglia. È la nostra lingua che nel tempo ha dovuto adattarsi alle nostre irregolarità. La lingua è testimone di ciò che noi siamo, raccoglie le contaminazioni, gli adattamenti, gli slang, le semplificazioni; insomma va dietro alla traballante storia umana. Ma è bello avere la conferma che non nasciamo neutri, bensì predisposti alla regola … alla strada maestra.

 

NB: nel frattempo il piccolo Michele è diventato più grande (8 anni) e le sue trovate linguistiche si sono ulteriormente raffinate. Di ritorno dal mare mi ha chiesto: “Mamma, quand’è che mi sbronzo?”. Alla mia perplessità ha replicato, con impassibile chiarezza, che intendeva dire “quando avrebbe perso l’abbronzatura”. Plausibile. Se il contrario di leale è sleale, di incoraggiare è scoraggiare, di cucito è scucito…potrà ben essere che il contrario di abbronzare sia sbronzare. E mi rendo conto che su questa finestra di possibilità la fantasia prende il volo.