Passi piccoli. Buoni propositi per l’anno nuovo.

aaaaapollicino-3-copia

Per ritrovare la sua casa Pollicino doveva seguire la traccia delle briciole di pane. Sto cominciando a pensare che la sua avventura abbia un senso anche per me. Ho raccolto tante briciole negli ultimi giorni, disordinatamente, che mi stanno suggerendo – appunto – quanto proficuo sia il metodo delle briciole.

In effetti non ho fatto una gran scoperta; già da tempo Anna, una mia compagna di università, ci ha fatto un blog; bellissimo.

Da qualche anno ho quest’abitudine: verso novembre drizzo le antenne su tutto ciò in cui m’imbatto perché è sempre capitato che, casualmente, mi piombasse tra le mani una «dritta» per l’anno nuovo. Quest’anno la mia attenzione è stata catturata da questa citazione dal Piccolo principe, pubblicata su un profilo Instagram che seguo.

“Non ti chiedo miracoli o visioni, ma la forza di affrontare il quotidiano. Preservami dal timore di poter perdere qualcosa della vita. Non darmi ciò che desidero ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi”

Mi è sembrato un messaggio ad personam, cioè proprio diretto a me, perché la mia piccola Matilde è pronta ad avventurarsi nel mondo del gattonamento e poi in quello più spericolato delle camminate. Anno nuovo significherà per la mia famiglia ri-imparare a camminare, accompagnando Matilde nella sua esperienza. Un passo dopo l’altro. L’arte dei piccoli passi è il segreto più recondito del mondo.

Tutte le briciole che sto raccogliendo ultimamente confluiscono sul mistero fruttuoso della piccolezza. Non è una riflessione ben organizzata, è più che altro un ingorgo di domande, un mosaico tutto ancora scombinato. La nostra storia e immaginazione raccolgono tanti spunti in cui tutto ciò che è minuscolo compie meraviglie più clamorose di ciò che è grosso, potente, vistoso.

Il piccolo Jack ha sconfitto i giganti.

Perché proprio e solo un piccolo Hobbit della Contea poteva riuscire a distruggere l’anello?

Dio è diventato un piccolo neonato in una piccola grotta in una piccola provincia del grande impero romano.

Perché per entrare nel paese delle meraviglie Alice si è dovuta infilare in un passaggio piccolo?

In 300 insieme a Leonida sconfissero l’immensa armata persiana alle Termopili.

Queste sono alcune dei tasselli del mosaico confuso che avevo in testa già da un po’; se ne sono aggiunti s-l225altri dopo che la citazione di Saint Exupery mi è piombata addosso. In queste vacanze natalizie ho letto due libri: i Racconti ritrovati di Tolkien e Imagine. Utopia o nichilismo? di David Nieri.

In uno dei racconti di JRRT si parla di un viaggiatore che ha il desiderio di esplorare tutto il conoscibile, una ricerca nel vasto, nell’ampio, nell’illimitato. Proprio come l’Ulisse dantesco. Eppure questo viaggiatore finisce per incuriosirsi e fermarsi in un luogo piccolo piccolo, la casa del gioco perduto in cui si può entrare solo seguendo queste indicazioni:

«Piccola è la casa, ma più piccoli ancora sono coloro che vi abitano – perché tutti quelli che entrano devono essere davvero piccoli, o di loro spontaneo desiderio devono diventarlo mentre stanno sulla soglia».

Può essere che solo la piccolezza abbia risposte davvero sensate per chi sente il bisogno di «tutto» e vorrebbe ottenerlo allargando la mente all’infinito? La risposta non ce l’ho. Però leggere il libro che David Nieri ha scritto su John Lennon e sulla canzone più famosa che abbia composto mi ha fatto procedere nella stessa direzione di riflessione.

coverimagine-5Imagine è ritenuto IL manifesto pacifista; ahimè non è affatto così e io l’ho detestata da sempre, però in modo superficiale. Grazie a questo libro ho conosciuto meglio Lennon, commuovendomi profondamente per il suo disagio irrisolto che confluisce in Imagine come fosse un grande castello, fragilissimo e sul punto di crollare. L’utopia di questa canzone non tiene e frana nel nichilismo proprio perché tende a togliere ogni sorta di limite e confine; è una negazione del piccolo e di ogni cornice possibile.

«Nessun paese, nessuna proprietà, nessuna religione» canta John ed è il balbettio di un uomo solo che ci prova, ci prova, ci prova a immaginarsi come dove quando possa esistere un luogo e un tempo di pace. Toglie i limiti, che lui interpreta come cinture di forza. Ma scrive Nieri: «Imagine prospetta una realtà senza radici e priva di qualsiasi identità … . Si tratta in effetti di una visione nichilista che diventa inesorabilmente fonte di violenza e sopraffazione».

I limiti sono in realtà le nostre cinture di sicurezza, quelle che ci proteggono in caso di disastro. E la cosa più commovente che ho appreso da questo libro è il finale emblematico della storia di quest’uomo-cantante-idolo-guru. Un bambino piccolo piccolo giunse anche a Lennon per cambiargli la vita. Scrive David Nieri:

«Disilluso, John Lennon si stancherà presto anche della lotta in prima linea, fino ad abbandonare completamente le scene per cinque anni, dopo la nascita del figlio Sean (1975), del quale decide di prendersi cura totalmente, a differenza di Julian, che per lui rimarrà quasi un estraneo.

L’artista che tornerà sulle scene cinque anni dopo con l’album Double Fantasy, condiviso con la moglie, sarà quasi irriconoscibile. È lecito pensare che Imagine a questo punto della sua vita, sia solo la tappa intermedia di un percorso che lo ha portato a comprendere il suo vero significato, grazie anche alla nascita quasi miracolosa di un figlio – le possibilità di averlo, secondo i medici, erano assai remote – , che ne muta radicalmente le prospettive».

Come il viaggiatore di Tolkien, anche Lennon ha esplorato l’esplorabile (illiminata fama, illimitati soldi e viaggi, illimitato abuso di droghe, libertà sessuale e verbale) e poi giunse lui un segno piccolo piccolo, un bimbo così fragile che non avrebbe neppure dovuto sopravvivere. È umano fermarsi ad adorarlo, come fecero i pastori a Betlemme. Cosa «dice» a un uomo bisognoso di senso un segno così piccolo?

La piccolezza insegna il mistero dei piccoli passi fatti da piccole creature. Il granellino di senape è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.  Ogni gesto quotidiano di relazione – che resta innominato dalla cronaca, invisibile alle grandi masse, apparentemente anonimo –  è una pietra miliare nella storia dell’umanità, cambia i destini più di un terremoto o di un attentato terroristico. Non so perché sia così, ma è così.

Dobbiamo custodire piccoli recinti di piccolezza, casette piene di «bambini» insenso letterale e simbolico. Se ci verrà chiesto, dobbiamo sacrificarci per salvare i piccoli (che sono i bambini, che sono gli ultimi, che sono persino i cuori rimpiccioliti dentro anime vanagloriose). Dobbiamo fare come fa miss-peregrine-la-casa-dei-ragazzi-speciali-770x439_cMiss Peregrine; anche questo film natalizio mi ha colpito molto.

Tutto ciò che è speciale va custodito in una piccola casa. Non significa escludersi dal mondo; significa affrontarlo in pienezza, grazie a una certezza che può sopravvivere solo aggrappandosi a qualcosa di concreto e limitato.

Ecco, non so dire altro … è l’ipotesi con cui mi addentro a esplorare l’anno nuovo, in attesa che altre briciole siano messe lungo il mio cammino verso casa.

Ed è motivo di grande gratitudine per loro notare che, mentre io rimuginavo in astratto su queste cose, i miei amici Anita e Giuseppe hanno concretamente composto e cantato Quando saremo piccoli, perfetta colonna sonora del viaggio di chi come me si sente un hobbit piccolo ma non fragile.

 

Amici per le scale

supermarket-improvements-failPer ottimizzare i tempi faccio la spesa di pomeriggio, quando passo a prendere alla materna mio figlio minore. Così esco di casa un’unica volta. Capisco che la mia comodità non tiene conto delle esigenze di mio figlio che, dopo un’intera giornata di giochi e impegno, gradirebbe andare a casa a rilassarsi e non mettersi dentro il caos di un centro commerciale. Mea culpa. Anche perché l’ambiente del centro commerciale è pieno di trappole per il bimbo in tenera età. È il luogo in cui la dinamica del desiderio viene esasperata e distorta nel «voglio … voglio … voglio».

Ma il bambino può anche sorprendere, anzi sorprende sempre.

E così di recente ci è capitato un fatto simpatico. Usciti dalla materna, io e Martino (5 anni) siamo andati a fare la spesa. Abbiamo parcheggiato e preso il carrello, poi ci siamo avviati sulle scale mobili che portano al piano del supermercato. Io tenevo il carrello, Martino c’era sdraiato dentro. Qualcuno è arrivato dietro di noi, ne sentivamo le voci alle nostre spalle mentre salivamo.

«Babbo, prendiamo il carrello con la macchinina?»ShoppingCar

«No»

«Perché?»

«Perché? Ti ricordi cos’è successo la settimana scorsa? L’hai voluto e poi ci sei stato dentro due secondi e basta … poi ti sei messo a correre a piedi e non hai voluto più saperne di stare nella macchinina. No, non spreco 4 euro per quell’aggeggio».

«Babbo, ti giuro che questa volta ci sto dentro per sempre».

«No, punto e basta».

Ne è seguito un pianto a dirotto.

Per tutto il breve tempo di questo dialogo, Martino mi ha fissato con gli occhi sbarrati. Sospetto che abbia avuto un deja vu. In ogni caso, non appena è scattato il pianto, Martino si è sporto fuori dal carrello per guardare il bambino disperato alle nostre spalle. E gli ha detto, come se si conoscessero da una vita: «Stai tranquillo. Anche mia madre mi ha detto la stessa cosa. Non c’è proprio speranza».

Il bimbo, forse più stupito che convinto da quelle parole, ha interrotto per un po’ il pianto. Io mi sono girata verso l’altro genitore e sorridendo gli ho detto: «A quanto pare siamo banali e diciamo tutti le stesse cose …».

Il bambino è senz’altro più fragile di fronte alle trappole e alle tentazioni furbe del mondo commerciale degli adulti, e lo è perché la dinamica del desiderio in lui è ancora «spudorata», senza filtri. Ma proprio questa spudoratezza è anche il suo anticorpo. Noi adulti filtriamo i desideri; valutiamo, ponderiamo. Ma filtriamo anche la condivisione; ci tratteniamo. Il bambino non riesce a farlo. Se vede qualcuno a cui capita un’esperienza simile alla sua, lo sente vicino e spontaneamente … «spudoratamente» entra in rapporto, si sente spinto a condividere.

Quante volte vediamo persone sconosciute impelagate in piccole vicissitudini che anche a noi sono capitate. Sappiamo quello che stanno passando, eppure spesso e volentieri prevale la dinamica del «non mi impiccio». Se cominci a condividere, magari saltano i tuoi programmi … fai tardi. E poi, se noi ne siamo venuti fuori da soli, ce la faranno anche loro, no?

Per il bambino, invece, la somiglianza è una calamita che lo porta verso l’altro, saltando a piè pari il muro del non conoscersi. Se io e te abbiamo qualcosa in comune, beh … allora … un po’ ci conosciamo già.

supermarket-431x300Io ricordo l’abitudine bellissima di scambiarsi il carrello ai supermercati: appena ti avvicinavi alla fila dove erano legati, qualcuno ti diceva sempre: «Aspetti, lo dia a me» e ti allungava la moneta da 500 lire. Ora neppure questo minimo di condivisione accade più. Almeno a me non è capitato più da molto tempo. Ciascuno infila il carrello ed estrae la sua moneta; dietro qualcuno aspetta e lo prende a sua volta infilando la sua moneta. Eppure siamo lì per lo stesso motivo: farina, latte, pelati, biscotti … .

Quelle poche parole mi mancano. Mi mancano le 500 lire di un altro, e lasciargli il carrello con le mie 500 lire. Era un po’ come passarsi il testimone, cioè tenersi per mano – da sconosciuti – nel tran tran della vita quotidiana.