Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

9788899661090

Morire di vita

8599814876_f017df152a_z

 

Cara Marina,

avevo immaginato il giorno in cui avrei scritto questo post, ma me l’ero immaginato in tutt’altra maniera rispetto a ciò che è accaduto. Avevo immaginato di condividere coi lettori di questo blog la nascita della mia terza bimba, Matilde, ma non avevo immaginato che la sua nascita sarebbe coincisa – con un tempismo esclusivamente divino – con la tua morte.

Non saprei dire se ero davvero tua amica, io senz’altro ti sentivo amica anche se il rapporto con te non aveva nulla in comune con le altre amicizie che ho. Con l’amica di solito si chiacchiera, si spettegola, si condivide la tristezza, la gioia e i consigli sulle scarpe, ci si sfoga sui mariti o morosi, ci si accompagna reciprocamente attraverso le tappe salienti della vita. Ecco, tu eri silenziosa e sentivo sempre una certa distanza da te anche quando eravamo assieme. Non che tu mi tenessi a distanza, questo no assolutamente. Ma eri sempre a un passo da me, una distanza pudica. Non parlavi molto, ma tutto quello che dicevi era smaccatamente sincero, schietto e onesto. Non parlavi molto di te, ma eri attenta a conoscere cosa mi accadeva e come stavo. Non parlavi molto, e io non ero capace di abitare quel silenzio bellissimo come lo facevi tu. Tu eri a tuo agio nel silenzio delle parole (… pieno di pensieri), io invece mi sentivo a disagio e facevo la scema, sparavo sciocchezze a manetta come fanno i romagnoli «pataca». E poi finivo per pensare che tu mi credessi stupida. Ma era solo una mia impressione, tu condividevi con me poche cose, ma importanti, e questo significava amicizia e stima nei miei confronti. Avevi un’ironia assurda, eri talmente seria nel dire certe cose ironiche che mi veniva da pensare fosse un atteggiamento studiato. No, era decisamente spontaneo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato così disarmante.

Marina

Marina Sangiorgi, scrittrice

Non hai parlato molto della tua malattia, ricordo una volta sola in cui, col volto rigato di una lacrima, mi dicesti: «Ho paura, perché io non sono mai stata malata davvero prima d’ora». Lo considerai un gesto d’intimità immenso che ti ringrazio di aver condiviso con me. Non lo dimenticherò e, per come potrò, cercherò di far sì che porti frutto il senso di quel tuo consegnarti titubante, vertiginoso e gentile a un destino ignoto e buio. Alla fine, tu … non so dire come … hai messo la parola «luce» in fondo al tunnel della tua sofferenza carnale.

E hai misteriosamente passato il testimone a mia figlia.

Sono venuta in ospedale da te di giovedì: avevi le unghie con un meraviglioso smalto blu e mangiavi di gusto i passatelli di Raffaella, snobbando la sbobba dell’ospedale. Mi hai detto: «Cosa c’è lì?» e intendevi il mio pancione. Anche in questo caso ho fatto la scema, ho smorzato la tensione emotiva buttandola sulla battuta. Ti ho risposto: «Marina, sono io che adesso devo venire in ospedale … a partorire. Tu torna a casa, diamoci il cambio». Mi hai detto: «Torno a casa domenica». Così è stato, ma sei tornata alla casa del Padre. Di domenica come avevi detto.

Sono venuta al tuo funerale il giovedì successivo. Non ero sicura di farcela perché la stanchezza a fine gravidanza è debordante e cominciavo a sentire qualche «avvisaglia». La messa è stata l’immagine di te: sobria, intensa, poetica, luminosa e dolce. Guardavo dal fondo della chiesa tutti gli amici che erano venuti a salutarti e a un certo punto ho pure sorriso, pensando che eri al centro dell’attenzione e … forse … non l’avresti gradito. Non era da te essere una prima donna. Poi ho pianto a dirotto quando Davide Rondoni ha letto la poesia che ha scritto per te e che comincia:

 

A un cenno di Dio

Le anime più timide

Si fanno splendenti

 

La notte di quel giovedì non ho dormito perché sono arrivate le prime contrazioni, ma non volevo ancora convincermi che fossimo arrivati al momento della nascita. Venerdì le contrazioni sono progressivamente aumentate e mi sono decisa a chiamare il mio angelo custode, l’ostetrica Chiara, che mi ha seguito e mi avrebbe personalmente accompagnato nel travaglio. Lei mi ha visitata e con un sorriso ha risposto al mio impaurito timore: «Da adesso si va solo avanti». Un delicatissimo modo per dire che era tempo, era IL tempo.

Insomma, sono entrata in ospedale e poi in sala travaglio; nella borsa avevo con me la foto del tuo ricordino del funerale, quelle in cui sorridi bellissima. Alle 22.05 Matilde è nata.

Mistero grandissimo di Chi disegna la realtà e ci parla dentro il vento che sussurra, il fiore che sboccia, l’acqua che scorre. Dentro questo grande mistero è accaduto che tu entrassi nella Casa del Padre e l’indomani Matilde entrasse nella vita e nella nostra casa. Tu ti sei congedata da tutto ciò che è terreno e lei ha cominciato a conoscerlo. A pensarci, sembra un passo a due di danza; un ritmo universale tra voi due. Come non vederlo come un bellissimo e vertiginoso passaggio di testimone? Come potrò guardare mia figlia senza pensare a te, che appena arrivata in cielo mi hai accompagnata a farla nascere? Ecco. Ora sento davvero di dire che siamo amiche. E non avrei mai pensato che la trama degli eventi ci legasse in una storia così incredibile.

La nostra Matilde

La nostra Matilde

Mi hai fatto capire anche un’altra cosa, a dire il vero. Ai più sembrerà una stramberia folle o persino una bestemmia quello che sto per dire. C’è un punto di contatto, o somiglianza radicale, tra il tuo tumore e la mia gravidanza. L’unico modo di guardare in pienezza positiva, e non egocentrica, una gravidanza è considerarla al pari di un tumore … cioè di una “estraneità-alterità” che s’infila dentro il corpo. In entrambi i casi è un Altro che viene a visitarti, invadendo il tuo corpo. Il parto è il vero momento in cui si capisce l’essenza autentica della gravidanza ed è morte di sè (nel dare la vita), proprio come è morte ciò a cui porta – talvolta – un tumore.

La morte non è una cosa brutta, è l’io che si consegna a Dio. Considerare la gravidanza come qualcosa che la donna «fa e gestisce» è un errore madornale. L’unica capacità vera che la donna ha nel dare la vita a un figlio è quella di consegnarsi a un progetto universale che sta dentro il suo corpo, ma di cui non è padrona. E partorendo, una donna sente – addirittura – che deve morire per dare la vita. Deve abbandonare le sue sole forze e aprirsi a Dio che – attraverso le sue viscere – porta nel mondo un essere umano nuovo. C’è un supremo momento di morte nel travaglio in cui la donna non può più nulla, deve consegnarsi a un Altro, ad una alterità che la sfinisce e la devasta.

Le contrazioni iniziano piano e sono come l’eco dell’origine del mondo che viene a visitarti dai secoli dei secoli; è l’esplosione del Big Bang che pian piano arriva fino alla tua pancia, per farti esplodere. Le contrazioni sono il battito cardiaco dell’universo, voce potente e diretta del Creatore. E il corpo deve cedere, deve lasciarsi morire. Così è nella malattia che porta alla morte. Il corpo deve cedere di fronte all’invasione di una sofferenza che ha la forma carnale di un tumore che via via cresce dentro. Il corpo sfinito si abbandona a Dio e alla sua volontà, a volte incomprensibile.

Certo la gravidanza non è una cosa drammatica come la malattia. Sì, è vero, verissimo. Ci mancherebbe. Eppure in questo passo di danza misterioso, in cui tu, Marina, hai incontrato e incrociato la mia Matilde, ho intuito un’altra cosa. Così come la tua malattia ha detto qualcosa alla mia gravidanza, ecco che la mia gravidanza ha qualcosa da dire alla tua malattia devastante e mortale. È qualcosa che c’entra con quell’enigmatica frase di Gesù sul seme che solo morendo dà frutto. Durante il travaglio e il parto questa verità è lampante: la donna muore di dolore per dare la vita, si spacca come il seme che sboccia.

La tua sofferenza e morte, cara Marina, ha in modo del tutto simile generato vita. Dal cielo senz’altro vedrai come la gente, i tuoi amici, si sono «svegliati» da quando ti abbiamo salutato in chiesa. Anche io sono tra questi. Improvvisamente, sei fiorita, tutto ciò che hai scritto e fatto durante la tua vita ci è luminosamente esploso davanti agli occhi. È quasi assurdo da dire, ma ora capiamo meglio la tua voce di scrittrice. Lo capiamo meglio ora, che sei assente. Morendo stai dando frutto, stai dando grande frutto. Sei viva tra noi e generi vita in un modo tutto nuovo, addirittura più compiuto. Ci manchi, tanto. Eppure ci sei. E in più io ti vedo tutte le volte che guardo negli occhi mia figlia.

Addio monti, addio casa, addio famiglia

C’è una storia che tutti conoscono. Ci hanno interrogato a scuola, abbiamo scritto temi sulla sua trama e i suoi personaggi sono entrati nei nostri modi di dire. È talmente nota che nessuno più la nota. Certo, ci sono i suoi fan irriducibili che la venerano e la trattano come oggetto da museo, ma una storia imbalsamata non è più una storia, così come un motociclista fuori dalla pista non è un motociclista.

E dunque c’è questa storia che tutti sono costretti a leggere, pochi si incaponiscono a venerare e moltissimi hanno ingurgitato ed espulso come lo sciroppo per la tosse, necessario e fastidioso.

Sto parlando di Renzo e Lucia, e della truppa che li accompagna: Don Rodrigo e Don Abbondio e la monaca di Monza e tutti gli altri. C’è bisogno di mettersi promessi sposia ripetere la trama della loro storia?

Direi proprio di sì, proprio perché tutti la conoscono. I Promessi sposi è un romanzo che difende ed esalta l’utilità dei violenti capovolgimenti di fronte. La morale complessiva potrebbe essere: non è affatto confortante guardarsi attorno e constatare di non avere avversari.

Ci sono due ragazzi della provincia, si amano e hanno un lavoro. La loro è una vita modesta, ma non sono indigenti. Vivono al lago, un panorama mozzafiato e poco casino. È l’ideale per metter su famiglia, se non si hanno grilli per la testa. Gli amici sono sinceri e il lavoro è pesante. La domenica si va in chiesa e qualche sera all’osteria. Avere un piccolo tetto da condividere con l’amato e i figli è un sogno su misura. Bello e fattibile. Tanto confortante quanto tranquillo. Una gioia semplice, direbbe il romantico. Una noia mortale, direbbe il realista. In ogni caso è ciò che Renzo e Lucia sono pronti a volere per tutta la vita, sinceramente. E nessuno, ma proprio nessuno dei loro amici e parenti si è sognato di contraddirli, anzi tutti si congratulano e festeggiano il progetto delle nozze imminenti.

Una volta sposati, Renzo e Lucia avrebbero vissuto al lago, tra casa e lavoro. E sarebbero stati felici, onestamente e semplicemente felici; avrebbero tirato su dei bravi figlioli, litigato su piccole stupidaggini, goduto delle feste di paese, pianto i loro morti. Niente di più e niente di meno.

Per fortuna, poco prima delle nozze qualcuno si decide a dare una bella raddrizzata a un percorso altrimenti un po’ rattrappito. Qualcuno fa un atto di bene verso Renzo e Lucia, impedisce il loro matrimonio. Con la comparsa in scena di Don Rodrigo entra a piedi pari nella storia anche la speranza. Salta tutto, Renzo e Lucia dicono addio ai loro progetti lieti e quieti. E finalmente comincia una storia umana come Dio comanda!

Potrebbe sembrare fin troppo paradossale il modo in cui finora ho sintetizzato una trama arci-nota, ma talvolta è necessario uno scossone per vedere quel che non si riesce più a vedere. Penso che il vero inizio della storia di Renzo e Lucia sia la memorabile pagina dell’Addio monti, perché da lì in poi loro due cominciano davvero qualcosa.  3715284Fino a quel momento la trama è stata come una testa girata all’indietro, parla di un passato fisso e pianificato: i progetti di una giovane coppia, le mire pruriginose di un signorotto locale, il suo tentativo di mettere i bastoni tra le ruote ai fidanzati e i tentativi falliti dei fidanzati di ricomporre il progetto matrimoniale saltato. Si nuota in acque già note. Ma quando arriva il momento di mollare tutto, perché non è possibile ricucire la tela strappata, allora una vera novità s’introduce nella storia. Inizia un quadro diverso da quello prestabilito nei progetti dei fidanzati. Da quel momento in poi comincia una trama vera e propria, c’è una testa che guarda in avanti.

Il primo effetto di una novità è la scoperta. Sulla piccola barca che la porterà chissà dove, Lucia scopre casa sua, come la vedesse per la prima volta. Proprio nel momento in cui l’abbandona, vede la sua vita (passata). La ragazza non aveva mai guardato ciò che aveva sotto gli occhi come nel momento in cui dice addio a tutto:

 

addio cime ineguali

addio ville sparse e biancheggianti

addio casa natia

addio casa sogguardata tante volte di sfuggita

addio chiesa

 

Tutto il frutto buono, positivo e costruttivo del romanzo si nutre di questo seme: lo struggimento della perdita. Non c’è «concime» migliore nella vita. Perché se ora – con un grande balzo – passiamo a considerare l’epilogo della storia, vedremo che solo a partire dallo snodo decisivo della perdita si genera un guadagno esponenziale. Può essere utile uno schema:

schema.jpg

Il punto di arrivo coincide con il punto di partenza: la costruzione di una casa. Non è che, dopo tutte le peripezie attraversate, il progetto cambia e Renzo e Lucia decidono, magari, di avere una relazione «aperta» in cui lui diventa imprenditore tessile a Milano e lei viene assunta come segretaria dall’Innominato. No. Pur messo a soqquadro, il progetto iniziale resta tale e viene compiuto: volevano sposarsi e si sposeranno, andando ad abitare dove avevano deciso. Con quale differenza, rispetto alla situazione prima dell’addio? La casa ospita uno spazio umano molto più grande.

Alla fine, la storia piccola di due fidanzati abbraccia la Storia umana complessiva. In principio l’idea di Renzo e Lucia è «egoisticamente» piccola: il loro amore, il loro paese, la loro casa, i loro progetti. Dopo la fuga, gli anni passati lontani e i pericoli superati, quella stessa casa si è ingrandita, perché gli occhi e il cuore dei due protagonisti hanno incontrato una grande varietà umana e geografica: gente buona e gente cattiva, disgrazie e gioie, amici nuovi e vecchi parassiti. E tutto questo guazzabuglio umano entrerà in casa loro: alla fine del viaggio la famiglia di Renzo e Lucia sarà un progetto più ampio e comprensivo di quello che avevano pensato in partenza, sarà un orto nutrito dai semi che hanno raccolto per via.

Proviamo, ad esempio, a pensare a come Renzo guarderà i suoi figli, ricordandosi della madre di Cecilia. L’immagine premurosa di quella donna che accudisce con tutta la dolcezza materna la sua bimba morta e la depone sul carro dei monatti è un «corso di aggiornamento» esauriente per un genitore!

Per tutto il tempo del viaggio, cioè dell’allontanamento e successivo ritorno a casa, il percorso di Renzo e quello di Lucia DEVONO essere diversi. Perché è un viaggio educativo, e il compito del padre non è uguale al compito della madre.

La madre genera e, proprio come suggerisce il nome della protagonista, la donna è la luce che promana dalla casa e produce frutti. A Lucia spetta incontrare l’umano e cambiarlo attraverso la sua testimonianza, se la libertà altrui l’accoglie. Infatti, l’Innominato cambia, ma la monaca di Monza no.

Il padre ha un ruolo comprensivo, quasi «digestivo». A lui spetta il compito di guardare il mondo, conoscerlo e portarlo «digerito» dentro casa. Renzo è testimone della Storia (le insurrezioni popolari, la peste) e dell’umano (oste, fornai, madre di Cecilia). Renzo osserva, sbaglia, capisce e alla fine dirà: «ho imparato questo, ho imparato quello, ecc …».

In questo spazio aperto il compito familiare dei due promessi sposi si compie: Lucia porta la feconda luce domestica al mondo, Renzo conosce e porta il mondo dentro le pareti domestiche. Lei dona fuori, lui accoglie dentro. Il frutto finale è che la casa piccola ed egoistica dell’inizio diventa una casa grande e fecondata dal contributo dell’umanità. È la stessa casa, ma è diversa. È fatta nuova.

Ora chiediamoci chi è l’artefice di questo frutto inaspettato e grande.

Don Rodrigo. Sì, proprio lui. Insieme all’ignavo Don Abbondio.

L’avversario genera l’avventura. O meglio: l’avversario genera un cambiamento che i protagonisti scelgono di vivere come un’avventura e non come una sconfitta.

Ciò che viene in direzione opposta e fa saltare tutti i piani è il motore di un cambiamento infine buono. Per questo, all’inizio, dicevo che Don Rodrigo porta la speranza. Per quanto contraddittorio possa sembrare, è lui a forzare la mano, a dare un calcio nel sedere all’affetto semplice e impigrito di Renzo e Lucia. La prova dolorosa conduce a una gioia più grande di quella progettata in principio. È come il parto per una madre.

 Il tempo in cui viviamo è molto simile a questa storia. Da sempre si credeva che la famiglia fosse Renzo e Lucia, un uomo e una donna che si sposano e mettono su casa. Era una verità data talmente per scontato da essere lasciata nel dimenticatoio. Si può dire che anche i più entusiasti sostenitori della vita domestica fossero pigri quanto Renzo e Lucia all’inizio della storia. La casa era solida e già costruita, i progetti erano semplici e sinceri.

Invece – proprio in questi giorni – ci ritroviamo sbattuti sulla barca dell’Addio. È arrivato Don Rodrigo a buttare giù il castello che reggeva da secoli. Sul tema della famiglia è in corso un dibattito gigantesco e profondo. Tutto ciò che si dava per scontato sta saltando e viene attaccato. Siamo sulla barca dell’Addio. Lasciamo, come Renzo e Lucia, la piccola casa in cui credevamo di essere tranquilli e beati. Ma «addio» – come nel caso dei Promessi sposi – non è un congedo finale, bensì la porta spalancata verso una casa che troveremo più grande. Voglio pensarla così.

Come in ogni cosa umana, l’attuale dibattito sulla famiglia ospita voci sincere e voci ideologicamente interessate. Ci sono anche i Don Abbondio, gli ignavi. C’è di tutto.

Cos’è una famiglia? L’affetto tra due persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale, è una dote per lo Stato? Che posto hanno i figli dentro la sfera affettiva di una coppia? E cosa esige la dignità della loro persona? Tutto ciò è materia di scontro, più che di confronto. Tutto ciò spesso degenera in materia di scambio politico o preteso per offensive indegne. È un campo di battaglia, come da sempre lo è la Storia.

Quando si è in mezzo al polverone è inutile battersi il petto, si deve stare sul pezzo. Ma quando si è nel polverone non si può andare alla cieca. Bisogna seguire qualcosa, anche una piccola luce. Forse Lucia.

2869562411_dca443ab99_z.jpg

Foto di Angus Kirk

Non so cosa nascerà da tutto questo putiferio sulla famiglia, ma sono certa che si possa vivere questo putiferio nel modo in cui Renzo e Lucia hanno vissuto i loro casini. Ci è chiesto di uscire di casa, di dirle addio, cioè di mettere tutto in discussione e non per abbandonarlo, ma per vederlo meglio. Non ci è chiesto di cambiare casa, ma di essere pronti a ricostruirla da capo. Perché anche chi crede di sapere già tutto deve imparare qualcosa. E Lucia vede davvero casa sua nel momento dell’addio. Dicendole addio, la troverà più grande alla fine del viaggio.

Il punto, infatti, non è la necessità di cambiare casa. Si può andare in capo al mondo per ritrovare il punto di partenza. Ed è un esercizio fruttuoso. Personalmente, io ho un’idea di famiglia radicata nell’esperienza cristiana e ne sono così nutrita da non volerla affatto vedere distrutta. Ma sono pronta a ricostruirla da capo, a metterne a fuoco meglio le fondamenta e l’arredamento attraverso un dibattito anche radicale, perché non voglio darla per scontato.

Ero molto piccola quando ho visto che strade non convenzionali possono portare a risultati molto tradizionali. Mia madre fu così coraggiosa da scegliere la via della separazione non consensuale per tenere unita la nostra famiglia. Passò dal tribunale per non tradire ciò che aveva promesso a Dio in chiesa. Assurdo. Ma vero. All’inizio fu incomprensibile a tutti, dopo anni lo schema del disegno si mostrò e la ferita della separazione ci ha permesso di ritrovare un’unità più vera, tra me, mia madre e mio padre. Non ci siamo trasformati in una famiglia allargata, ma siamo tornati a essere una famiglia tradizionale.

Dunque non mi spaventano gli addii, se non sono una via di fuga facile.

Dunque ringraziamo anche Don Rodrigo, se l’avversario mi introduce a un’avventura.

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «desiderio»: attesa di compimento? progetto ambizioso? volontà cocciuta?

Avventuriamoci a scoprire da capo cosa è un «diritto», cosa è la «generazione», come è compatibile la visione tradizionale della famiglia con la lunga serie di omicidi domestici che la cronaca ci documenta. Ne faremo fondamenta rinnovate di un progetto antico quanto il mondo.

Era mio zio

Forse, dispersa in qualche angolo di terra lontanissimo, esiste davvero la «famiglia del Mulino Bianco». Per quel che mi riguarda, non ne ho mai visto traccia in giro e, quanto alla mia esperienza personale, posso solo dire che la vera fonte di ispirazione per il nucleo domestico in cui sono cresciuta è stata la famiglia Addams. Ognuno è pazzo a modo suo, per questo occorre un vincolo affettivo.

Dante dice, ispirandosi a Sant’Agostino, che uno scrittore non dovrebbe mai parlare di se stesso e delle proprie faccende private, a meno che queste non siano di utilità anche ad altri. Spero sia questo il caso, e spero quindi che in queste righe non sia solo il mio egocentrismo a esprimersi.

I miei genitori si sono separati quando facevo la quarta elementare, ed era un tempo in cui non era ancora di moda o usuale avere mamma e papà divisi. Infatti, a scuola circolarono subito aneddoti feroci alle mie spalle, falsi e riguardanti supposte brutalità che mi sarebbero accadute. Quella tra i miei non fu una separazione consensuale, eppure il folle della loro vicenda è arrivato dopo. I miei genitori si amano da sempre, e non vivono più assieme da quando si sono separati; non hanno mai voluto divorziare. Mio padre definisce mia madre una donna insopportabile, ma le compra rose e la invita a cena ogni settimana. Regalarle la mimosa l’8 marzo per lui è un rito fondamentale, non di facciata. Mia madre definisce mio padre in molti modi, e si arrabbia, ma da quando si sono separati non ha mai smesso di stirargli le camicie e i pantaloni, di andare dal medico a farsi fare le ricette per le sue medicine. Mio padre ha dovuto subire un intervento cardiaco e accanto a sé ha voluto solo mia madre. Detto questo, non è mai capitato che, seduti a tavola, non si degenerasse in litigi dopo un quarto d’ora.

Loro sono così: nessuno dei due ha avuto altre storie sentimentali, perché in fondo hanno preso sul serio la loro promessa matrimoniale … per quanto nel loro folle e stralunato modo, sono per me l’esempio eclatante del «finché morte non vi separi». Sono, infatti, dei separati inseparabili. I legami affettivi sono misteriosi.

Ad esempio, mio padre mi ha cresciuta con la frase: «Tu non sei mia figlia, e comunque io avrei voluto un maschio». Ci ho messo tutti i sacrosanti giorni dei miei 37 anni a capire che non era una frase cattiva. Certo, da piccola non capivo, ed ero ferita a morte da quelle parole e vedere le altre famiglie con papà sorridenti e premurosi apriva in me una ferita dal dolore pungente. Ora mio padre gioca coi miei figli – maschi entrambi – con una tenerezza che a me non ha mai riservato. Ci è voluto molto tempo per capire che il suo non era distacco, né cattiveria, né cinismo, bensì paura; una gigantesca paura di voler bene a qualcuno che chiami “figlio”. Persone meno sensibili di lui amano più liberamente. Lui no, ha una sensibilità così smisurata da non tollerare l’immensa e tremenda grandezza dell’affetto per un figlio. E allora, si è costretto a distaccarsene … dice ad alta voce quello che vorrebbe convincersi a credere … e non ci riesce. Ci ho messo 37 anni a capirlo.

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Qualche mese prima che i miei genitori si sposassero, mio padre perse suo fratello minore. Bruno aveva 28 anni e morì in un incidente stradale, dopo una notte di bravate. Era il fuoco d’artificio della famiglia; qualcuno l’avrebbe definito uno sbandato, altri addirittura un piccolo criminale, altri semplicemente un «pataca» – come si dice da noi in Romagna. Bruno viveva sopra le righe, frequentava compagnie strane e doveva mettersi in mostra ovunque e dappertutto. Esuberante ed eccessivo, non estraneo a furti e droga.

Mio padre non ha ancora dato un nome a quel che prova per suo fratello, il dolore indicibile della sua perdita si mescola al fatto che portare lo stesso cognome di quel «poco di buono» lo ha messo in difficoltà per molto tempo. Una volta mi ha detto: «Ho dovuto pronunciare il mio cognome sempre a testa bassa, per colpa sua». I legami affettivi sono misteriosi.

Qualche settimana fa, leggendo – appunto – il mio cognome su Facebook, mi ha contattato una persona chiedendomi se avevo qualche grado di parentela con Bruno. Sì, era mio zio. Fratello di mio papà. Da questo veloce scambio, ho scoperto che esiste un gruppo su Facebook dedicato agli episodi di vita della mia città negli anni ’60 e ’70 e che in questa pagina si

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

racconta molto di mio zio Bruno Teggi. Non con cattiveria, bensì con un misto di ironia e nostalgia. La sua morte prematura e violenta è stata forse occasione per guardare con occhio diverso a tutte le sue bravate. Ho scoperto così che la gente non punta il dito verso il cognome che porto; in molti gli vogliono bene e anzi c’è pure chi scrive racconti su questo personaggio strano che era mio zio.

Innanzi tutto si faceva chiamare Teggia, perché in dialetto romagnolo questa parola significa «tegame». E da quel che raccontano, ritrovo proprio i geni strampalati (ma buoni) che mi porto addosso pure io. Raccontano, ad esempio, di quella volta che ad un semaforo la lambretta di Bruno si spense, senza più riaccendersi, e le auto in coda cominciarono a suonargli dietro. Lui fece le sue cose con tutta calma – con la flemma di un Lord inglese, dice chi scrive questo aneddoto – e, una volta resosi conto che la moto proprio non sarebbe ripartita, si voltò verso la fila di autisti arrabbiati e disse: «Teggi ha capito, ora Teggi se ne va». E andò via … lasciando però la lambretta li dov’era, ferma al semaforo.

Raccontano, anche, di quando fu prosciugato un laghetto vicino alla casa dei miei nonni, in campagna, e ci trovarono dentro decine e decine di biciclette. Mio zio Bruno, a quanto pare, aveva la brutta abitudine di trovarsi senza mezzi di locomozione per tornare a casa, quando andava in centro città, e così rubava le biciclette altrui e, giunto a casa, si liberava della merce scottante buttandola nel laghetto del contadino vicino.

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L'Aquila - 1967

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L’Aquila – 1967

Aneddoti su mio zio

Aneddoti su mio zio

Raccontano, pure, che Bruno aveva l’abitudine di dire alla barista «mettilo sul conto …» e che un giorno la ragazza, stanca dei debiti, gli disse: «Ho finito lo spazio sul foglietto!». Lui prontamente le rispose: «Allora, tienilo a mente». Insomma, era eccentrico, fuori dalle righe e fuori dal coro. Forse, un po’ fuori di testa; tanto che quando morì alcuni pensarono che, in fondo, se lo meritava.

La scrittrice Marta Samorini, ha raccontato la morte di mio zio Bruno e afferma:

Quando morì, giovanissimo in un incidente stradale, la notizia si diffuse in città allo stesso modo con cui si era soliti parlare di lui, vale a dire in modo stupefacente e gaio. Appresi la notizia per strada. Una signora, molto ironica, andava dicendo che questa volta a Teggia il numero non era riuscito.

“Cara signora … per sua madre era un figlio!” l’apostrofò un’altra, zittendola e lasciando in me un ricordo indelebile di quel ragazzo.

(da Nonostante me).

Mia madre c’era, insieme a mio padre, quando comunicarono a mia nonna che Bruno era morto. Straziante. Mia madre viveva, allora, il conflitto coi suoi genitori che le dicevano: «Ma davvero ti vuoi sposare col fratello di quello scapestrato?». La morte di Bruno pareva confermare il peggio possibile su quella famiglia. Qualche mese dopo i miei si sposarono e la storia che ne seguì è quella dei folli «separati inseparabili». La famiglia, a quanto so, è una contraddizione vivente. Gli Addams. Voler bene non è facile e liscio, tocca delle corde talmente profonde da tirar fuori tutto di noi, anche l’impresentabile.

Appartengo a questa storia, ho smesso di pensare che sia una sfortuna o una deviazione rispetto alla norma. Ne sono anzi grata. Onoro (con molti miei limiti) il padre e la madre. Trovo in loro tutto il sostentamento di cui ho bisogno, una sincerità brutale anche nella difficoltà di dire ad alta voce: «Ti voglio bene». Perché capisco che chi, come mio padre, vorrebbe dirlo seriamente – e spesso non ci riesce – è ferito dal tremito gigantesco che quella frase contiene.

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata "Teggi e i suoi teggini"

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata “Teggi e i suoi teggini”

LuLu (Lucertole sfuggenti e piccole Lucciole)

Sono nata in campagna, da una famiglia contadina. Fin dalla prima infanzia ho visto i miei nonni praticare riti e tradizioni antichissimi, ma per me erano abitudini quotidiane: guardare il cielo a sera, mietere il grano, vendemmiare e fare il vino. Oltre agli animali da cortile che vivevano con noi, c’erano le piccole bestiole tipiche di ogni stagione. L’estate era ed è rimasto il tempo di lucertole e lucciole.

Foto di Giovanni

Foto di Giovanni

È stata questa memoria infantile, che nel tempo si è sedimentata in emotività profonda, a farmi associare due brani a cui sono molto affezionata, ma che non hanno altro legame se non il fatto che raccontano un paio d’occhi che si posa su queste due bestioline estive e ne nasce un pensiero simbolico… cioè relativo (che coglie un legame tra l’io e tutto l’esistente). La lucertola è la calura torrida del giorno, la lucciola è la frescura della sera; la lucertola è un rettile non proprio gradevole alla vista, la lucciola è un insetto suggestivamente meraviglioso alla vista. Che possono avere in comune?

Sono piccoli e sfuggenti, ecco. E mi colpisce come i poeti e gli artisti non si lascino sfuggire le cose piccole e sfuggenti. Sono capaci di raccattare eclatanti simboli umani ovunque, in un cri-cri che giunge dall’erba, in una fugace luce intermittente nei campi o nel transito velocissimo di un piccolo rettile su un muretto.

Parto, allora, da Giovanni Michelucci, architetto noto soprattutto per aver realizzato la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze e nota come Chiesa dell’Autostrada del Sole. Lo scorso marzo ho visitato un’altra sua chiesa, sempre dedicata a San Giovanni, ma ubicata ad Arzignano in provincia di Vicenza. Lì era ospitata una mostra su di lui, in cui venivano presentati anche i suoi scritti, oltre che i suoi disegni. Ho fotografato la storia del suo incontro con una lucertola.

La lucertola di Michelucci

La lucertola di Michelucci

«Qui nasce uno scambio molto interessante». Sappiamo dirlo, noi, di ogni banale e apparentemente insignificante briciolo di realtà?

E proseguo con il narratore toscano Federigo Tozzi, che nel suo celebre romanzo Con gli occhi chiusi dimostra di vederci benissimo. Probabilmente i suoi occhi chiusi erano come quelli del cieco Omero, spalancati sull’anima e poco interessati alle vuote apparenze. A Tozzi bastano poche righe per fare un fermo immagine su una scena piccolissima e silenziosa, che però ci parla inequivocabilmente di qualcosa di profondo.

Foto di Takot

Foto di Takot

“La pioggia, ricominciata dopo il tramonto, faceva un crepitio sommesso fra le lucciole che non si diradavano. Qualcuna aderiva ad uno stelo di grano e non si moveva più: si vedeva la sua luce immobile, sempre accesa, sotto i colpi delle gocciole”.

Un lampo di luce aggrappato a uno stelo, sotto la pioggia battente. Segno, forse, della grande dignità luminosa di ogni vivente anche nella prostrazione più totale. O, anche, segno di chi manda segnali mentre è nella difficoltà e non si rassegna a una buia solitudine. E la speranza sta tutta in quel “non si diradavano“. Sotto la pioggia, non si diradavano: restiamo e resistiamo assieme, guardando i piccoli segnali luminosi che ci mandano i nostri vicini, magari anche in mezzo alla tempesta.

 

Da bambina, dopo cena, d’estate mia nonna mi portava nei campi a sentire i grilli e a guardare le lucciole. Era un momento solo nostro. Non ricordo che ci dicessimo molto, ma è uno dei momenti che ricordo con più affetto. Dava l’idea di una giornata che si era compiuta, e finalmente cedeva alla quiete.

È stata una grande sorpresa scoprire che il mio amato Dante scelse di introdurre la grande figura di Ulisse usando un’immagine identica a quella che io vivevo da bambina. Per descrivere la bolgia dove è ospitato Ulisse, e che Dante vede inizialmente dall’alto, il poeta la paragona a un campo di lucciole che il contadino guarda a fine giornata, quando va a sedersi – sudato e stanco – sulla terra “nell’ora in cui la mosca cede alla zanzara“. Non ricordo che mia nonna abbia mai portato orologi (se non per eventi importanti come un matrimonio); lei senz’altro avrebbe definito la sera estiva come l’ora in cui le mosche se vanno e arrivano le zanzare.

Un contadino e il re di Itaca: per parlare del viaggio più audace che un uomo abbia mai compiuto, Dante parte da un contadino che a fine giornata guarda la sua terra. Davvero tutto è qui, tutto il respiro grande che riempie l’anima del più saggio fra gli uomini comincia a inspirare aria, domande e attese nell’orto di casa. Tra cose piccole e sfuggenti, trapela un segnale luminoso … passa in fretta un paio di occhietti che dà il tono alla giornata.

 

Ipse dixit #2 Home sweet home

BO00001_0817_TOAN2013

«Margherita considerò l’appartamento con estrema attenzione. Nella stanza da letto studiò la sofficità dei materassi, contò i capi di biancheria del cassettone, picchiò con le nocche sull’armadio. Nel bagno, misurò la capienza della vasca. Nella sala-salotto-soggiorno  verificò la lucidatura dei mobili … In cucina contò tutte le pentole, i tegamini, fece scorrere l’acqua del lavandino, accese il gas, provò col dito l’efficienza della grattugia. Alla fine parlò: “Il rubinetto del lavandino non chiude bene e manca il frullino delle uova. Ad ogni modo ti sposo lo stesso”.
La casa è la base della vita: anche a doversi trovare costretti a pranzare con una sola mela, altro è il dover mangiare questa mela seduti su una panchina del parco, altro è poterla mangiare seduti a tavola con tovaglie, cristallerie e vasellami.
La casa ha un valore morale indiscutibile: nei casi disperati è la zattera cui vi aggrappate durante il naufragio, nei momenti di gioia rappresenta l’arengo, dall’alto del quale potete annunciare al mondo la vostra felicità».

Giovannino Guareschi, La scoperta di Milano