Carriole comiche

Viva gli strafalcioni, sono meglio delle buone idee.

Scrivendo tutto il giorno, commetto errori di ogni tipo sulla tastiera e il correttore automatico a volte mi salva, a volte addirittura m’illumina d’immenso. Chissà in quale modo storpiato io avevo digitato il titolo del mio libro “capriole cosmiche” … se il correttore si è sentito in dovere di sistemare la cosa in “carriole comiche”. Ho preso l’indicazione come un messaggio celeste.

Da tempo, cioè più o meno da quando è uscito il libro, mio marito mi dice: “Senti, non è che tu puoi fare le cose e poi abbandonarle, devi curarle”. Infatti, io mi riconosco appieno nella descrizione di Oriana Fallaci: lei sosteneva che pubblicare un libro è come partorire, è talmente doloroso che una volta fatto, è fatto. Il libro richiede così tanta dedizione mentre lo si scrive, che quando lo vedi nascere “fatto e finito” è quasi liberatorio abbandonarlo alla sua strada. Ora è fuori. Che cammini pure con le sue gambe.

Ma ha ragione mio marito. Dovrei curarmi delle cose che faccio. In sintesi, dovrei promuovere il libro.

Francamente, non mi ci vedo seduta davanti a una platea a portare chissà quale messaggio autorevole. Men che meno mi vedo in contesti intellettuali. Ecco, allora, che provvidenzialmente mi è piombata addosso la visione delle “carriole comiche”.

Foto di Matthew Benton

Foto di Matthew Benton

Da piccola scorrazzavo in campagna con una grande carriola arrugginita che mio nonno mi lasciava usare. Ci caricavo su quel che capitava: sassi, verdura, bambole. Poi rovesciavo tutto, da qualche parte. Per me era un gioco. Quando era mio nonno a usare la carriola, la cosa era ben diversa. Lui la riempiva all’inverosimile, dedicandosi ai grandi lavori che impone la gestione di un podere. D’estate in pieno sole lo vedevo sudare avanti e indietro, col suo corpo robusto e imponente. Carica e scarica, carica e scarica. Era l’immagine visibile del peso imponente eppure valoroso del vivere.

Uno strumento che serve per cose molto serie, ma anche per giocare, mi piace.

La carriola, in effetti, ribalta ciò che trasporta. Forse ha qualcosa in comune con le (mie) capriole. Ecco quindi l’idea: vorrei portare in giro il progetto che c’è dietro il mio libro dentro l’esperienza semplice delle persone a cui può interessare. In sintesi l’idea del libro è: la strada migliore, forse, è quella che ci mette sottosopra. Dante voleva solo uscire dalla selva, e invece il maestro che gli è andato incontro, Virgilio, gli ha fatto fare un giro dell’altro mondo. Ma, alla fine, ne è valsa la pena.

Questo può capitare in ogni contesto possibile (famiglia, lavoro, hobby, ecc ecc) … anche nel mondo dei cattivissimi criminali. Perciò ho scelto come “uomo immagine” il signor Gru:

Quello che vorrei fare, con l’aiuto di chi vorrà collaborare, è creare delle piccole carriole ambulanti: luoghi di ritrovo in cui raccontare esperienze positive o drammatiche di ribaltamento. Aver letto il mio libro non è necessario (ma comunque non vi impedisco di farlo). Non immagino luoghi di incontro neutri, ma significativi per l’esperienza di chi li propone. Una volta ho parlato della casa di Chesterton in uno show room di arredamento, ed è stato meraviglioso.

Lì dove è accaduto qualcosa di semplice e significativo, troviamoci a raccontarlo. Ecco come ho intenzione di promuovere il mio libro. Per darvi un’idea, il prossimo 23 maggio sarò ad Arzignano insieme a una coppia di sposi, Giuseppe e Anita, che mi accompagneranno musicalmente, condividendo con i presenti il loro meraviglioso repertorio: hanno creato una moglie-marito band chiamata #mienmiuaif (guardateli su Youtube!).

Ecco qua, dunque. Chi ha idee per il CARRIOLE COMICHE TOUR mi scriva a: capriolecosmiche@gmail.com

Grazie!

coming soon ... on tour

coming soon … on tour

Dalle stalle alle stelle, ovvero: il tuffo e il sacrificio

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Condivido alcune pagine del libro da cui nasce il progetto di questo blog. Sono sempre stata una studentessa diligente, di quelle che non sgarrano … non osano… si attengono alle direttive date; solo da adulta (ma non è troppo tardi!) ho imparato a inoltrarmi su sentieri meno battuti, cioè a scommettere in occasioni di apprendimento fuori dagli schemi.  Spesso la vita vissuta mi ha suggerito che ogni cosa in cui ci imbattiamo può contenere indizi eclatanti per capirci e capire il mondo. Ad esempio, un grande entusiasmo mi ha riempito guardando le gare di tuffi ai mondiali di nuoto a Barcellona. Dapprima non capivo bene perché fossi così ipnotizzata da quelle immagini. Allora ci ho rimuginato, ed ecco cosa è saltato fuori…

«Lo sport non è il mio forte, ma mi piace seguire come spettatrice certe competizioni, non curandomi affatto delle competizioni in sé; infatti, finisco sempre per perdermi in certe pensose derive mistiche. Da questo punto di vista, i mondiali di nuoto a Barcellona nell’estate del 2013 sono stati un evento straordinario e mi riferisco, in particolare, alla disciplina dei tuffi, che ho seguito in diretta televisiva minuto per minuto. Ero preparata allo spettacolo a cui avrei assistito, perché già dieci anni prima le stesse gare si erano svolte nello stesso contesto, la piscina di Montjuïc. Questo impianto sportivo è costruito in cima all’omonimo promontorio, a sud della città: l’effetto suggestivo che ne deriva è una piscina straordinariamente affacciata sull’agglomerato urbano di Barcellona, tanto che, costruendo bene le inquadrature televisive, si crea l’impressione che il trampolino si trovi al di sopra della città, con l’illusione ottica altrettanto clamorosa di vedere gli atleti tuffarsi dentro quel mare di edifici fitti fitti, tra cui svetta la Sagrada Familia.

I fotografi si sono sbizzarriti a immortalare le acrobazie dei tuffatori, che pareva facessero capriole sopra i tetti e accanto alla grande chiesa. Ci sono certi scatti in cui l’inquadratura si concentra sul tuffatore, già proteso a testa in giù, col profilo della Sagrada Familia sullo sfondo. C’è un’indiscutibile spettacolarità in queste immagini, tanto che i commentatori sportivi hanno dovuto fare razzia nel campo semantico del «bello, incantevole, splendido» per descrivere ciò che accadeva sotto i loro occhi. E non c’è niente da fare, di fronte a certi impatti visivi l’occhio capisce prima del cervello; al pensiero occorre, talvolta, più tempo per decifrare ciò che immediatamente la vista avverte come spettacolare.

daley.getIn quelle istantanee in cui il tuffatore è a testa in giù accanto alla Sagrada Familia c’è, innanzitutto, un gigantesco paradosso: l’atleta in primo piano è a capofitto verso il basso, mentre l’opera d’arte sullo sfondo è una costruzione che sale verso l’alto. Sono segni opposti in tutto, che raccontano due movimenti nel tempo e nello spazio diversissimi: il tuffo è istantaneo, la costruzione di una chiesa è epocale; la caduta è veloce e acrobatica, la salita è lenta e faticosa. L’atleta prepara un tuffo, che dura un secondo, in anni di allenamento; il suo corpo diventa un’unica fascia di muscoli e al momento giusto quel corpo si lancia nell’aria e ruota o si avvita, infine si distende. Il tuffo è una lotta creativa contro la forza di gravità, che permette gesti d’armonia e bellezza anche nello spazio di tempo di un respiro.

A questo flash vorticoso e istantaneo fa da contrappunto panoramico il profilo della Sagrada Familia, che racconta una storia diversa: come tutte le grandi cattedrali, essa domina il panorama cittadino; la sua costruzione, cominciata nel 1882, non è stata ancora ultimata, perciò accanto alle guglie affusolate di Antoni Gaudì, simili a gigantesche dita di sabbia protese al cielo, sono ben visibili molte gru all’opera. Nacque per essere un tempio espiatorio, aggettivo che denota il passo lento e umile dell’intero progetto. È il passo di chi s’innalza al sacro del cielo, attraverso gesti di sacrificio terreno, come spiegò Gaudí: «Tutto quello che possiamo fare a favore della chiesa ce lo dobbiamo imporre come un sacrificio, poiché il sacrificio è l’unica cosa che dia frutti». Ed è anche il passo di un intero popolo, non di un uomo solo; tra i sacrifici fecondi, uno fu proprio quello dello stesso Gaudì, che giudicò non solo prevedibile, ma anche opportuno il fatto che non sarebbe stato lui a portare a termine l’edificazione.

Nella parola «sacrificio» il basso e l’alto convivono come in un ossimoro; è una contraddizione costruttiva, in cui la perdita di qualcosa amplifica il guadagno di qualcos’altro. Ogni sacrificio è costituito da un tuffo iniziale, una caduta che implica il lasciare andare una parte di sé, a cui segue una salita edificante ed espiatoria. Un inferno e un purgatorio. Tutte le volte che ritorno a guardare le immagini dei tuffi a Barcellona ora ci vedo questa sintesi prodigiosa: sono la fotografia perfetta del percorso di Dante, la copertina del suo poema» (da Capriole cosmiche, Lindau Editore).

Proprio da questi pensieri è nata l’idea di intitolare il libro Capriole cosmiche: per vedere bene il cosmo, Dante lo mise sottosopra, andò sotto a capofitto nel buio dell’inferno e risalì sopra pian piano attraverso il purgatorio, fino al paradiso.

 

Venire alla luce è un miracolo

Charles Burchfield, Sole di novembre

Charles Burchfield, Sole di novembre

 

Lo stupore di un bimbo con deficit uditivo che sente per la prima volta

«Uscire dal buio a rivedere le stelle è il tipo di esperienza che segna un uomo, concedendogli il miracolo di provare da adulto l’esperienza della nascita, quel momento che con una bellissima perifrasi noi definiamo «venire alla luce». … Entrare nel mondo dell’esistente significa abbandonare l’assoluto del nulla e immergersi nel relativo. Vivere è relativo in tutti i sensi possibili, perché la nostra vita è un tessuto di relazioni: ogni avvenimento è un contatto, un legame con qualcosa che si dà a noi in una forma particolare (che sia lo spazio, il tempo, la forma delle cose, il carattere delle persone). […].
Esserci è appartenere a qualcosa; è entrare in rapporto di relazione con tutto l’esistente in cui ci imbattiamo. Il pianto del neonato è come un punto esclamativo che segna la vita fin dal principio; il contatto stringente con la realtà si manifesta in primissima battuta come l’intrusione dell’aria nei nostri polmoni, che produce un rumoroso sussulto di reazione. L’eco di quel grido originale si perde man mano che l’esistenza ci rende assuefatti alla vita; ecco perché, pur essendo tutti nati, non sempre ci portiamo addosso l’impressione clamorosa che è l’essere vivi.
La nebbia dell’inedia, il buio della selva, il torpore della rassegnazione sono tentazioni a cui si va inevitabilmente incontro e di fronte a cui, però, si può opporre la spinta di un positivo ribaltamento. Non è uno sforzo solitario, ma un sano esercizio in cui ci accompagnano, come tenendoci per mano, tutti coloro, antichi e contemporanei, che riescono a ridestare in noi il senso di allerta, l’aspettativa che riempie il cuore di Nicodemo quando chiede a Gesù: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere? ». Come spesso succede, nella domanda è già contenuta la risposta: la forma paradossale con cui Nicodemo esprime l’impossibilità di ripetere l’esperienza della nascita è proprio l’indicazione corretta di come un uomo può rinascere. Si può rinascere solo grazie al paradosso, quell’acrobazia linguistica che, rovesciando lo status quo di ogni constatazione, la riformula in modo che il contenuto appaia sorprendente quanto un’esclamazione. Il paradosso, in fondo, è l’equivalente linguistico della meraviglia, che, intesa non in senso sentimentale ed edulcorato, è l’acrobazia di ribaltare la vista di ogni cosa per poterla percepire come nuova».

da Capriole cosmiche

Due sorelle indiane nate cieche vedono per la prima volta

… e grazie ad Alberto, ecco il sottofondo musicale giusto. Il Boss!