Cronache dell’ombrellone #2 – Le paparazze 

Mamma, vieni! Ci sono le paparazze!” mi grida nell’orecchio Martino.

Avevo gli occhi socchiusi, sdraiata sotto l’ombrellone, e mi è venuto da pensare che se c’è chi si vuol far chiamare ministra e sindaca, forse anche certe fotografe d’assalto possono avere la mania femminista per le desinenze.

E invece erano le pavarazze (… vongole) che nonna Gina, nostra mitica vicina di lettino, stava raccogliendo in mare. 

“Ma poi si possono mangiare sul serio?” le chiedo. E come no! Gina è bionda, abbronzata e piena di energia. Ha due nipotini da accudire, oltre al vero “bambino” – dice lei, indicando il marito che sonnecchia sul lettino.

Insomma mi erudisce sulle pavarazze. “Devi raccogliere quelle che sono un po’ sotto la sabbia… riconosci quelle buone perché stanno capovolte”.

Saranno creature amanti del paradosso, penso. Simpatiche. Un po’ paradossali sembriamo anche io e la Gina, tutte piegate a cercare vongole nell’acqua bassa; due tacchinelle che beccano sembriamo, mentre attorno il passeggio sulla battigia è una gara al costume più sgambato, al seno più sodo, all’abbronzatura più dorata. 

Niente IPhone con le cuffie, io e la Gina parliamo. E mi perdo nel suo mondo di un tempo, quando lei era piccola ma doveva già accudire 6 fratelli più piccoli di lei. 

#FACCIAmolo – quote rosa

ea9a525055b3996e8b8bad6525c92598In questi giorni sento parlare tantissimo dei «valori» dell’Europa. Punto e basta. Cioè: all’indomani degli attentati di Parigi, tutti i politici e i giornalisti si riempiono la bocca della parola «valori», da opporre all’ideologia del terrorismo islamico, ma sistematicamente non si esplicitano quali sarebbero questi valori.

Un illuminato Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista, ha addirittura dichiarato a La7 che l’unico valore che ci tiene tutti uniti e da cui occorre ripartire è l’umanità. Embé? Che significa? … perché, a ben vedere, umanità è una parola vastissima. Se guardo la mia umanità, ci vedo dentro un putiferio di roba non solo buona, positiva e costruttiva. E poi, forse che non erano umani anche i terroristi che si sono comportati in modo disumano?

No, caro Ferrero, mi permetta di dire che l’umanità dell’umano a me non basta. Perché l’umanità, magari anche in nome di diritti umani, può finire per essere disumana. Pensiamo all’eutanasia infantile in Belgio, senza scomodare il Medio Oriente.

Ma dell’umanità varia ed eventuale fanno parte anche cose simpatiche; che ci possono suggerire esempi di valori concreti concretissimi da cui ripartire davvero. Ad esempio, noi Europei non ci identifichiamo nella cultura del burqua (… spero, almeno).

Il piccolo episodio che voglio raccontare identifica un valore opposto al burqua. Fa parte della mia rubrica #FACCIAmolo che, lo so, prevede fotografie. Purtroppo, non ho fatto foto di quel che mi è capitato. Per una volta, spero che l’immaginazione supplisca…

Appunto per me stessa 1: evita di andare a fare la spesa al supermercato il venerdì alle 18. Pessima idea, troppo affollato. Fallo solo in caso di estrema e disperata necessità.

Appunto per me stessa 2: i pregiudizi, brutta roba. Partono in automatico e ti fanno fare giri di testa allucinanti. La realtà è più bella del tuo livello di acidità mentale.

Eccomi al racconto. Un qualunque venerdì sera mi trovo a fare la spesa intorno alle 18, una invadente marea umana mi suscita un leggerissimo nervosismo. Col mio carrello strapieno sto quasi per decidere di tallonare tutti quelli che si frappongono tra me e l’auto. Mi sorpassa una tipa che vedo solo di spalle. Più o meno deve avere la mia età; osservo il suo stile, è quasi impossibile non notarla.

Indossa un paio di aderentissimi leggins rosa shocking; un paio di scaldamuscoli fucsia le fascia i polpacci e porta delle sneackers bianche con bande laterali rosa. Sopra indossa un bomber marrone scuro che lascia perfettamente in vista il perfettamente scolpito lato B. Ha i capelli raccolti in un voluminoso chignon alto, fermato da una molletta rosa a forma di farfalla. Come borsa, un bauletto … devo davvero aggiungere di che colore era? Rosa.

Scatta il pregiudizio. Inizio a pensare alla solita giovane adulta che fa l’adolescente, penso che magari se lo può permettere, essendo single; penso sia superficiale, vanitosa, stupida. Ma ha il passo veloce veloce. La seguo con l’occhio, e anche coi piedi perché andiamo nella stessa direzione. Oddio, ecco che si precipita proprio verso una carrozzina, dove intravedo un frugoletto di pochi mesi. Faccio leggermente retromarcia coi miei pensieri, ma non abbastanza in fretta. Oddio, ecco che da dietro la carrozzina saltano fuori altri due pargoletti… diciamo una fanciulla di 5 e un fanciullo di 3 anni.

“Mamma, dov’eri? Ti dai una mossa” – dice la fanciulla.

“Papà è già sceso?” – chiede lei.

“Sì, è sulle scale mobili col carrello” – risponde la fanciulla indicando le scale mobili.

“Allora muoviamoci, mi aiutate con la carrozzina? Guardate che tenerla sulle scale mobili è difficile, avete forza abbastanza?” – li invita la mamma total-look-rosa.

Entusiasti, i piccoli rispondono in coro «Sìììì». Io mi infilo dietro di loro, perché a questo punto sono estasiata e ammirata. Scendiamo sulle scale mobili; i piccoli, uno davanti l’altra dietro, tengono la carrozzina come fosse lo scrigno del tesoro. Intanto la mamma interagisce col papà, che è già alla rampa successiva col carrello: «Ci siamo, eh! Non mi sono persa … ma gli altri?». Il papà alza la fronte e le risponde: «Secondo te?» e indica la porta d’uscita.

Ecco laggiù altre due creature, maschio e femmina, diciamo attorno ai 10 anni che si rincorrono in girotondo e poi gridano: «La mamma è sempre l’ultima, la mamma è sempre l’ultima». Ridendo.

5 figli. Li conto e li riconto, sono proprio 5. Mia cara, non mi occorre sapere nient’altro di te. Io ti voto. Sei la mia quota rosa. Puoi abusare di fucsia quanto vuoi. Tu devi spiccare, farti vedere da tutti: bella, sorridente, curata, vanitosa e madre. Sarai molto più incasinata di me che di figli ne ho solo due; eri come me nel putiferio di tutta quella gente al supermercato, eppure non strillavi e non strillavano i tuoi figli. Io ti voto, perché tu sei il mio valore opposto al burqua. Tu sei famiglia; qualcosa che emerge in mezzo alla monotonia della solitudine di massa. Tutto quel tuo tripudio di rosa è il nostro messaggio di luce contro ogni velo nero.

LuLu (Lucertole sfuggenti e piccole Lucciole)

Sono nata in campagna, da una famiglia contadina. Fin dalla prima infanzia ho visto i miei nonni praticare riti e tradizioni antichissimi, ma per me erano abitudini quotidiane: guardare il cielo a sera, mietere il grano, vendemmiare e fare il vino. Oltre agli animali da cortile che vivevano con noi, c’erano le piccole bestiole tipiche di ogni stagione. L’estate era ed è rimasto il tempo di lucertole e lucciole.

Foto di Giovanni

Foto di Giovanni

È stata questa memoria infantile, che nel tempo si è sedimentata in emotività profonda, a farmi associare due brani a cui sono molto affezionata, ma che non hanno altro legame se non il fatto che raccontano un paio d’occhi che si posa su queste due bestioline estive e ne nasce un pensiero simbolico… cioè relativo (che coglie un legame tra l’io e tutto l’esistente). La lucertola è la calura torrida del giorno, la lucciola è la frescura della sera; la lucertola è un rettile non proprio gradevole alla vista, la lucciola è un insetto suggestivamente meraviglioso alla vista. Che possono avere in comune?

Sono piccoli e sfuggenti, ecco. E mi colpisce come i poeti e gli artisti non si lascino sfuggire le cose piccole e sfuggenti. Sono capaci di raccattare eclatanti simboli umani ovunque, in un cri-cri che giunge dall’erba, in una fugace luce intermittente nei campi o nel transito velocissimo di un piccolo rettile su un muretto.

Parto, allora, da Giovanni Michelucci, architetto noto soprattutto per aver realizzato la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze e nota come Chiesa dell’Autostrada del Sole. Lo scorso marzo ho visitato un’altra sua chiesa, sempre dedicata a San Giovanni, ma ubicata ad Arzignano in provincia di Vicenza. Lì era ospitata una mostra su di lui, in cui venivano presentati anche i suoi scritti, oltre che i suoi disegni. Ho fotografato la storia del suo incontro con una lucertola.

La lucertola di Michelucci

La lucertola di Michelucci

«Qui nasce uno scambio molto interessante». Sappiamo dirlo, noi, di ogni banale e apparentemente insignificante briciolo di realtà?

E proseguo con il narratore toscano Federigo Tozzi, che nel suo celebre romanzo Con gli occhi chiusi dimostra di vederci benissimo. Probabilmente i suoi occhi chiusi erano come quelli del cieco Omero, spalancati sull’anima e poco interessati alle vuote apparenze. A Tozzi bastano poche righe per fare un fermo immagine su una scena piccolissima e silenziosa, che però ci parla inequivocabilmente di qualcosa di profondo.

Foto di Takot

Foto di Takot

“La pioggia, ricominciata dopo il tramonto, faceva un crepitio sommesso fra le lucciole che non si diradavano. Qualcuna aderiva ad uno stelo di grano e non si moveva più: si vedeva la sua luce immobile, sempre accesa, sotto i colpi delle gocciole”.

Un lampo di luce aggrappato a uno stelo, sotto la pioggia battente. Segno, forse, della grande dignità luminosa di ogni vivente anche nella prostrazione più totale. O, anche, segno di chi manda segnali mentre è nella difficoltà e non si rassegna a una buia solitudine. E la speranza sta tutta in quel “non si diradavano“. Sotto la pioggia, non si diradavano: restiamo e resistiamo assieme, guardando i piccoli segnali luminosi che ci mandano i nostri vicini, magari anche in mezzo alla tempesta.

 

Da bambina, dopo cena, d’estate mia nonna mi portava nei campi a sentire i grilli e a guardare le lucciole. Era un momento solo nostro. Non ricordo che ci dicessimo molto, ma è uno dei momenti che ricordo con più affetto. Dava l’idea di una giornata che si era compiuta, e finalmente cedeva alla quiete.

È stata una grande sorpresa scoprire che il mio amato Dante scelse di introdurre la grande figura di Ulisse usando un’immagine identica a quella che io vivevo da bambina. Per descrivere la bolgia dove è ospitato Ulisse, e che Dante vede inizialmente dall’alto, il poeta la paragona a un campo di lucciole che il contadino guarda a fine giornata, quando va a sedersi – sudato e stanco – sulla terra “nell’ora in cui la mosca cede alla zanzara“. Non ricordo che mia nonna abbia mai portato orologi (se non per eventi importanti come un matrimonio); lei senz’altro avrebbe definito la sera estiva come l’ora in cui le mosche se vanno e arrivano le zanzare.

Un contadino e il re di Itaca: per parlare del viaggio più audace che un uomo abbia mai compiuto, Dante parte da un contadino che a fine giornata guarda la sua terra. Davvero tutto è qui, tutto il respiro grande che riempie l’anima del più saggio fra gli uomini comincia a inspirare aria, domande e attese nell’orto di casa. Tra cose piccole e sfuggenti, trapela un segnale luminoso … passa in fretta un paio di occhietti che dà il tono alla giornata.

 

Esserci

Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?

Dal Libro della Sapienza (11,22-12,2)

Questo blog comincia da qui, dall’ipotesi che è ci amico chiunque in mezzo al cammin di nostra vita ci riporta a questo dato inconfutabile: ci siamo. In mezzo al cammino, in mezzo al casino; in mezzo al tempesta, in mezzo alla festa. Ci siamo.

Richard Tuschman - Young Adult

Richard Tuschman – Young Adult

http://richardtuschman.com/