Tu, Sara e io nella selva oscura. E oltre.

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La realtà è quella «cosa» che accade, mentre tu avevi in mente di fare altro. La casualità è quella «cosa» che, grazie a una vera e propria scemenza, ti fa accorgere di ciò che sciocco non è.

La scorsa settimana sono stata invitata a Forlì per partecipare a una conferenza introduttiva a un evento bellissimo, la lettura integrale della Divina Commedia in tre giorni consecutivi, allestita da gente comune sotto la guida del regista Franco Palmieri.

Dopo anni di seminari, conferenze e incontri, ho cambiato il mio stile oratorio: all’inizio avevo sempre l’assillo di stupire l’uditorio, come se fossi io al centro della scena. L’orgoglio è una brutta bestia. Nel tempo, mi sono messa in discussione e ho scelto di non preparare in anticipo i discorsi. Non è incuranza o pigrizia. È una sfida. Ho sempre sostenuto astrattamente che la letteratura ha a che fare con la vita, quella quotidiana, quella carnale; perché non verificarlo esperienzialmente? – mi sono detta. Ora il mio piano di battaglia abituale è questo: preparo in anticipo solo il tema o fulcro da proporre all’attenzione di chi mi ascolta e poi, sul momento, «guardo» cosa accade attorno a me e uso le particolari circostanze che incontro per «incarnare» il tema che ho scelto. Da quando ho fatto questa scelta, è sempre accaduto che ci fossero eventi piccoli o grandi capaci di illuminare di esperienza il tema astratto da me pensato. È un salto nel vuoto, perché mi chiede di fidarmi dell’onestà della vita, che non tradisce mai quel vero che s’incontra nei libri.

Eccomi, dunque, pronta a preparare il mio intervento alla conferenza di Forlì: la mia scelta astratta era stata quella di fare la cosa più scontata possibile, per dimostrare che scontata non è. Tutti conoscono i primi versi della Divina Commedia, eppure sappiamo davvero cosa dicono? Ebbene, il mio piano teorico era di parlare di questi versi super-mega-conosciuti e poi … stare a vedere cosa mi avrebbe aiutato a spiegarli.

Ed è accaduto di nuovo. La realtà mi ha portato un fatto che, inaspettatamente, ha confermato la verità di quei versi in modo così autentico da essere commovente. Ed è stata una vera e propria scemenza a farmi accorgere di un parallelo che altrimenti avrei ignorato. Io dovevo parlare di una selva oscura, la cronaca parlava a gran voce dell’atroce vicenda di Sara Bosco. Selva e bosco. È bastata questa sciocchezza a catturare i miei pensieri, una casualità che ha spazzato via la distrazione.

Sara Bosco è morta a 16 anni di overdose, sola su una barella tra i corridoi fatiscenti dell’ospedale Forlanini di Roma (quella parte abbandonata dell’edificio che attualmente è ricettacolo di drogati, vagabondi, prostitute). Sua madre l’ha cercata tutto il giorno, disperatamente, e l’ha trovata quando ormai era troppo tardi. Katia, la mamma, ha provato a rianimare la figlia, al buio in quel corridoio sporco e zeppo di rifiuti e siringhe, ma non ce l’ha fatta. Dice Katia: «Le ho dato due baci in fronte e poi l’ho vista portare via chiusa in un sacco nero». Sua figlia, di 16 anni. È la selva oscura che ri-accade. Dante non scherzava quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita». Nostra: accade a me il buio, accadrà a te fra dieci anni, accadde sul Calvario 2000 anni fa. È roba nostra, il buio.

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Ospedale Forlanini – “ché la diritta via era smarrita”

Alla luce di ciò, mi sono detta che avrei ripercorso la mia lettura dei primi versi della Divina commedia ambientandoli al Forlanini come se a parlare fosse Sara.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva OSCURA,

ché la diritta via era smarrita.

In base a uno stereotipo falso la poesia sarebbe un linguaggio difficile. Al contrario, la poesia fa di tutto per mettere tra le mani del lettore un senso di parole che sia fortissimo e semplice. La rima, ad esempio, è un meccanismo per non distrarci; il grande critico Gianfranco Contini scrisse che la rima è l’ostacolo a partire da cui il poeta lavora: si mette in rima la parola dolente, quella che urta e ferisce, quella problematica; è l’urlo di una ferita, la lama di un coltello. Se Dante scrive «oscura» come parola rima, vuol dire che quello è il nucleo drammatico; occorre immedesimarsi appieno nel significato di oscurità.

Sara era precipitata dentro la tenebra, quel buio giovanile che – se non viene soccorso – precipita in una voragine sempre più oscura. Si drogava di eroina, era scappata di casa molte volte, dormiva nei garage pubblici di Roma. Ricoverata in una casa famiglia, ne era fuggita calandosi da una finestra e precipitando: la caduta le aveva procurato un codice rosso al Pronto Soccorso, era quasi morta. Poi, di nuovo fughe, droga e chissà cosa.

Il buio è una paura atavica e viscerale. È ciò che spaventa di più un bambino. A partire dalla parola «oscura» Dante crea una situazione di letterale oscurità, mette in scena l’incubo di chi si trova con gli occhi chiusi in un luogo che non conosce. Sul serio. Dopo la parola «oscura» ogni dettaglio visivo scompare, e il protagonista deve provare a uscire dalla selva usando gli altri sensi. Tasta, odora, ascolta. È letteralmente cieco.

Ahi quanto a dir qual era è cosa DURA

eSta Selva Selvaggia e ASPRA e FORTE

che nel pensier rinova la PAURA!

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“è cosa dura”

La prima indicazione che il lettore riceve su cos’è e com’è fatta la selva è l’aggettivo «dura». Il tatto è il primo senso chiamato in causa in assenza della vista: la durezza significa estraneità e repulsione. La selva non è un abbraccio morbido, ma è un ambiente ostile, innanzitutto nell’accezione di rigido, non malleabile, non accogliente. Duro è il cemento armato, quello scabro e misero delle stanze del Forlanini dove Sara è morta; il suo grido è rimbalzato su pareti fredde e amorfe, che non le hanno procurato altro che il rimbombo del suo dolore.

Al tatto seguono l’udito e il gusto: nella selva si odono suoni sibilanti («esta selva selvaggia) e sapori sgradevoli (aspra). La presenza del serpente, accennata dai suoni, suggerisce diffidenza e tradimento: nella selva possono nascondersi trappole. Tutto culmina in un’altra parola-rima dal significato denso: forte. È un aggettivo comune, eppure suggerisce sia informazioni uditive sia tattili. Forte è uno strillo. Forte è uno schiaffo. Sara Bosco, una ragazzina tutt’altro che forte, ha ricevuto forte sul suo corpo i segni della brutalità del mondo. Quella notte in cui è scappata dalla casa-famiglia ha sbattuto forte per terra buttandosi dalla finestra, e s’è quasi ammazzata. A suo modo ha gridato forte, di paura.

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“tant’è amara che poco è più morte”

Sì, questo percorso sensoriale, breve ma intensissimo, culmina in una parola disarmante nella sua capacità di comunicare un’emozione: paura. Dante era un grande poeta, capace perfino di scrivere le rime petrose, cioè rime difficilissime. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare parole ben più erudite e forbite per suggerire il suo dramma, eppure no. Sceglie la parola più usata da tutti. Tutti sanno cos’è «avere paura». È così che il poeta ci prende per mano dentro la sua selva, che è anche la nostra selva. Ognuno sa, nel suo cuore, quando e perché ha detto in vita sua: ho paura!. Ognuno e tutti siamo stati nella selva.

Tremo al pensiero di immaginare che anche Sara nella notte della sua morte abbia avuto un barlume di coscienza tale da sentire paura e non abbia visto attorno a sé altro che buio, silenzio e puzza. Tremo perché sono mamma e la penso come figlia mia. Una ragazzina di 16 anni è ancora piccola e se ha paura, dovrebbe essere abbracciata dalla mamma. Piango al pensiero che lei si sia sentita sola e impaurita, anche se era stordita di droga.

Tant’ è amara che poco è più MORTE;

ma per trattar del BEN ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho SCORTE.

Tutta l’umiltà di Dante è contenuta in questi versi.

Facciamo il punto: il poeta s’imbarca nell’impresa di scrivere un poema, un poema che alla fine sarà costituito di 100 canti e circa 20.000 versi. Eppure, alla fine del settimo verso s’incontra la parola morte, che è equivalente a fine. Quando il protagonista muore, la sua storia finisce. Un progetto ambizioso naufraga dopo sette versi. È una tragedia, non una commedia.

È una tragedia come quella di Sara la cui vita doveva essere un poema più lungo, che ha incontrato troppo presto la parola morte. La storia di Sara ha trovato un definitivo punto fermo a soli 16 anni, cioè a poca distanza dal suo inizio; invece, la storia di Dante, pur incontrando presto la parola morte, non si ferma a un punto fermo, ma va avanti.

Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile?

Non solo. La quinta parola che Dante scrive dopo «morte» è «bene». Com’è possibile? Com’è ragionevolmente possibile passare dalla fine a un lieto fine in così breve spazio?

Questo è il luogo poetico in cui si passa dalla tragedia alla commedia; e si può onestamente arrivare alla commedia solo avendo conosciuto la tragedia. Un uomo che non abbia seriamente preso in considerazione la morte, cioè la sua finitezza, non può comprendere con la ragione e abbracciare col cuore l’unica ipotesi che sconfigge la morte.

Tutto sta in piedi grazie a una parola piccolissima, a una congiunzione avversativa: MA. Questa paroletta è quella che usiamo per descrivere certi momenti in cui le cose non vanno come volevamo. Avevamo deciso di fare una passeggiata, ma è venuto giù il diluvio. Volevo fare una torta, ma mi mancava il lievito. Eccetera …

Si chiama avversativa, perché è una congiunzione che introduce qualcosa che va in direzione opposta (ad-versa) rispetto a ciò che la precede. Etimologicamente è uguale ad «avversario» che è proprio colui che viene in direzione opposta e sbarra la strada, ad esempio, al calciatore che vuole fare gol.avversario

Però è anche simile alla parola «avventura» (ad-venio). Un avversario può portare un’avventura. Qualcuno che introduce nella tua vita un’ipotesi non preventivata, può salvarti la vita. Ecco quel che accade a Dante. Il poema è tale, cioè è una storia che va oltre la morte, perché qualcuno arriva incontro a Dante procedendo in direzione opposta alla sua. Il cielo lo soccorre e manda incontro a lui Virgilio e Beatrice. Loro due sono «avversari» perché chiedono a Dante di essere seguiti su un percorso diverso da quello preventivato dal poeta: lui voleva uscire dalla selva salendo su un monte, loro lo conducono fuori facendolo innanzitutto scendere all’inferno. Ne deriva un bene. Non solo Dante esce dalla selva, ma in 100 canti e circa 20.000 versi ci racconta di aver trovato un luogo in cui la felicità è esperienzialmente possibile.

Ritorniamo, però, ai primi versi del poema.

Dopo questa clamorosa inversione di marcia, dopo il «ma» il lettore scopre che l’oscurità è scomparsa. Il bene si vede subito perché s’incontra come parola rima il participio passato «scorte». Il verbo scorgere è il primo indizio visivo dopo una pausa di buio. Qui il poeta vede di nuovo, o meglio scorge: intravede, comincia pian piano a distinguere qualcosa di luminoso. C’è di più. Ancora una volta, la parola-rima è potente. La scorta, infatti, è la persona che accompagna ed è anche la riserva di cibo.

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Un raggio di sole entra al Forlanini

Nel giro di soli 9 versi Dante ci ha anticipato il senso profondissimo del suo viaggio: l’oscurità in cui precipita l’essere umano è stata soccorsa da una compagnia che ha offerto nutrimento all’anima e ha snebbiato la vista. Se, dopo 7 secoli, ha senso leggere e raccontare ad alta voce la Divina commedia è per questa esperienza di speranza vissuta. È per rispondere al grido strozzato di chi – come Sara Bosco – arriva alla morte troppo presto e non vede via d’uscita al buio.

Chi ha conosciuto che un’avventura diversa dalla selva oscura è possibile, chi si è lasciato condurre da un avversario buono, non può e non deve tacere.

L’irriducibile leggerezza del bene

Settembre 2015 Inferno

(Questo articolo è comparso sul numero di settembre della rivista di Università Aperta Imola)

La bellissima miniatura che decora la copertina di questa rivista raffigura un momento davvero intenso e drammatico nel corso del viaggio di Dante nell’aldilà. Si tratta di una scena terribile che, nella sua interezza, si svolge in due canti successivi, l’ottavo e il nono dell’Inferno. Questo indizio formale è già significativo del contenuto: di solito, infatti, Dante è molto attento a svolgere e racchiudere un contenuto all’interno della lunghezza precisa di ogni canto; in questo caso la materia deborda, cioè quasi sfugge di mano al poeta, che non riesce a «chiuderla» dentro una forma precisa. Qualcosa di grande e informe sfugge alla sua ragione. Ed è qualcosa che dilata e cresce la sua paura. Di che si tratta? È l’ombra di terrore di cui si serve il male.

Da questo passaggio la persona di Dante rimarrà segnata, ma poiché il titolo del poema è «commedia» e non «tragedia», anche nell’attraversare questo momento drammatico la speranza non viene meno. Dante e Virgilio compiono un cammino voluto da Dio, eppure giunti in prossimità della Città di Dite, mille diavoli sbarrano loro la strada e non hanno nessuna intenzione di farli passare. Essi deridono e oltraggiano i due viandanti. È la prima volta in cui anche Virgilio sbianca e Dante vede vacillare la sua guida che, solitamente, si mostra sicura e decisa. Siamo di fronte a un passaggio senz’altro cruciale, perché, oltre le mura di Dite, Dante vedrà e toccherà con mano la punizione che spetta a chi ha commesso peccati in cui c’è un pieno uso della volontà; fino a quel momento i dannati incontrati dal Fiorentino avevano commesso delle colpe meno gravi, legate alla pura incontinenza. Oltre quel limite, Dante vedrà il male senza attenuanti di sorta, quello consapevole e violento; accedere a questa zona infernale non può essere indolore, come dichiara Virgilio: «u’ non potemo intrare omai sanz’ira» (IX, 33), ovvero, come spiega il Barbi, in cui non si può entrare senza dolore, rammarico, affanno e tormento.

Come dicevo, i diavoli non hanno intenzione di lasciar passare Virgilio e Dante; nonostante ciò, Virgilio decide coraggiosamente di affrontarli e dobbiamo immaginare che anche lui fosse impaurito da quella vista, eppure si premura di rassicurare Dante: «Non temere; ché ‘l nostro passo / non ci può tòrre alcun; da tal n’è dato» (VIII, 104-105). Michelangelo - Giudizio universale part.Il maestro non sa ancora bene come, però è certo che i diavoli non avranno l’ultima parola e, dunque, s’incammina verso di loro, lasciando Dante indietro al sicuro. Ed è per descrivere questo momento di timore e solitudine che Dante ci regala un’espressione che tutt’ora resta tra i nostri modi di dire: «Così sen va, e quivi m’abbandona / lo dolce padre, e io rimagno in forse».

Noi diamo ormai quasi per scontato cosa significa “rimanere in forse”, ma Dante l’ha inventato. Che sensazione è quella di essere in forse? È quel terribile momento di sospensione prima di un disastro probabile. È un’attesa col fiato corto. È incapacità di azione, quando la nostra volontà deve attendere sviluppi che non dipendono da essa. La solitudine e il buio dell’incertezza: ecco qual è il primo velo che stende l’ombra del male.

Poi le cose peggiorano in un modo più spaventoso, perché Virgilio non riesce a convincere i diavoli e torna smarrito indietro da Dante. Di lì non si passa. Ed entrano in scena figure ben più terribili dei diavoli, le Furie. Loro rappresentano le tre forme che il male assume nell’uomo: pensieri malvagi, parole malvage, azioni malvage. Come se ciò non bastasse, arrivano anche le Gorgoni capeggiate dall’orribile Medusa, capace di pietrificare chi osa rivolgerle un solo sguardo: in senso simbolico, lei rappresenta la forma più acuta di paura, quella in grado di annebbiare la mente e oscurare la vista e quella di chi dispera della salvezza.

Sconforto, timore, viltà, sbigottimento sono le emozioni discordanti che attraversano l’animo di Dante. Come si esce da questa situazione in cui le forze del male apparentemente sono padrone della scena?1309465766 Ecco, la soluzione è sorprendentemente «leggera» e istantanea. Come una brezza di vento, scende un angelo dal cielo e la sua semplice presenza fa istantaneamente scomparire ogni traccia di diavoli e Furie. Ebbene sì, una scena di terrore costruita per quasi due canti si risolve con due versi: il messo celeste «venne a la porta e con una verghetta / l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno» (IX, 89-90).

La poesia di Dante ha la capacità di farci compagnia nel tempo, mostrandosi addirittura più attuale delle nostre idee o ipotesi. È in questi canti che mi rifugio quando le notizie del terrorismo internazionale ci bombardano di tragedie orribili, lasciandomi inerte, dubbiosa e spaventata. Il male si nutre di ombre gigantesche, perché non ha alcuna sostanza buona. Ma sono ombre; è questa la fiducia che ci danno i canti della Commedia appena raccontati. Il bene, invece, è fatto di sostanza e allora è sufficiente un piccolo gesto per disintegrare paure e terrori che paiono insormontabili. I protagonisti di una scena non sono quelli che stanno sul palcoscenico per molto tempo, come i diavoli in questi canti, ma quelli capaci di gesti risolutivi. Una piccola comparsa veloce e istantanea arriva e sistema tutto. È questa la speranza, per noi sulla terra. Al bene basta poco: non gli occorrono atti plateali, chiassosi e stupefacenti; gli occorrono solerti e umili comparse.

E tutti noi siamo comparse in questo mondo, piccole presenze capaci di piccole sostanze di bene; siamo noi, con la nostra volontà impegnata nel ritaglio di terra in cui ci troviamo, l’unico antidoto efficace alle ombre del terrore.

 

 

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suicidio

Il relativista (…ovvero: basta una zanzara per sconfiggere il Diavolo)

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’ io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Dante, Inferno, canto 3

Guardando una puntata del programma Giù in 60 secondi ho scoperto che esiste il relativista, e che non è (solo) un  filosofo.

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Paracadutismo – lavoro relativo

In senso sportivo, il lavoro relativo è una disciplina del paracadutismo che consiste in un volo in caduta libera eseguito da 4, 8 o 16 componenti durante il quale si eseguono figure geometriche di gruppo. Posso solo immaginare che non sia affatto semplice orientarsi nell’aria mentre si precipita a non-so-quanti Km orari. E poi ci si deve anche aggrappare ai propri compagni in un modo specifico e particolare. Il contatto con gli altri va cercato ed eseguito con fatica.

Posso anche immaginare che non ci sia metafora migliore per descrivere la nostra vita, che altro non è se non un tuffo vorticoso in cui la prima cosa che tutti abbiamo sentito è stata l’intrusione dell’aria nei nostri polmoni. Tutto per noi è cominciato con un bel pianto, ed è stato un fiotto d’aria inaspettato a farcelo fare. Da allora in poi siamo «saltati dentro il mondo» e tuttora ci siamo in mezzo. È un salto che ci esalta e ci stordisce. Ciascuno di noi può scegliere se farlo in solitaria o se essere relativista, un coraggioso atleta che tenta di aggrapparsi a chi incontra per scrivere disegni sul tratto di strada che insieme si attraversa.

Dei grandi narratori e poeti credo si possa incontestabilmente dire che siano stati dei relativisti, cioè che abbiano scommesso sulla presenza umana non come somma di individualità distinte e solitarie, ma come disegno di relazioni che sbocciano. E ci sta che nel vivace mondo umano la parola «relazioni» non implichi solo cordiali strette di mano, ma anche spintoni e schiaffi…

Dal film "Amici miei"

Dal film “Amici miei”

Qualsiasi relazione, comunque, è meglio di nessuna relazione. Perché nessuna relazione significa «assolutismo» (ab-soluto = senza legami) e la monarchia assoluta è per definizione l’impero del Diavolo (dia-ballo = separo). Non è, infatti, un caso che il primo gesto lieto e vittorioso che s’incontra leggendo la Divina commedia sia quello di Virgilio, che tende la mano a Dante vedendolo spaventato (perché ha letto quella tremenda iscrizione sulla porta dell’Inferno che si conclude con Lasciate ogni speranza voi ch’intrate). La visione infernale è già sconfitta da quel gesto relativo, perché l’antidoto al Diavolo – che vorrebbe separare l’uomo e chiuderlo nella fortezza dei propri istinti, desideri e ricatti personali – è proprio la nostra capacità relativa, di creare legami con l’esistente. E se qualcuno ci tiene per mano, possiamo scendere fino negli abissi senza paura che il buio ci assorba e schiacci.

È quello che succede nel film Gravity. La povera Sandra Bullock, a un certo punto, sarebbe proprio spacciata: è rimasta sola in mezzo allo spazio, incapace di pilotare una navicella che peraltro risulta non funzionante. Perché poi dovrebbe prendersi la briga di cercare di salvarsi? Sulla Terra l’attende solo la più atroce delle condizioni, quella di madre sola che ha tragicamente perso una figlia piccola. Ecco, su quella navicella tutto parlerebbe di buio e liberazione dai vincoli terreni. Spegni il motore, spegni le luci, chiudi gli occhi. «Non hai scampo, cara mia, sei sola. E poi … vuoi davvero continuare a vivere, solo per trascinare avanti quel dolore che ti frantuma ossa e cuore? ». La voce del Diavolo – talvolta – appare assai ragionevole. Ed è la sua lusinga più insidiosa.

Fatto sta, che alla cara Sandra Bullock a quel punto, misteriosamente quanto visceralmente, va in soccorso una risorsa estrema. Qualcuno bussa alla porta della sua navicella alla deriva. Ricompare – come visione o fantasma – l’ultima figura umana che ha conosciuto, un altro astronauta – dalle sembianze peraltro gradevoli di George Clooney – che in una circostanza precedente l’aveva salvata dal naufragare nello spazio profondo. Quella voce amica la spinge a non mollare. Qualunque cosa sia, c’è nel fondo del nostro animo un istinto a non cedere al nulla e a cercare un legame a cui aggrapparsi anche nelle peggiori circostanze. Così nella selva, Dante ha visto Virgilio andargli incontro.

I nostri organi sensoriali sono tutti protesti all’esterno (occhi, bocca, orecchi, mani, naso) perché noi siamo bisognosi di un legame relativo, e il mondo è una folla di mani tese che il Creatore ci ha dato per farci sentire che non ci ha lasciati soli. Nella sua grande ironia, talvolta ci manda incontro anche dei fastidiosizanza1G seccatori … Dio ha creato anche la zanzara. Ma la zanzara, con la sua ostinata attitudine a immischiarsi con gli altri, è una fiera paladina del relativo (ed è dunque fiera avversaria del diabolico). La zanzara è un iperbole dell’idea che il legame con gli altri ci dà la vita.

Solo tendendo per mano qualcuno posso coraggiosamente incamminarmi a sondare le «segrete cose», che sono tutti i reconditi meandri della mia persona e delle altre persone; infatti, da sola io sarei capace solo di emettere sentenze e mai di fare scoperte.

Teniamoci d’occhio, sgomitiamo, punzecchiamoci … questo è l’antidoto che la letteratura diffonde da sempre nel mondo: uno scrittore costruisce vincoli tra le voci umane e con i suoni del mondo intero; se vogliamo, si tratta di un messaggio simpatico, ovvero di un’opposizione a oltranza alla monarchia assoluta di quell’ anti-patico (cioè che è contro il legame affettivo) del Diavolo.

«Uno sguardo di affetto e di sollecitudine – quando tutti gli altri occhi sono voltati in là con indifferenza, la coscienza di possedere la simpatia e il cuore di un solo essere, quando tutti gli altri ci hanno abbandonati – è un sostegno, una ragione che ci lega alla vita, un conforto nella più profonda desolazione che nessuna ricchezza potrebbe comprare, nessun potere al mondo potrebbe concedere» (Charles Dickens, Il circolo Pickwick)

Grazie, Professoressa

Allor si mosse, e io li tenni dietro

Foto di McDarius

Foto di McDarius

Pochi giorni fa mi sono trovata a parlare di letteratura in un contesto inconsueto: tra operai e agricoltori. Quando uno varca la soglia della Facoltà di Lettere, s’immagina che un giorno – prima o poi – farà lezione … davanti ad altri studenti. Per fortuna la realtà è più vivace delle nostre congetture.

E così mi sono trovata a dialogare con un operaio che lavora in uno zuccherificio, il quale mi ha francamente detto: “Lei, per mestiere, racconta delle storie. Ma a noi tocca la vita e la realtà, ed è tutt’altra cosa”. Gli ho confessato che avevo pensato la stessa cosa prima di mettermi a parlare. E gli ho però anche confessato che di fronte a lui mi trovavo, finalmente, a toccare con mano il peso, il valore e la concretezza della letteratura.

C’è chi sostiene che, quando Dante scrisse il famoso verso “nel mezzo del cammin di nostra vita” avesse usato l’aggettivo “nostra” in modo retoricamente accattivante (per strizzare l’occhio al lettore e invitarlo a leggere). Il suo stesso poema dichiara a chiare lettere che questa ipotesi di pura retorica è falsa. Non c’è cosa più difficile da dire che “nostra”, e farlo in modo autentico. Il più delle volte esiste il mio, da una parte, e il tuo dall’altra (… anche in famiglia). L’ipotesi che Dante butta lì all’inizio del poema viene costruita, verificata e messa alla prova in tutto ciò che segue il primo canto dell’Inferno: la Divina Commedia è il tentativo di guardare e dare lode alla Creazione come vincolo relativo, come tessuto di relazioni, in cui l’unicità di ogni individuo si intesse a tutte le altre unicità esistenti, creando non un caos ma un disegno. Non un caos ma un canto.

Non un caos, ma un canto. Oggi, il più delle volte, quando ci sono delle voci che si sovrappongono quel che ne esce è il bisticcio, la confusione, l’insulto o l’indifferenza. Si passa dalla rissa verbale al silenzio cocciuto, in men che non si dica. Perché l’umano ribolle dentro la realtà; ed ecco allora a cosa serve la letteratura: a far decantare le cose. Alla brutale e sfacciata esperienza, la letteratura oppone e propone la riflessione, che non è il pensiero filosofico erudito, ma il semplice atto di creare un vincolo di confronto e interesse tra i multiformi e sconcertanti fatti del vivere. Per fare davvero esperienza della realtà non basta lasciarsi vivere, occorre guardare a ciò che si vive – riflettere. Ecco il “nostra” di Dante: io, poeta, creo il tavolo a cui ogni uomo con il suo bagaglio di vita può sedersi, ascoltare e prendere parola.

L’operaio mi ha capito perfettamente quanto gli ho proposto questa ipotesi e io ho capito perfettamente l’operaio quando ha rivendicato il bisogno che le parole non fossero solo castelli per aria.

Ovviamente, quel che gli ho detto non era farina del mio sacco. L’aver sentito, fin dal tempo del liceo, Dante come padre e amico non lo devo a una mia capacità, ma a una predisposizione che ho potuto coltivare grazie a maestri e professori che – nei libri e nelle aule scolastiche – hanno fatto davvero il loro mestiere, quello di affondare lo sguardo nella letteratura per spalancarlo al mondo.

Tra questi maestri, uno dei riferimenti più importanti è stato quella della Professoressa Anna Maria Chiavacci Leonardi che è morta due giorni fa e che è una delle più grandi studiose della Divina Commedia. Ecco come lei stessa chiarì la coraggiosa pretesa che ha quel “nostra” usato da Dante: «La lettura di Dante è dunque, per l’uomo dell’Occidente, la lettura, cioè la presa di coscienza, della propria identità, coscienza che sola permette di intendere quella altrui». Andare a fondo della mia identità è il punto di partenza per incontrare l’identità altrui.

Leggere il poema dantesco con il commento della Professoressa Chiavacci Leonardi è come fare la parafrasi della vita. Altro che retorica. Noi siamo distanti dalla sensibilità simbolica e articolata del Medioevo, ci serve un tramite, cioè qualcuno che ci dischiuda il senso di parole dette secoli fa per l’autenticità che ancora hanno. Questo è il compito dell’insegnante, e di questo è stato esempio la Professoressa.

La cito ancora: «L’eterno e il tempo –sono sempre fra di loro avvicinati per cui un gesto terreno dell’uomo ha un valore preziosissimo, basta una lacrima per salvarsi per sempre o per perdersi». Ecco qui con profondità e chiarezza aprirsi un tema chiave per comprendere la vita attraverso la voce di Dante: c’è la presenza dell’uomo dentro il tempo, c’è il suo bisogno di eterno e c’è il valore di ogni suo gesto. Dentro le tumultuose vicende del presente, l’uomo si muove libero in cerca di una stabile permanenza verso il bene e il suo agire non è una goccia indifferente nel mare, ma una scelta dalla portata gigantesca anche nel piccolo. Basta una lacrima, cioè basta anche il minimo gesto – purché libero – per gettare un’ipotesi di bene o di male sul proprio destino eterno. Bellissimo e tremendo. Vertiginoso.

La ringrazio, cara Professoressa, di avermi condotto per mano a capire che mestiere faccio. La ringrazio ancora di più per essere stata un esempio di come maternità e lavoro non sono in competizione e del fatto che la cura dei figli e la dedizione alla famiglia richiedono tempo, un tempo che non è sottratto al lavoro, ma che lo saprà arricchire in termini di sincerità e autenticità quando lo si riprende in mano.

L’inizio della Divina Commedia è proprio un silenzioso e amorevole sguardo materno, la presenza operativa della Madonna, che – pur in apparenza dietro le quinte – richiama alla vita un uomo che si sentiva perso in una selva. L’amore muove; non c’è cosa più vera eppure più fraintendibile. Ma uno dei più grandi meriti di Dante è proprio quello di saper accogliere il “grande mare dell’essere”, la grande varietà umana nei suoi aspetti più banali, mutevoli, eroici e crudeli, per suggerire che dietro tutto questo putiferio c’è una Casa e non un calderone.

In un tale universo, dove ogni minimo gesto di amore è raccolto, e ogni uomo – povero o potente – è ugualmente prezioso e destinato a un glorioso destino, forse i giovani del nostro tragico tempo possono trovare una risposta alla loro domanda di significato. Forse il poeta fiorentino del Duecento può ancora offrire, con la sua alta parola così vicina all’uomo e così immersa nel divino, una indicazione di speranza (Anna Maria Chiavacci Leonardi).

AnnaMariaChiavacciLeonardi

Creato

peluria sulle foglie

Un quadro, mi sono detta vedendo questa immagine. Chissà di quale corrente artistica… c’è qualche eco dell’Icaro di Matisse, i colori sono quelli brillanti dei cieli di Van Gogh – ma altro non saprei dire.

Invece, è una fotografia. E l’ho trovata insieme a molte altre (altrettanto belle) sul Corriere.it : quello avrei definito un gruppo di stelle è l’ingrandimento della peluria presente sulle foglie degli arbusti del genere Deuzia. Questa immagine fa parte di una mostra itinerante di fotografia scientifica che è stata ospitata a Genova, in occasione del Festival della Scienza 2013, dedicato dal tema della bellezza. Molto appropriato.

A quanto pare, siamo circondati da stelle nel macro del cielo e nel micro della terra. Dante ne sarebbe entusiasta, a conferma dell’esaltante immagine con cui apre il Paradiso:

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra e risplende

in una parte più e meno altrove.

La gloria del Creatore si è infilata dentro e a fondo nell’esistente, lontano e vicino. Nel macro e nel micro. La poesia contempla il mondo: la prima cosa che l’autore ci dice della «gloria» è che «per l’universo penetra». Non dice, in modo più generico, «è presente», bensì «penetra»: un verbo decisamente forte, anzi virile nella sua capacità fecondativa. Il secondo verbo che aggiunge il poeta è «risplende». Non è solo e soltanto luce, ma riverbero; il riverbero di un bagliore sulla superficie delle cose. Qualcosa che parla di bellezza e di ordine, e viene da lontano, permea gli angoli più reconditi dell’universo, dando forma a oggetti stellari di impressionante geometria e curandosi di miniare un disegno bellissimo anche sulla superficie delle foglie.