Cronache dell’ombrellone #1 – Dal tramonto all’alba 

Sono a Cesenatico coi miei tre bimbi, ho pensato di raccogliere piccoli racconti di ciò che accade in spiaggia. Forse ci dicono qualcosa del paese reale… insomma della vita vera che non trova spazio nei TG ma è la linfa dell’umanità.

Parto da oggi.

Passano davanti a noi, lui e lei camminando sulla battigia. Staranno insieme da una vita, lei curva curva e lui col bastone. Lentissimi eppure hanno i costumi coordinati, gialli entrambi, e lei – occhialoni da sole giganti come le dive – ha la messa in piega perfetta.
In direzione opposta arriva di gran carriera un giovane babbo con una torta enorme tra le mani e un 3 in cima (festa di compleanno in spiaggia, suppongo).
La signora si ferma e grida al babbo ridendo: “Veniamo anche noi?”
Il babbo senza fermarsi: “Venga, venga c’è posto per tutti!”.

In direzioni opposte, il tramonto e l’alba della vita s’incontrano.

(PS: sì, mi sono goduta la scena e non ho scattato la foto “giusta”)

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Non occorre essere buoni per fare qualcosa di buono

Dopo aver visto per la centesima volta un certo film, stavo rimuginando su un’intuizione … avuta da mio marito. E nel frattempo la realtà mi ha anticipato.

Partiamo quindi dal reale e non dai pensieri. Una mia amica, dotata di poteri telepatici (almeno con me), mi ha spedito due foto su whatsapp, in cui mi faceva vedere un articolo di cronaca comparso sul Mattino di Padova: un ex carcerato in libertà vigilata ha salvato un uomo caduto, per un malore, in un fiume. Ecco il resoconto dei fatti:

IMG-20150925-WA0011Da rapinatore che seminava terrore a buon samaritano che semina altruismo. È la storia di Marco Padovani, 65 anni, 5 dei quali scontati in galera perché un ex Mala del Brenta, sia durante l’egemonia di Felice Macomè capo dell’organizzazione criminale, che dopo il pentimento di “faccia d’angelo”. Un passato che non ha nulla a che fare con ciò che è successo ieri.

Sono le 10.30, il signor Giuseppe Fabris, 59 anni, viaggia in auto con il figlio quando si sente male: gli gira la testa, ha nausea e chiede al figlio di accostare perché non vuole sporcare l’auto. Sono in piena curva e così il giovane alla guida prosegue alla ricerca di un parcheggio. Una volta giù l’uomo si avvicina al Bacchiglione, scende per l’argine e si sporge verso l’acqua. Sviene e cade in acqua. Alcuni passanti notano la scena, il figlio chiama i soccorsi. È a questo punto che arriva Marco Padovani. Come ogni mattina percorre quel tratto di argine per la sua camminata a passo veloce di un paio di chilometri. «Ho visto la gente ferma in via Isonzo», racconta, «e quell’uomo in acqua a più di 15 metri dalla riva».

Tra il pensare «mi butto» e farlo è passato giusto il tempo di levarsi i vestiti: «se avessi aspettato l’arrivo dei soccorsi l’uomo avrebbe rischiato l’ipotermia», continua, «un collasso, un infarto, era inzuppato in un’acqua piuttosto fredda e si teneva a galla a malapena. In acqua il gelo mi ha immobilizzato i muscoli e l’uomo aveva ancora addosso tutti i vestiti inzuppati che lo rendevamo ancora più pesante: batteva i denti e continuava ad aggrapparsi a me mandandomi sott’acqua. Quando finalmente sono riuscito a girarlo sul dorso l’ho trascinato a riva. Se non mi fossi buttato in acqua mi sarebbe rimasto il rimorso. Ci hanno portato in ospedale nella stessa ambulanza: è stato fortunato perché, perdendo i sensi, non è finito con la faccia nell’acqua, rischiando di affogare e perché non ha battuto contro i massi di cui il fondale, soprattutto vicino alla riva, è pieno».

Marco è stato tenuto sotto controllo al Pronto soccorso, per il suo gesto ha rimediato il vaccino contro la leptospirosi e ci ha rimesso il cellulare, ma ne ha guadagnato lo spirito. Oggi Marco fa una vita molto diversa e lontana dalla violenza della Mala del Brenta: «ho sbagliato», ammette, «e pagato. Dedico la mia vita al volontariato (con gli Alpini dell’Arcella) e sono un disoccupato come tanti. Non faccio mistero dei miei precedenti penali, degli anni passati in carcere per reati contro il patrimonio».

«Marco sono io» mi verrebbe spontaneamente da dire, copiando Flaubert. In questo fatto concretissimo c’è un’ipotesi umana a tutto tondo, molto più autentica e onesta delle tante fandonie buoniste che ci stanno facendo il lavaggio del cervello («il politico deve essere immacolato», «la meritocrazia è l’unico criterio che dovrebbe regolare il mondo del lavoro», «famiglia significa volersi bene»). L’idolatria di un bene astratto e perfetto è il sintomo di una società malata di solitudine. Un uomo solo non può far altro che sforzarsi di essere buono e bravo (e, da solo, un uomo fa molta fatica a tollerare il proprio male).

Francamente, io ho smesso di guardare quei programmi integerrimi, o supposti tali, come Striscia la notizia e Le iene, sia perché mi dà fastidio che esseri umani uguali e identici a me se la menino pensando di andare in giro come portatori di Verità e Giustizia, sia perché è profondamente falso pensare di voler sistemare le cose andando a stanare il male degli uomini, esponendoli alla gogna pubblica. Il mondo non è brutto perché ci sono uomini che sbagliano. Il mondo è questa contesa inesausta tra male e bene, che ci tormenta tutti; che ci impegna tutti. E il mondo non sarebbe un luogo vivibile se tutti fossero immacolati. O, almeno, io non ci vorrei vivere.Ghione-colpito

Ok, ammettiamo pure che un tizio abbia parcheggiato l’auto nel posto riservato ai disabili, senza averne diritto, e l’abbia fatto per la ragione più ovvia e banale di tutte: pigrizia. Non è un bel gesto. Ma che frutto ne ricava il telespettatore vedendo quel poveretto assalito da una telecamera e da un saccente giornalista che gli punta il dito contro? Ne ricava la goduria becera che dà la vendetta. Ma ne ricava anche un insegnamento indiretto su di sé: un uomo che sbaglia (cioè: «io quando sbaglio») è una persona brutta ed esecrabile. In quel momento di ludibrio pubblico, di fronte alle telecamere, il tizio che ha parcheggiato nel posto dei disabili è solo il suo errore e viene punito. Punito dal Tribunale della Solitudine.

Uomini che hanno dimenticato cos’è davvero una comunità umana, e ne idolatrano solo un’immagine astratta, non possono far altro che rinfacciarsi le colpe a vicenda, e non perché abbiano a cuore il bene reciproco, ma per una ragione molto più egoistica: se io voglio stare tranquillo, allora chi mi è vicino deve comportarsi bene perché non leda il mio spazio. L’unica idea di bene che nasce da questo modo di vivere è legalistica: sei bravo se segui le leggi. Un tempo queste persone si chiamavano farisei. E venne Uno che mangiava con le prostitute e gli usurai.

Infatti, per scardinare l’illusione ottica generata da questo buonismo fondamentalmente egoistico, occorre un’azione di rottura clamorosa: occorre far vedere – nella pratica – che il bene procede nel mondo non solo quando gli uomini sono bravi, ordinati e ubbidienti. Bisogna ribaltare tutto.

Ecco, allora, che la cronaca dell’ex-carcerato ha incrociato perfettamente le idee che mi passavano in testa dopo aver visto per la centesima volta il film Un sogno per domani. Tutta presa dall’emotività, io mi destreggiavo a fare riflessioni sulla bontà, sul sacrificio, sull’infanzia; finché mio marito, col pragmatismo spicciolo dell’ingegnere, mi ha dato una bella svegliata, dicendo l’unica cosa sensata (che io non avevo colto neanche da lontano): «Ma ti rendi conto che in questo film tutti quelli che fanno qualcosa di buono sono dei cazzoni?».

Non ho epurato il linguaggio perché, quando ci vuole, ci vuole. Effettivamente il film racconta proprio questo: il bene che passa e si diffonde, grazie un’intuizione buona e … a dei cazzoni. Un insegnante di studi sociali (Kevin Spacey) affida ai suoi studenti un compito che è più che altro un modo per stimolarli a mettersi in relazione col mondo: chiede loro di pensare a un piccolo progetto concreto per cambiare il mondo. Tra i suoi studenti c’è Trevor (Haley Joey Osment), un giovanotto molto sensibile e idealista che realizza l’idea semplicissima e rivoluzionaria di «passa il favore». La spiega alla lavagna a tutta la classe con un disegno e con sogno-per-domaniqueste parole: «Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non possono fare da sole, perciò io la faccio per loro… e loro la fanno per altre tre persone… ».

Fai un favore a tre persone, qualcosa che loro sarebbero incapaci di fare da sole (e dunque ecco già sconfitta la solitudine!) ed essi, a loro volta, possono passare il favore ad altre tre persone.

L’idea di Trevor funziona e «passa il favore» si allarga a macchia d’olio nel paese, ma chi ne è protagonista? Il primo a cui Trevor fa un favore è un tossicodipendente (Jim Caviziel); lo ospita a casa sua, lo fa lavare, gli dà da mangiare e, soprattutto, gli dà dei soldi con cui comprarsi dei vestiti per un colloquio di lavoro. Colpito da questo atto di bontà, il tossicodipendente cambia vita per un po’; trova lavoro e si rimette in riga. Ma poi riprecipita nel buio della droga e della delinquenza; eppure, proprio quando è di nuovo così malridotto, gli capita un fatto di fronte a cui capisce che può passare il favore: salva una donna che stava per buttarsi giù da un ponte e, per dimostrarle che non è sola, la invita a prendere un caffè.

Tutti gli altri personaggi che passano il favore sono simili a lui: una madre alcolizzata, una barbona altrettanto alcolizzata, un teppista, un avvocato spietato. Il caso del teppista è il mio preferito: la barbona alcolizzata lo salva dall’inseguimento della polizia dopo un furto (questo è il favore!!! … ma d’altra parte il bene deve essere percepito come tale da chi lo riceve); poi la donna gli spiega il meccanismo di «passa il favore». Qualche giorno dopo il teppista è al Pronto Soccorso per una ferita d’arma da fuoco e insieme a lui in sala d’attesa c’è un padre con la figlia in preda a una fortissima crisi d’asma. La bambina è ridotta davvero male, ma l’infermiera spocchiosa afferma che nel regolamento dell’ospedale hanno la precedenza le ferite d’arma da fuoco. Allora il teppista spara un colpo per aria e, minacciando l’infermiera con la pistola, la obbliga a prendersi immediatamente cura della bambina.

In fondo, siamo tutti carcerati capaci di fare qualcosa di buono. Perché sarebbe triste (e falso) dire che il bene continua ad abitare nel mondo solo attraverso il comportamento perfetto di una persona brava. Noi non creiamo il bene né lo possediamo, possiamo solo riconoscerlo e «passarlo». La verità è che il bene è un seme piantato nel DNA del mondo e delle creature ed è perciò qualcosa di oggettivo e democraticamente trasversale, cioè lo riconosce – in fondo alla propria coscienza – anche un bastardo recidivo.

Un uomo può continuare a essere ladro, bugiardo, adultero; e possono esserci squarci di autentica bontà anche nella sua vita. E questa non è una giustificazione per dire che ciascuno può tranquillamente continuare a indugiare nei propri errori; anzi, è il contrario. Un uomo non cambia, improvvisamente e per sempre, perché si vede un dito puntato contro; il cambiamento può richiedere molte cadute, può persino non arrivare, ma deve sempre essere libero. Siamo tutti carcerati nei nostri calcoli, egoismi, ricatti; però, pur così meschini, siamo capaci di riconoscere il bene, se ne siamo toccati. E talvolta, con un guizzo di autentica grandezza, ci mettiamo al suo servizio; anche se poi un minuto dopo litighiamo con il primo che passa.

Qualcuno, come Trevor, ha iniziato il gioco di «passa il favore» e noi ci siamo finiti dentro. Qualcuno, al principio dei tempi, ha insinuato dentro il mondo l’ipotesi che creature imperfette sappiamo riconoscere qualcosa che è meglio e più giusto dei loro limiti (e ne siano attratti). Occorre una mente innocente che progetti un gioco simile e dia il via alla catena viva di bene; noi non siamo innocenti, ma siamo quelli che talvolta stanno al gioco … e in quei momenti ci sentiamo come degli smemorati a cui improvvisamente torna limpido il ricordo di sé, della propria umanità più piena. Allora, e solo allora, l’ipotesi del cambiamento si pone non più come imperativo moralistico, ma come la coraggiosa ipotesi di lasciare la strada dell’istinto, della violenza, dell’appagamento egoistico e di imboccare il sentiero in salita che porta in cima al monte.

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#FACCIAmolo – la bevitrice americana

Finalmente non sono più da sola a chiacchierare su questo blog!! Sono strafelice di ospitare il racconto di una amica che chiameremo lapazientebionda . Lei è schiva a esporsi, ma il suo mestiere la costringe a guardare con attenzione “chirurgica” le persone. Questa dote se la porta dietro sempre e sa, quindi, scovare piccoli frammenti di paradiso nel quotidiano tran tran. Insomma, è la narratrice perfetta per la nostra rubrica #FACCIAmolo.

Ecco il suo racconto, intitolato La bevitrice americana e il ragazzo dei fiori

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Foto di Karsten Bitter

Erano le 18 circa.
La ragazza bionda entra a salutare Nereide che gestisce il bar san Paolo: è a caccia di un sorriso e di una parola. Chiede una Lemonsoda ed apre il quotidiano oramai vecchio.
L’americana anziana, cliente nota per la passione alcolica a Nereide ed a chi il suo bar frequenta, si beve in rapidità una spremuta di limone con chissà quale superalcolico. A due passi da lei, appoggia i gomiti sul bancone un ragazzo di colore: ha lasciato fuori del negozio lo strumento del suo mestiere cioè i fiori, che cerca di vendere ai passanti. Nereide gli chiede: «E ti fidi?» Lui fa spallucce e sta in silenzio. Poi beve con la consueta calma degli africani il caffe’ macchiato che Nereide gli ha preparato.
La donna americana ha le gote rosse e di sotto gli occhiali ed i capelli bianchi ed unti lo osserva e ad un certo punto estrae i soldi per pagare e dice che vuole pagare anche il caffè del ragazzo. Le tre donne si rivolgono verso il giovane uomo pensando che questo ringrazi. Macché. Si continua a bere il suo caffè lungo … tendente all’infinito. L’americana esce in silenzio e le rimanenti osservatrici sono un po’ deluse. Il ragazzo finisce il caffé e si avvia, ringraziando Nereide, verso l’uscita. Nereide allora gli dice: «Non me devi ringraziare, ma la signora». Allora lui apre lo sguardo e diventa veloce: apre la porta e prende dal tavolino fuori il mazzo di rose rosse e bianche che aveva appoggiato sopra e ne estrae una.
La bionda dentro il bar si risveglia dalla sua assopita tristezza e dice a Nereide: «Non voglio perdermi la scena!». Cosi apre la porta e segue con lo sguardo il ragazzo di colore. Questo ha camminato di corsa e ha infine raggiunto l’anziana bevitrice che stava per entrare in casa. Le sorride e le porge una rosa bianca.

La ragazza bionda esce e va a farsi un giro, e poi va a messa e che sente dire dall’anziano prete?
«Beati coloro che vedono quello che oggi avete visto».

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“Ti amo e stanotte ho perso un dente” (rassegna stampa dei non rassegnati)

Carissimi lettori,

buon giorno. Perché è un buongiorno quando, spulciando tra i giornali, si trovano notizie così. Magari i serissimi telegiornali la snobberanno … ma i lettori cosmici no.

Un bimbo di cinque anni, malato di tumore, ha scritto una lettera d’amore alla sua giovane principessa, usando per lei parole degne di un vero poeta (che non è quello che usa astrusi giri di parole, ma quello che fa splendere la semplicità):

«Sei bella come una coccinella. Ti amo e stanotte ho perso un dente».

Da leggere tutta, qui:

http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/lettera_amore_bimbo_cancro_foto/notizie/1033005.shtml

http://www.flickr.com/people/betovilaboim/

Photo by Beto Vilaboim

Chiacchiere di una mattina di mezza estate

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Foto di Ulrica Torning

Le donne non più giovani e non ancora anziane si barricano dietro la frase: «A una signora non si chiede mai l’età». Lei, invece, me l’ha spiattellata senza neanche presentarsi col buongiorno: «Ne ho 91 sa, di anni. E guido ancora la macchina» – mi ha detto questa benemerita sconosciuta, accomodandosi accanto a me al bar.

Mi ero fiondata sulla sedia a dondolo (ne hanno messa solo una, che va sempre a ruba), in attesa che mio marito mi portasse una tazzina di veronero, un espresso doppio. Me l’ha poi adagiata sul tavolino dicendomi: «Ecco, la signora è servita». E io mi sono rivolta all’anziana sconosciuta, chiedendole: «Va bene che qualche volta anche i mariti siano servizievoli, vero?».

Lei aveva trovato il giornale che le interessava e non alzava gli occhi, lo sfogliava in cerca della pagina del meteo (l’ho capito dopo). Ha sorriso senza guardarmi, poi dopo un po’ ha aggiunto: «Mio marito mi disse questa frase quando mi diede l’anello di fidanzamento: “Io ti sposo, così tu poi non farai più niente e a te ci penserò io”. Basta dire che, dopo sposati, io ho trovato lavoro una settimana prima di lui. Perché io facevo la sarta, lui invece cercava…cercava… sempre qualcosa di meglio, poi ha accettato di guidare i tram. Ero molto brava, mi sono occupata anche del campionario di Armani».

Era da sola lì, e a me è nata la curiosità di sapere se suo marito era ancora vivo. Mi ha anticipato: «È morto giovane, poveretto. Son già quarant’anni che sono senza di lui». Una certa indipendenza e un piglio robusto le si leggevano, effettivamente, sia nel timbro di voce sia nell’atteggiamento cordiale e insieme diretto, ma poteva essere una dote caratteriale e non frutto della vedovanza.

La mia sedia preferita @ Mama mia Café

La mia sedia preferita @ Mama mia Café

Il filo logico dei suoi pensieri, seguendo un suo intimo percorso legato alla morte e agli affetti, è proseguito ad alta voce, ma gli occhi erano sempre sul giornale: «La vita sa farti vedere anche il disgusto. C’è del disgustoso nella vita. Io sono rimasta incinta la prima notte di nozze e poi mi hanno tolto dalla pancia il bambino al settimo mese di gravidanza, morto». Devo, a questo punto, aver detto qualcosa di banale e scontato, ma lei mi ha guardato e c’è stato un attimo di intesa.

Dalle retrovie, mio marito mi faceva cenni eloquenti… è tardi… è tardi. Ho salutato la signora con quanta più cordialità mi venisse fuori, ma lei aveva già ributtato gli occhi al giornale; però sulla porta ci è giunta la sua ultima battuta: «Oh, ragazzi! Qui dice: pioggia per altri tre giorni. Coprirsi, mi raccomando».