Il miracolo doloroso di Rigopiano

 

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«Se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto sarebbe mio! E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!». (da L’idiota)

Lo scrittore russo Fedor Dostoevskij fu condannato a morte per aver preso parte a una società segreta con fini sovversivi; la grazia da parte dello zar gli venne comunicata pochi minuti prima della fucilazione, il 19 dicembre 1849. Non fu un caso provvidenziale, bensì una forma di sadismo del regime che già da molto prima sapeva della grazia concessa. A un passo dalla morte Dostoevskij fu salvato, quest’evento lo segnò per il resto della vita e nel romanzo L’idiota fece pronunciare a un personaggio la frase citata in apertura, specchio dei pensieri stessi dello scrittore.

rondoninaturaDella natura non si può dire che sia sadica, «non è madre, e non è matrigna. Lo sapeva Francesco il santo e poeta: è sorella» (scrive in un tweet il poeta Davide Rondoni).

Eppure mentre tutti eravamo incollati, col cuore lacerato, a guardare in TV le immagini che giungevano da Rigopiano, veniva proprio da pensare alla Natura a cui dà voce Leopardi nelle Operette Morali:

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte; come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose per dilettarvi o giovarvi. E, finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Dialogo della natura e di un islandese).

hotel_rigopiano_01-resortL’incuranza della natura ospita una creatura capace di cura. Il bellissimo resort di Rigopiano era stato costruito – si potrebbe dire, rubando le parole della Natura leopardiana – «per dilettarvi e per giovarvi», un’impresa creativa pensata per vacanze serene e gioiose. L’uomo è capace di quella cura che la natura ignora, riversando – per casi meteorologici e tellurici incontrollabili – un gigante di neve sopra tanti piccoli e inerti essere umani. Piccoli, piccolissimi. Schiacciati e spariti. Invisibili sotto un candore immenso e mortale.

L’uomo è anche capace di soccorso. Tutta Italia si è inchinata commossa di fronte agli operatori del soccorso alpino che, vedendo bloccato l’accesso al hotel, si sono messi a marciare in fila sugli sci per 9 km e da allora, ininterrottamente per giorni, lavorano e non demordono. Qualcuno su Twitter ha scritto questo encomio:

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Il signor Tommaso Tani vorrebbe essere realista. Eppure usa due parole che esulano dagli assi cartesiani del naturalismo: «ringraziate» e «soccorso». Ma sono profondamente ragionevoli, cioè spiegano una verità che è esperienziale eppure trascende il naturale. Se una gazzella viene risparmiata da una leonessa perché sopraggiunge un branco di elefanti che distrae il grosso felino, la gazzella non va a ringraziare i pachidermi. Se un albero cade in un bosco a causa di un fulmine, i suoi fratelli alberi non vanno a soccorrerlo.

Se la natura, intesa nel suo insieme di esseri vegetali e animali, è incapace di «ringraziare» e di «soccorrere», perché fa parte di essa un essere che possiede questo plus. Da dove gli viene, chi glielo dà all’uomo questo plus, visto che la natura non ne è depositaria?

Ecco, il signor Tani – a sua insaputa, evidentemente – tratta l’uomo da quel capolavoro che è, non interamente spiegabile in termini naturalistici. Un seme divino, soprannaturale, è nel DNA di chi è capace di ringraziare e soccorrere. Io, perciò, ho pregato molto, senza saper bene cosa chiedere o sperare: ho solo rivolto al Mistero un’intensa chiamata, mettendogli in mano tutta la mia commozione. Stringevo più forte i figli accanto a me, intanto.

E poi – quasi incredibilmente – ci è piombato addosso il miracolo. Un miracolo fatto di dolore, perché sotto le macerie e la neve ci sono molte vittime. Ci sono dei corpi ancora irraggiungibili, e questo lacera il cuore. Però, ci sono dei vivi – grida a un certo punto un vigile del fuoco. Fosse anche solo 1 verrebbe da ringraziare. Invece sono 6 … invece sono 8 … tutti i bambini sono salvi. Tutti i bambini sono salvi, bisogna ripeterselo per convincersi che è vero.

Li tirano fuori da un piccolo pertugio, un buchetto stretto stretto in mezzo a un mare di neve. E i vigili del fuoco che li estraggono sembrano ostetriche, che li fanno nascere per la seconda volta tirandoli fuori dal grembo scuro della madre terra. Una delle donne salvate ha proprio detto: «Sono nata di nuovo».

Molto molto tempo fa un certo Nicodemo rimase perplesso di fronte alle parole di Gesù, noi ora forse – con questa vicenda tragica e miracolosa negli occhi – possiamo intuire il senso di quello strano discorso:

Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Gli replicò Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Vangelo di Giovanni, cap. 3)

Chiediamolo a Dostoevskij. C’è una nascita biologica, uguale per tutti che accade nel dolore, per la madre e per il bimbo. Ed è un dolore fecondo quello dello parto, un urlo, uno stringimento, che si fanno apertura e dilatazione. Raggomitolato nel buio dell’utero, il bimbo scende nel canale vaginale, si fa ancora più stretto e schiacciato. Il battito del suo cuore accelera, finché esce e piange, forte. appenanato

C’è una nascita spirituale, che accade sempre attraverso un dolore fecondo; sono quei casi urgenti che ci fanno percepire l’immenso dono che è l’esserci. Di fronte al fucile del boia, qualcuno dice: sei salvo. Il condannato a morte era già sprofondato nel ventre scuro della morte, del nulla. Aveva già detto addio a tutto, forse anche a cose che francamente detestava da vivo. A ogni minima cosa aveva pensato con nostalgia: gli affetti, gli odori, i rumori, i colori del vivere. «Sei salvo» dice qualcuno. E il condannato a morte ri-trova tutto, come gli fosse donato una seconda volta. Nasce in spirito, perché vede da capo ciò che prima non vedeva: l’evidenza che ogni attimo di luce è dono, è prezioso, è immenso. Non è vero che ogni cosa c’è e basta. E’ più vero rendersi conto che ogni cosa poteva non esserci, e quindi se c’è è un dono.

Ecco, Nicodemo. Occorre questa seconda nascita, a tutti. E non è necessario vivere la tragedia dei sopravvissuti di Rigopiano. La vita dispensa dolore su tutti, immancabilmente. Si potrebbe dire che l’inferno è democraticamente distribuito sull’umanità, cioè nessuno è esente dal buio di certe prove cupe da attraversare.

Invece, il purgatorio e il paradiso non sono altrettanto democratici. Sono possibili a tutti, ma non meccanicamente. Richiedono un atto di libertà.

Dostoevskij soffrì di epilessia per tutta la vita a causa di quell’evento incredibile sul patibolo; eppure, per quanto segnato nella sofferenza, non rimase nell’inferno di quel trauma, ma ne fece un purgatorio e forse perfino un paradiso: «E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!».

È questo l’eterno messaggio di bene dietro la Commedia di Dante.

lucecavernaI sopravvissuti di Rigopiano possono comprendere bene, dalle viscere dello stomaco fino all’anima, il verso con cui si chiude l’Inferno: «e quindi uscimmo a riveder le stelle»! Loro sì, come Dante, sono scesi nel ventre cupo della terra e lo hanno abitato con disperazione; impossibile sperare dopo 40 ore di buio e silenzio. E poi da un pertugio stretto sono rinati. Cosa avrà «sentito» ciascuno di loro rivedendo la luce del mondo?

Dicono che ci vorranno degli ottimi psicoterapeuti per far superare alle vittime il trauma vissuto. Io non ho studiato psicologia, ma spero che chi li sosterrà in questo percorso non si limiti a tamponare, arginare, chiudere le ferite dell’incubo; spero che, con ogni strumento possibile, venga fatta fiorire la libertà di queste persone, il vigore divinamente umano di poter rendere fecondo il loro dolore.

Come un secondo atto di nascita, deve sbocciare un frutto buono dall’incubo: attraverso le doglie, attraverso il pianto, qualcosa oltre l’incubo può nascere. Bisogna spingersi avanti, nell’inimmaginabile mistero della gratitudine.

Arrivati in fondo all’Inferno Virgilio e Dante non tornano indietro, ma vanno avanti: una volta che l’uomo ha toccato il fondo sbattendo contro il muro gelido del male, non può semplicemente fare il cammino a ritroso, deve trovare una strada nuova che sia opposta a quella dell’andata. Guidato da Virgilio, Dante si aggrappa alla terra e sale attraverso un cunicolo stretto, fa lo sforzo concreto di ritrovare una via che lo rimetta in contatto con il mondo esistente. La salita, per quanto faticosa, è quella lieta della gioia, perché tutto cambia negli occhi che tornano a vedere dopo essere stati al buio. Così Gilbert Chesterton scrisse dell’esperienza di buio spirituale che visse San Francesco prima della conversione, anzi per arrivare alla conversione:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia».È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto. (Da San Francesco)

Essere al mondo non è una faccenda meritocratica; nessuno, tecnicamente, ha fatto qualcosa per meritarsi lo spettacolo della realtà. Spettacolarità che rimane tale, pur attraversando tutte le declinazioni che vanno dall’amabile al terribile. Finché non accade nella vita di ciascuno questa seconda nascita, cioè questa coscienza di gratitudine ritagliata sullo sfondo del buio, nessuno può dire di essere davvero vivo.

Chesterton su Rai 5

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Domenica prossima (16 ottobre) alle 20.45 su Rai 5 la trasmissione Cultbook condotta da Stas’ Gawronski racconterà il libro di G. K. Chesterton Il poeta e i pazzi.

Ci sarò anch’io, in qualità di traduttrice dell’opera … che in realtà è frutto di una collaborazione fantastica con Paolo Pegoraro, Sabina Nicolini e con un editore meraviglioso, Franco Esposito di Fuorilinea.

Seguiteci …

Ecco un assaggio del libro:

Gabriel Gale era un pittore e un poeta, era anche l’ultima persona al mondo che avrebbe potuto spacciarsi per investigatore privato. Tuttavia, in un paio di circostanze era sceso dalle nuvole per inoltrarsi nell’atmosfera ben più eccitante e vibrante dell’omicidio. Talvolta era riuscito a dimostrare che un omicidio era un suicidio e altre volte che un suicidio era un omicidio. Nella maggior parte dei casi, come lui stesso faceva notare, i moventi degli assassini o dei ladri non sono affatto folli, anzi sono addirittura convenzionali.

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Un po’ di selva nel mezzo del giardin

Foto di Tom Jutte ukgardenphotos

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Foto di ukgardenphotos

Quando mi affaccio dal balcone della sala, l’occhio mi cade immancabilmente su quell’angolo del mio giardino che trascuro, perché richiederebbe una manutenzione pesante. Ora, d’inverno, quel cantuccio è proprio bruttarello … tutto spoglio e pieno di foglie secche che sono marcite per la pioggia … ma in primavera e in estate è un anarchico tripudio di erbe, fiori, pianticelle spontanee.

Guardandolo, mi torna sempre in mente una riflessione di Chesterton, in cui mi sono imbattuta traducendo La ballata del cavallo bianco: l’ultima scena che si descrive in quel poema è l’eroica impresa di un grande re che per l’ennesima volta sconfigge i nemici invasori. È un trionfo, che però la penna di GKC mitiga o altera facendo notare che, mentre il re era impegnato nella grande battaglia, il giardino del suo regno era stato invaso dalle erbacce, le quali avevano coperto e nascosto tutti i segni belli presenti sulla terra, tra cui il disegno del cavallo bianco.

La critica ha sempre giudicato pessimistico questo poema, proprio a causa del finale. Da un racconto epico ci si aspetta un epilogo glorioso, nel trionfo o nella tragedia, invece è insolito trovare una storia che finisce in modo così triviale e dimesso e che parla di erbacce del giardino. Chesterton è così, deve sempre lanciare un guanto di sfida al suo lettore. E se sono sicura di qualcosa, è proprio che le sue sfide non s’inchinano mai al pessimismo, bensì alla scommessa di discernere una gioia più grande.

Non dico che quel finale mi sia stato subito chiaro, però pensandoci e, soprattutto, pensandoci stando immersa nella mia vita, ne è emerso un orizzonte interessante: il punto è che noi siamo sempre impegnati in «grandi progetti», spesso facciamo dipendere il valore della nostra persona dall’esito di eventi clamorosi, l’ago della bilancia si sposta sul positivo se vediamo – dati alla mano – risultati eclatanti. In realtà, mentre noi spostiamo l’attenzione su tutto ciò, perdiamo per la strada qualcosa. Il nostro giardino.

Non appena trascuri un ritaglio d’erba, ci sono migliaia di piccoli vegetali pronti a invaderlo e a mascherare la sua forma originaria. Così accade anche la nostra testa: mille specie di parassiti sono pronti a oscurare i nostri pensieri, non appena noi ci concentriamo su altro, cioè quando spostiamo l’attenzione dall’«io» all’«ego».

«Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?» – si legge nel Vangelo. E la domanda si riferisce a un’esperienza concretissima: noi tendiamo a liquidare come insignificante quello che è piccolo e vicino, rispetto a imprese grandi ed eclatanti. Il nostro Ego gode della visibilità ampia e plateale. Ma lì dove l’Ego gode, l’Io si avvizzisce.

L’Io, tendenzialmente, si nutre proprio di ciò che circonda la nostra vita; curare le piccole cose domestiche che ci stanno intorno è l’impresa più eroica e faticosa che possiamo fare. Perché le erbacce non basta sradicarle una volta sola, bisogna farlo di giorno in giorno. Ma è un lavoro cosmetico fondamentale, come quando ogni brava signora o signorina si strucca la sera davanti allo specchio: «E ora, togliendo la maschera che ti fa bella agli occhi del mondo, vediamo chi sei davvero!».

Però, il bello di ogni immagine reale è la sua grande potenza simbolica. Il simbolo è una spinta per stimolare la nostra intelligenza a vedere … a vedere dentro le forme della realtà il profondo della nostra anima. E ogni immagine può contenere simboli diversi, anche opposti eppure significativi nella loro diversità. Questo è davvero entusiasmante. Ad esempio, qualche giorno fa ero in macchina coi miei figli e – non ricordo a proposito di quale discorso – è saltata fuori la domanda: «A cosa ti fa pensare il mare?». Il figlio di 9 anni ha detto: «Alla libertà», quello di 5 ha detto: «Mi fa paura». Una stessa immagine può aprire un ventaglio di intuizioni complesse e articolate … e non c’è il giusto e lo sbagliato, c’è un senso che si approfondisce.

Lo stesso è capitato a me a proposito delle erbacce.

Dopo la lettura di Chesterton, vedere le erbacce in giardino mi aveva sempre «punzecchiato» a ricordarmi che, prima di perdermi in sogni di gloria, devo curare le cose che ho a portata di mano. E le sradicavo pazientemente. Nell’ultimo numero della rivista Gardenia ho trovato qualcosa che ha rivoluzionato, ampliandolo, lo status quo della mia idea sulle erbacce. Nell’articolo in questione, scritto da Pia Pera, si citava un passo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco:

«Poiché Dio si manifesta in ogni sua creatura, San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio autore di tanta bellezza».

Leggendo queste righe, ho subito pensato al mio cantuccio di giardino lasciato all’incuria. E ho pensato anche alla mia mano pesante che talvolta va lì a togliere l’esuberanza di certa vegetazione spontanea. Ne ho dedotto qualcosa di molto sincero: «Quante volte sono capace di strappare le cose, solo perché non crescono come voglio io». Ne ho anche dedotto: «Quante volte ho raccolto del buono, proprio dove non l’avevo seminato io». IMG_0184

Insomma, il rapporto con le erbacce si complica. O meglio, si fa entusiasmante. È vero che, da una parte, bisogna stare all’erta dalle invasioni infestanti che alterano le forme originarie e nascondono la verità. È altrettanto vero, ed educativo, che ci deve essere una parte del nostro «giardino» che sia libera dalla nostra mano, affinché possa vedersi una mano più grande.

Sarebbe orgoglioso ridursi a pensare che la bellezza e i frutti dipendono esclusivamente dalla nostra opera, sarebbe fuorviante ridursi a pensare che solo un ordine progettuale e definito genera frutti buoni. Quante volte una situazione ingarbugliata e incasinata come una selva ci ha portato a un risultato inaspettatamente buono, e non preventivato?

Il destino a volte segue percorsi bui e contorti. Ma genera sempre qualcosa di fruttuoso, anche se passa dalla fatica della selva. La bellezza non è solo ordine e colori «che si abbinano bene»; c’è una bellezza disarmante nei giardini selvaggi, lì dove è all’opera una potenza libera che si manifesta in forme che sbriciolano i logici criteri paesaggistici, eppure sono magnifiche.

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Foto di Tom Jutte 

Ci sono disegni che la mente umana decifra come disordine a prima vista, e invece sono un ordine più grande. C’è di più, molto di più nel mondo. Più di quello che noi siamo capaci di progettare, preventivare, organizzare. Ed è questo misterioso “di più” il custode della nostra speranza. Perché talvolta il bene e il buono possono sbocciare solo da variabili impazzite, quando a noi ogni via sembrerebbe chiusa e impraticabile.

 

Anche io, dunque, lascerò una parte del mio giardino all’opera libera delle erbe selvatiche, per ricordarmi che c’è bisogno pure della selva: c’è bisogno di non temere i disegni del destino incomprensibili a prima vista e c’è bisogno che queste variabili ingestibili facciano parte di noi, per non ridurci a pensare che sia degno e utile solo ciò che è a nostra misura.

Intanto, nell’altra parte di giardino continuerò l’altra grande battaglia, quella della cura alle piccole cose. Starò ferma ad ammirare il ritaglio di terra dove la bellezza segue i criteri assurdi del Creatore, e mi rimboccherò le maniche per lavorare nell’altro ritaglio, dove è necessario che la mia mano sia utile per accudire tutto ciò che cresce, affinché non venga rovinato dalle malattie o dalle infestanti.

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‘na tazzulella ‘e café

Il cielo è ovunque a casa sua, diceva Chesterton. Ma anche chi sta in cielo vuole sentirsi a casa; e così, spulciando nei trafiletti dei giornali, scopro che è stata progettata una macchina del caffè per lo spazio, di cui potranno servirsi gli astronauti a bordo della stazione spaziale ISS.

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Foto di Jordan Merrick

A me l’espresso manca non appena metto piede all’estero (cioè, quelle rare volte che metto piede all’estero …); per non parlare di come sono conciata ogni mattina nel tragitto letto-cucina, prima di trangugiare una tazza intera di caffè. Certo, si addice di più a una signora il verbo “sorseggiare”, ma prima di prendere il caffè io non sono una signora … e quindi non sorseggio, ma trangugio. Poi, dopo il caffè, il mondo si schiude di fronte ai miei occhi e la vita comincia e riacquisto le buone maniere.

Ecco, figuriamoci se non capisco gli astronauti. Sia dato un caloroso benvenuto a questo caffè tra le stelle. Quest’espressione spalanca all’immaginazione un regno fantastico: viene da pensare a tavolini che fluttuano nel cielo insieme a qualche sedia e camerieri eleganti che volano con vassoi pieni di tazzine. Magari un trio jazz, con piano, cantante e violoncello; anch’essi magicamente sospesi nel vuoto. E poi allegre chiacchiere tra un sorso e l’altro. Lo so che una stazione spaziale non è il Caffè Florian di Venezia, ma è più forte di me. Io mi immagino Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi proprio come fossero al bar.

Perché il caffè evoca per noi un universo domestico, luoghi e momenti di giornaliero ristoro; e l’uomo non può fare a meno di rendere ogni domestico ogni cantuccio dell’universo, appena ci mette piede. Porta in orbita il caffè (… e penso che ne offrirebbe uno anche ai marziani). Questo è significativo: anche nei luoghi più remoti noi abbiamo bisogno di sentirci a casa. Ad esempio, in una stanza d’albergo io mi sento meglio non appena vedo i miei asciugamani in bagno e il mio pigiama sul cuscino.

Ma che casa è quella che abita l’uomo? Che posto è un mondo abitato dalla presenza degli uomini? Non è un posto perfetto.

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Foto di Thomas 8047

Che sia stato o meno casuale, dopo aver letto la notizia della macchina del caffè per astronauti ne ho letto un’altra … ehm … più terra terra. È stata arrestata a Viareggio una 42enne che derubava gli anziani dopo aver avvelenato il loro caffè: in pratica li imbottiva di sonniferi e poi toglieva loro quel poco che avevano.  Non è un crimine tra i più efferati di cui abbiamo sentito parlare, ma è tremendo. Il caffè per noi italiani è un sacro rito di ospitalità e compagnia. Al bar, di fronte a una tazzina, parli di cose importanti anche con uno sconosciuto. Una volta, una barista – mai vista prima – mi confidò in un quarto d’ora il dolore per la morte improvvisa del figlio .

Il caffè non è una bevanda, come non lo è il tè per gli inglesi. È la pozione magica che vince la solitudine, fosse anche solo per un minuto. E chi dice che scambiare due chiacchiere davanti a un caffè è un pro forma, forse ha ragione; ma è una formalità radicata su una sostanzialità dimenticata: l’uomo può cominciare a condividere con gli altri il suo spirito, solo se condivide la propria carnalità. Perché nelle situazioni più assurde, tipo quando piove e siamo senza ombrello, ci viene spontaneo vincere la ritrosia verso gli altri e metterci a parlare? Perché sono i momenti in cui ci rendiamo davvero conto che siamo tutti sotto lo stesso cielo; indaffarati con i nostri limiti ed errori; pieni di imprevisti e incidenti. Siamo creature, esseri di passaggio, e ce ne accorgiamo meglio di fronte ai fatti che enfatizzano la nostra creaturalità. Ecco: abbiamo bisogno di mangiare e bere, tutti. E nutrirsi è un momento intimo e profondo, proprio perché svela un bisogno sostanziale e anche che siamo creature bisognose (non autosufficienti). Bisognose di cibo per stare in vita. Condividere il gesto del nutrirsi con altri crea per forza una compagnia, anche momentanea, ma sincera. È un momento sacro in cui siamo davvero tutti uguali. Forse non lo siamo davanti alla legge, ma lo siamo davanti a un caffè.

Perciò mi risulta tremendo il crimine della signora viareggina, perché insinua il veleno nel domestico. È proprio come trovare un serpente in un giardino … per citare Adamo ed Eva. Basta poco, dentro il recinto della nostra domesticità, per precipitarci dalle stelle alle stalle. In questo senso, il racconto biblico del Giardino dell’Eden è più vero della storia: contiene la verità più autentica del genere umano: un piccolo seme di male è in noi ed è capace di rovinarci la festa. Sonnifero nel caffè, un trucco per fregare della povera gente che si fida, proprio perché sta bevendo un caffè. Ma non mi scandalizza dire che anche tra le stelle noi saremmo capaci di portare le stalle; saremmo cioè capaci di scombussolare la perfetta magnificenza delle stelle. Se abbandonassimo la terra per andare a stabilirci in un’altra galassia, non solo ci porteremmo dietro la nostra caffettiera, ma anche tutto ciò che le va dietro. Cioè: pur tra le stelle, l’uomo non smetterebbe di essere uomo. Non diventa un angelo solo perché ha spiccato il volo.

Foto di Kris Williams

Foto di Kris Williams

Come prima reazione, leggendo insieme quelle due notizie, ho provato amarezza; prima ho pensato: “Che bello sentire l’aroma di caffè su Orione!”, poi ho pensato che anche su Orione c’era il pericolo di bere un caffè avvelenato. Come reazione meno immediata, ho invece intuito che solo l’associazione delle due notizie ci restituisce una scena davvero autentica e interessante. Un caffè avvelenato è tragico e basta. Un caffè tra le stelle può correre il rischio di essere come certi “caffé letterari”, in cui si chiacchiera volando a un metro da terra e perdendo il senso della realtà. Insieme, creano una storia avvincente.

Per quanto non sia un’esperta, credo che il veleno sia all’origine di tanti bellissimi racconti gialli. E questo genere di storie andrebbe letto come la Bibbia, perché il racconto del mistero è uno specchio umano autentico. A volte, anzi spesso, anzi sempre, una bella storia comincia con un delitto; una bella giornata comincia con un guaio; un’avventura comincia imboccando il sentiero sbagliato. Perfino se la creatura umana più pacata fosse proiettata su un microscopico pianeta di una galassia sperduta, quel posto diventerebbe un casino. Sì, un amabile casino domestico. Di quelli che poi ti trovi a raccontare a uno sconosciuto barista dicendogli: «Lei non ha idea di quel che mi è capitato oggi …». Affermazione che, di solito, implica che l’ascoltatore cominci ad annuire … perché ne ha idea, eccome.

Anno nuovo, occhi nuovi

Giovanni Segantini - Mezzogiorno sulle Alpi

Giovanni Segantini – Mezzogiorno sulle Alpi

“Scorrono gli anni, volano i mesi e i giorni.

Ti svegli una mattina e pare che sia finito un altro anno, ma è soltanto un nuovo giorno

Marc Chagall

Ultimo giorno dell’anno. Sarà che è tempo di bilanci per tutti, ma stamattina il mio vecchio e insostituibile pc ha deciso di risolvere i suoi problemi riassestandosi completamente … e cominciando a fare operazioni strane, durante le quali sono comparse scritte allarmanti tipo “i dati andranno perduti” … ecc ecc.

Per un buon quarto d’ora, ho guardato lo schermo nero con un trattino lampeggiante, sperando fortemente che comparisse la solita vecchia schermata che conosco, in cui sono custoditi i documenti preziosi che stanno solo lì. E nella mia testa sentivo la voce di mio marito che mi diceva, come sempre: “Tu devi ricordarti di fare il backup!“.

Nell’attesa di vedere come andava a finire, mi sono detta che se uno strumento meccanico stava facendo il suo lavaggio del cervello elettronico di fine anno, forse io potevo adoperarmi in un piccolo e salutare esame di coscienza. Com’è andata quest’anno? Come andrà da domani?

Ecco, mi è venuto in mente un episodio semplice, capitatomi poco tempo fa. Una bella domenica mattina, mi sono svegliata tardi, dopo una salutare dormita (che ci voleva proprio). Facendo la colazione, ho guardato i miei figli che giocavano felici sul tappeto della sala, dal bagno sentivo il rumore della macchinetta con cui mio marito stava facendosi la barba e da fuori una tersa luce di sole novembrino illuminava la scena. Mi sono detta, di scatto: “Sono a posto. Siamo tutti qui, vicini e felici. La vita mi ha dato tutto”. Insomma, da un certo punto di vista era un pensiero bello; perché considerando tutte le difficoltà del passato, mi trovavo a ringraziare di ciò che avevo per le mani, pensando che stringere i denti e piangere aveva portato frutto. Un frutto semplice e meraviglioso; una famiglia serena, la domenica mattina.

Ma quali sogni di chissà-quali-traguardi o successi? – mi dicevo. In fondo, la pienezza di vita la si può respirare in un attimo di gratitudine sincera, mentre si gode di ciò che c’è … e avrebbe anche potuto non esserci. Ripeto, tutta questa riflessione era una cosa buona, ma poi si è insinuato un pensiero più infido. Ricordo di aver pensato che, in fondo, tutto per me poteva finire così, quella bella domenica mattina. E mi sono chiesta perché mi venisse dato altro tempo da vivere oltre quel meraviglioso momento.

Pigrizia, ecco la tentazione che bussa alla porta. Sarebbe facile, se fosse così. Sarebbe facile poter mettere in pausa il video della vita in un raro momento di grata felicità. Pochi giorni dopo quella mattina, altre piccole battaglie hanno richiesto la mia attenzione. Problemi di salute di mia madre, incomprensioni col marito, incerte e cupe prospettive di lavoro. Tutto è precipitato nella solita lotta del vivere.

Adesso, senza tanta saccenza, ma solo come ipotesi da verificare, oserei dire che la piccola lezione che ho imparato da questo fatto è che c’è qualcosa di meglio della felicità appagata ed è la tempra della battaglia. Una volta che hai visto che c’è qualcosa di bello nel tuo piccolo ritaglio di vita, la vita ti chiede di difenderlo. Accorgersi di amare qualcosa è commovente e desta stupore; mettersi a difenderlo con tenacia (ma anche coi nostri soliti malumori) nelle penombre di ogni incerta giornata è la prova e l’avventura che l’amore si merita da noi, per essere difeso … cioè riconosciuto, anche in  mezzo al pantano.

Si dice: “anno nuovo, vita nuova”. Ed  è giusto. Ma non perché dobbiamo lasciarci tutto alle spalle e cominciare da capo, bensì perché l’unico modo sincero di stare di fronte alla vita è di trattarla da cosa viva, cioè nuova di istante in istante. Anche ciò che è consolidato e al sicuro nel nostro cuore deve patire il fuoco della novità, cioè vincere l’attrito del dare-per-scontato. Mi è dato altro tempo, oltre quel meraviglioso momento, e devo ringraziarne. Innanzitutto. Mi è dato altro tempo, perché sono un soldato e non un pigro operaio.

Chesterton disse: “La vera saggezza dovrebbe contare sull’imprevisto”. Non è davvero saggio chi ha capito tutto, ma chi è pronto ad affrontare ogni variabile imprevisto accadrà, per mettere alla prova ciò che ha capito. E a quel punto, o guarderà con occhi nuovi ciò che già credeva di sapere, o dovrà coraggiosamente abbandonare le sue certezze e mettersi alla ricerca di qualcosa di più vero.

Eccomi infine di fronte alla mia cara vecchia schermata del pc, ritrovata come l’avevo lasciata. Eppure mi sembra nuova e più amabile, perché per un quarto d’ora ho temuto di perderla. Se questo è vero per un attrezzo meccanico, figuriamoci se non lo è per i nostri affetti. Amare è bello, ma avere un tempo incerto e instabile (a volte anche drammatico) per poter e voler difendere le cose amate è un privilegio, un dono.

L’uomo che fu Giovedì, parte 3: sveglia!

«Questo non è il migliore dei mondi possibili,

ma, tra tutte le cose possibili, la migliore è che il mondo sia possibile»

GKC

Scendere nei dettagli della trama de L’uomo che fu Giovedì è un atto di slealtà nei confronti dei futuri lettori. Perché un giallo va seguito passo dopo passo, e non c’è niente di peggio del tizio che salta su prematuramente a dire: “L’assassino è il maggiordomo!”. Perciò, per quanto possibile, cercherò di parlare per metafore, cioè cercherò di mettere a fuoco l’ultimo tassello della mia riflessione, senza esplicitare troppo gli elementi specifici della storia.

  1. Giù la maschera! … oppure: W la mucca

Uno dei temi più sviscerati dalla letteratura novecentesca è stato il rapporto tra realtà e apparenza. Quel gigante di Pirandello ha sondato ogni meandro del rapporto dell’uomo con la sua identità, o meglio, col problema della sua identità: chi sono io? chi è l’altro?

Scelgo una citazione, tra le mille possibili, da Il piacere dell’onestà:

René Magritte

René Magritte

«Ecco veda, signor Marchese: inevitabilmente, noi ci costruiamo. Mi spiego. Io entro qua, e divento subito, di fronte a lei, quello che devo essere, quello che posso essere – mi costruisco – cioé, me le presento in una forma adatta alla relazione che debbo contrarre con lei. E lo stesso fa di sè anche lei che mi riceve. Ma, in fondo, dentro queste costruzioni nostre messe così di fronte, dietro le gelosie e le imposte, restano poi ben nascosti i pensieri nostri più segreti, i nostri più intimi sentimenti, tutto ciò che siamo per noi stessi […]».

Chi parla è Angelo Baldovino, un pover’uomo che per denaro ha accettato di sposare Agata, rimasta incinta dal Marchese Colli, che non può sposarla perché già ammogliato. Il tema della maschera viene evocato in modo inappuntabile in queste parole, e Baldovino/Pirandello descrive benissimo qualcosa di concreto e vero, che tutti conosciamo. Nelle relazioni tra noi e gli altri c’è sempre un filtro, che poi si rifrange in una moltitudine di filtri: c’è l’immagine di me che io do agli altri, c’è l’immagine che gli altri si fanno di me; c’è l’immagine con cui gli altri si mostrano a me, c’è l’immagine che io mi faccio degli altri. Da questo punto di vista, ogni incontro umano potrebbe apparire solo un gioco di specchi, con l’implicazione che sia impossibile un contatto umano autentico.

Tutto ciò è una ferita bruciante. Gli autori, come Pirandello, che hanno documentato questa lacerata e imperfetta natura nei rapporti umani, hanno fatto sanguinare la ferita. Ed è un bene.

Anche Chesterton ci fece i conti, e vorrei quindi sollecitare gli insegnanti a tenere conto della sua voce nell’ambito della letteratura novecentesca, perché lui ci ha lasciato un contributo di valore, offrendoci un punto di osservazione che sconfigge l’ombra scura dell’apparenza e propone una via per ridare pieno valore di autorità alla realtà.

Mi spiego, Chesterton non ha risolto il problema della «maschera», ma ha proposto un modo coraggioso per affrontare con energica fiducia il tema dell’identità, affinché il dubbio non avesse l’ultima parola nel nostro rapporto col mondo e con gli altri. L’uomo che fu Giovedì, ne è una delle testimonianze più luminose. Fu scritto nel 1908, quando contemporaneamente Pirandello pubblicava L’umorismo; fu scritto, ci informa Stephen Medcalf, da un confronto con Joseph Conrad (in occasione di un pranzo presso un circolo culturale, GKC e Conrad discussero di un attentato dinamitardo avvenuto a Londra, e ciò diede lo spunto a Conrad per scrivere il celebre L’agente segreto, che uscì nel 1907, e a Chesterton per scrivere il Giovedì). Insomma, è un’opera pienamente collocata nel dibattito del suo tempo, eppure le storie della letteratura la ignorano.

Il tema della maschera, cioè dell’aspetto di sé che ciascuno offre agli altri e – forse – dietro cui ciascuno vuole celare se stesso, è uno degli elementi cardine dell’avventura di Gabriel Syme; lui stesso indosserà una maschera, cioè si fingerà un anarchico per sedere nel Grande Consiglio degli Anarchici. Fanno parte di questo consiglio sei Consiglieri e un Presidente; essendo in sette, ciascuno porta il nome di un giorno della settimana. Scrutando a uno a uno i Consiglieri, durante una colazione del consiglio, Gabriel (eletto a ricoprire il ruolo di Giovedì) ne resta atterrito. Ne è un esempio perfetto il Dottor Bull, che porta il nome di Sabato, e il cui volto pare un enigma terrificante:

All’estremità del tavolo sedeva l’uomo chiamato Sabato, il più semplice e insieme il più sconcertante di tutti. […] Non c’era nulla di strano in lui, tranne il paio di occhiali scuri e opachi che portava. […] Lo sguardo di Syme era catturato da quegli occhiali neri e dalla smorfia cieca di quel viso. […]. Quelle lenti impedivano di comprendere il senso di quel Occhialivolto, perché era impossibile dire cosa significassero quel sorriso e quell’austerità.

Non occorrono mirabolanti travestimenti, a volte basta un tocco di oscurità o un velo di opacità per renderci imperscrutabili agli occhi degli altri. Lo scontro con ciascuno di questi sei terribili Consiglieri porterà Gabriel a esasperare l’angoscia di sentirsi catapultato in un mondo di maschere, in un universo in cui non esistono criteri per distinguere un amico da un nemico. Un universo anarchico, appunto; e questo è un altro tassello dell’incubo. Per Gabriel l’ossessione del dubbio raggiunge il vertice nel momento in cui si trova a fuggire proprio da una folla di anarchici che lo inseguono col volto mascherato; la fuga lo porta ad attraversare un bosco – una selva oscura – in cui sprazzi di luci e ombre disorientano completamente la vista:

Il fitto del bosco era pieno di sprazzi di luci improvvisi e ombre vibranti; tutto ciò diffondeva sulle cose un tremolio, che procurava una sorta di vertigine … . Per Syme era persino difficile distinguere le solide figure di chi gli camminava accanto, a causa di quel balletto di luci e ombre. […] E se tutti stavano indossando una maschera? Chi era cosa? … Dopo tutti questi stravolgimenti era propenso a chiedersi cosa distinguesse un amico da un nemico. Esisteva qualcosa oltre l’apparenza?

Interrompo la citazione in corso per spiegarne il senso simbolico, usando le parole dello stesso Chesterton, il quale non si lasciò sfuggire un’occasione golosa che gli offrira l’inglese, lingua in cui le parole amico (FRIEND) e nemico (FIEND) sono ancora più simili che in italiano. Spiega quindi GKC:

«In un incubo anche le facce degli amici (FRIENDS) possono apparire come facce di nemici (FIENDS). Ma c’è davvero del bene da scovare nei posti più improbabili e può accadere che chi si combatte a vicenda stia in realtà combattendo dalla stessa parte, quella giusta; ma è un bene che noi lo ignoriamo, perché l’anima deve sentirsi solitaria nella lotta o non ci sarebbe spazio per il coraggio».

Ecco qua il ribaltamento – paradossale – di cui l’intelligenza di Chesterton è stata capace: ci può essere un valore positivo nei mascheramenti reciproci degli esseri umani. Io non leggo candidamente nel cuore di chi mi sta accanto; questa «imperfetta» conoscenza concede al singolo di «sentirsi» solo nel momento della lotta, di non nascondersi dietro una facile compagnoneria. Ma poi, il senso anche vertiginoso e doloroso di questo confronto solitario, ha proprio lo scopo di farmi accorgere che, davvero, chiunque ho accanto a me – anche il nemico – è un amico. Perché tutti siamo sentinelle cooptate in questa battaglia di dare un nome al mistero del mondo. Con drammi diversi e persino opposti, perseguendo scopi divergenti, aderendo a ideali umani differenti, tutti – nel profondo – siamo dentro la stessa battaglia. Stiamo al cospetto del buio e cerchiamo quella lampada luminosa che possa far sparire le tenebre.

L’unico nemico reale e di ogni creatura è la menzogna diabolica della separazione, la tentazione di chiudere i ponti con il reale, di ergere la mente a idolo. È quella tentazione che il giovane Innocent Smith di Uomovivo sentiva quando era portato a credere che l’universo riflesso nella pozzanghera avesse una stella in più del cielo vero e proprio. E qui torno alla citazione, che riguarda Gabriel smarrito nel bosco e in preda a dubbi sull’esistenza di ogni cosa:

«In fondo, non era forse vero che tutto, come in quel bosco incantato, consisteva in una danza tra il buio e la luce? Ogni cosa è solo un bagliore, un bagliore che giunge sempre inaspettato e che sempre viene subito dimenticato. Ecco che Gabriel Syme aveva trovato nel fitto di quel bosco punteggiato di luce ciò che vi trovarono molti pittori moderni: era ciò che la gente moderna definisce Impressionismo, un altro nome per identificare quello scetticismo estremo, incapace di trovare le fondamenta dell’universo».

Claude Monet - Impression, soleil levant

Claude Monet – Impression, soleil levant

 

Intendiamoci, qui Chesterton non sta scagliandosi contro Monet&Co, ma sta puntando il dito contro una pericolosa visione dell’umano e che egli traduce per immagini richiamandosi all’Impressionismo. Chesterton frequentò la scuola d’arte e rimase poi, in qualsiasi contesto di scrittura, una mente essenzialmente pittorica. Nella sua Autobiografia spiegò bene questo appunto critico nei confronti del presupposto teorico che muove l’artista impressionista:

«Penso tuttavia ci fosse qualcosa di spirituale nell’impressionismo, in rapporto con la sua epoca, che era l’epoca dello scetticismo. Intendo che raffigurava lo scetticismo nel suo aspetto soggettivo. Il suo principio era che, se di una mucca si vedeva una linea bianca e una sfumatura color porpora, bisognava ricreare la sfumatura, non la mucca. Era necessario credere nella linea e nella sfumatura, non nella mucca».

Lo scetticismo, quel dubbio radicale che è capace di portare la mente fino all’anarchia, può essere sconfitto solo in un modo: ascoltare il fischio che proviene dal reale, non lasciare che le voci delle mente coprano la voce del mondo reale. La sentinella messa alla prova fino all’estremo, Gabriel, ha sentito una voce semplice e concreta che proveniva dall’esserci delle cose. A quella voce bisogna dare credito. Ed è proprio quello che Gabriel fa in quel bosco oscuro: sentendosi pervaso dalle ombre del dubbio, costringe sé stesso a muoversi verso le persone che gli stanno vicino e «con due impazienti falcate» raggiunge l’ispettore Ratcliffe, che lo precede. Bisogna costringere lo sguardo a confrontarsi con la presenza delle cose, non con il loro riflesso inesistente creato dalla mente.

Se il primo passo è la lotta solitaria col buio, la seconda fase della lotta è non perdere il frutto buono dello scontro col buio: l’aver distintamente udito il fischio della realtà. E, in questa seconda parte della battaglia, che è la pars costruens, ci è compagno e amico chiunque si trovi accanto a noi, anche se ha l’aspetto di un nemico. Ed è amico perché la sua battaglia è, al fondo, la nostra stessa. Ne è un altro esempio la condotta di Innocent Smith, il quale non decide in solitudine, rimuginando, se l’orizzonte del nichilismo è l’ultima parola sul mondo, ma lo verifica coinvolgendo il Professor Eams; cioè catapultandosi nella realtà del rapporto con quell’uomo (che pure è suo avversario). Se il Professore sarà disposto a morire, per dimostrare che la vita dell’uomo è nulla, allora anche Innocent si darà la morte. Ma, alla prova dei fatti, il confronto reale tra Eams e la morte dimostra ciò che anche Gabriel Syme ha scoperto, cioè che l’uomo – quando sta nudo di fronte all’esistenza – è una sentinella: ode una voce buona che proviene da ciò che esiste. La mucca c’è davvero e muggisce. Il Professor Eams avendo una pistola puntata alla tempia, improvvisamente si accorge della realtà e che l’esistente lo interpella:

«Mentre parlava spuntò il sole. E sembrò che infondesse il colore su ogni cosa, con la rapidità di un fulmineo artista volante. Una flottiglia di piccole nubi che navigava nel cielo mutò di colore passando dal grigio tortora al rosa. […] Attraverso un piccolo scorcio che si apriva tra una vecchia taverna di legno e l’imponente massa grigia del College, [il Professor Eams] poteva vedere un orologio dalle lancette dorate che il sole aveva incendiato di luce. Lo fissò ipnotizzato e d’improvviso l’orologio si mise a battere l’ora, come volesse rispondergli».

Per svegliarsi da un incubo bisogna cacciare un urlo, bisogna essere capaci di un gesto concreto e violento per aprire gli occhi. Le ombre sono solo ombre mute, mentre la luce del sole ci parla. E poiché il tempo di vita che ci è concesso sarà sempre un costante destreggiarsi tra buio e luce, è bene armarsi e trovare alleati valorosi.

Uscendo dalle tenebre del proprio incubo giovanile, Chesterton gridò a voce alta e in piena coscienza: Evviva! Perché la realtà è viva. Ed è un miracolo. Poi passò il resto tempo che trascorse su questa terra a lasciare ai suoi lettori testimonianze autentiche e ragionevoli della verità di queste parole scritte ne L’uomo che fu Giovedì:

«Il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male».

GKC-Cecil-Chesterton

 

 

– Come promesso vi allego il pdf che raccoglie tutte e tre le parti di questo saggio. Lo metto qui sotto, e lo trovate anche nella barra di sinistra del blog sotto la foto dei Lettori cosmici. Il documento può circolare liberamente e gratuitamente, chiedo solo di rispettare il diritto d’autore, cioè di attribuire all’autrice la responsabilità … nel bene o nel male … delle parole scritte, se le riportate in citazioni o altro

Pdf: AnnalisaTeggi-L’uomo che fu Giovedì