Dimmi tutta la verità, cioè raccontami delle favole

 

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Foto di Steve Corey

«Le favole non insegnano ai bambini che esistono i draghi, le favole insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti», questo è uno degli aforismi più famosi e citati di G. K. Chesterton. Un aforisma un po’ meno noto, sempre sulle favole e sempre di GKC, me lo ha fatto conoscere la mia amica Maria Grazia, che mi ha procurato lo scritto introduttivo di Chesterton alle fiabe di Esopo. Si tratta di poche paginette “fulminanti”, cioè che scuotono e illuminano, in cui a un certo punto si legge: «Non ci possono essere favole buone con esseri umani nella trama; non ci possono essere bei racconti fantastici senza di essi».

La comprensione tecnica della frase prevede la conoscenza della differenza tra l’inglese “fable” (fiaba che educa portando sulla scena animali, tipo La volpe e l’uva) e “fairy tale” (racconto immaginario in cui compaiono fate, folletti, mostri). La comprensione umana della frase prevede un lungo viaggio, in cui ora tento di inoltrarmi …

Un po’ di tempo fa, da qualche parte (forse proprio su questo blog), ho dichiarato la mia profonda afflizione per l’incapacità di trovare un vero e solido lieto fine nelle storie del nostro tempo, che siano romanzi o film. Siamo bravissimi nel tragico, eccellenti nell’incomprensibile, deludenti nel «e vissero tutti felici e contenti». Citavo come esempio il finale del film Michael Clayton, in cui un malinconico George Clooney chiede a un tassista di portarlo in giro a caso per una corsa di venticinque dollari. E lo fa proprio dopo aver concluso un’azione eroica; e lo fa pur avendo un figlio da cui andare, con il quale ha molte cose in sospeso, un rapporto vivo da portare avanti.

«Dove la porto?» chiede il tassista.

«Fin dove mi portano questi 25 dollari, guidi e basta» risponde il protagonista.

Ecco, le grandi storie di un tempo cominciavano dalla selva, da un uomo smarrito. Quelle di oggi, anche se portano in scena un’azione positiva, finiscono con un uomo che non brama altro che perdersi a caso nella selva del traffico di una grande città. Questo mi lascia l’amaro in bocca. Ma, mi rendo conto, il tema del lieto fine va approfondito oltre quest’osservazione. Intendo farlo attraverso un libro e un film in cui mi sono imbattuta di recente.

PatrickNess2Ho letto Sette minuti dopo la mezzanotte di Patrick Ness, proprio perché in una recensione si parlava del fatto che le favole insegnano ai bambini che i mostri possono essere sconfitti.  Il titolo inglese originale è, in effetti, A monster calls e la copertina italiana sintetizza benissimo la trama, senza svelare nulla: c’è un bambino, delle tombe, una città distante e un grande albero che sovrasta il tutto. Il mostro è proprio l’albero, che comincia a far visita e a parlare al piccolo Conor presentandosi da lui sette minuti dopo la mezzanotte. È un romanzo che si legge d’un fiato e lascia senza respiro. Bellissimo e tremendo, di quelli che consigli sapendo che farai stringere il cuore e piangere a dirotto chi seguirà il consiglio.

Perché a tema c’è la malattia, e l’ineluttabilità a cui essa costringe un bambino. Il mostro-albero aiuta il giovane Conor raccontandogli delle favole, tutt’altro che concilianti; è un mostro, non è una fata. Non è cattivo, però, è forte come un albero millenario che conosce le viscere della terra. E il mostro lascerà come insegnamento finale al ragazzo questa verità: “La vita non si scrive con le parole. Si scrive con le azioni. Quello che si pensa non conta. La sola cosa importante è ciò che si fa”. Il lieto fine, in questa storia, sale a un livello di senso più arduo e interessante; qualcuno obietterà che si possa persino definire un lieto fine … ma per me lo è. A volte, anzi spesso, anzi sempre, dire «e vissero tutti felici e contenti» esclude buona parte della verità; prima di tutto il fatto che oltre a vivere, si muore. Può un lieto fine aver a che fare con la morte? Sì.

Il mostro-albero lo insegna, dicendo che non conta il pensiero, ma la traccia concreta di te che lasci al mondo. La morte non può cancellare la presenza viva di un uomo sulla terra; il grande passo che Conor deve fare è proprio questo, stando accanto a una madre malata: rendersi conto che la cattiveria di certi pensieri è meno importante di ciò possiamo concretamente fare. La realtà vince sull’astrazione. E la verità dentro la realtà vince sulle bugie che ci passano per la testa.

Lieto fine, in questo caso, non significa zuccherosa gioia, ma ardimentosa coscienza del bene (dentro le ombre selvatiche della vita). Non aggiungo altro alla lacerante bellezza di questo libro, ma consiglio questa recensione, in cui ho trovato molte corrispondenze con il mio stato d’animo.

Sì fa, invece, molta fatica a trovare una recensione positiva del film Disney Into the Woods, anche se a me, per andarlo a vedere, è bastato sapere che Johnny Depp interpretava il Lupo diinto-the-woods1-768x1024 Cappuccetto Rosso. «Stai attento a ciò che desideri», recita il sottotitolo ed è questo problema molto contemporaneo del desiderio, o meglio della “dittatura del desiderio”, che il film affronta in modo convincente. Si parte dalla gente comune, che è quel che fece Dante parlando di nostra vita, e dalle difficoltà: un fornaio e sua moglie non possono avere figli. Una strega (la meravigliosa Meryl Streep!) dice loro che potranno averne uno, se porteranno a termine una prova dentro il bosco. E loro vanno.

Tutto comincia dalla selva. Tutto ciò che vale la pena di vivere conosce la prova, l’essere messi alla prova del buio, dell’ombra, dello smarrimento dentro un bosco. Ma un bosco è sempre un luogo di incontri e scontri, ce lo insegna magistralmente Ariosto nell’Orlando furioso: la selva è il posto della ricerca, ed è anche il labirinto dove la ricerca si svia, si perde; la selva è il luogo dell’imprevisto buono o cattivo. La selva, in una parola, è il posto dell’avventura (di ciò che ad-viene, ti viene incontro …nel bene o nel male). Nella selva si erra, cioè si gira, ma si sbaglia anche.

Dentro il bosco, il fornaio e sua moglie incontrano i personaggi delle favole più famose: Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack (quello dei fagioli magici). Perché le favole «ci vengono incontro» nel momento del bisogno; in esse sono contenute, sotto forma simbolica, le verità eterne di cui ogni uomo ha bisogno per affrontare la vita (NB: Virgilio, ovvero i racconti epici da lui narrati, va incontro a Dante nella selva!). Chesterton diceva che Cenerentola ricordava all’uomo che «gli umili verranno esaltati». Quanto a Cappuccetto Rosso anche lei ha qualcosa da dire alla nostra ingordigia; lei che entrando nel bosco divora allegramente i dolcetti, che erano per la nonna, e poi diventerà una bambina molto più accorta, dopo aver trascorso attimi tremendi nella pancia del lupo, divorata a sua volta.

Nel film, insomma, è chiaro che le favole c’entrano con la vita molto più di certi discorsi realistici dei benpensanti. E, a un certo punto, tutto sembra compiuto, arriva il perfetto lieto fine, in cui tutti hanno ciò che desideravano. È stato il momento in cui al cinema ho gongolato, perché finalmente avevo di fronte a me il vissero tutti felici e contenti. Poi è arrivato lo schiaffo, perché il film non si conclude così … tutto crolla … e io ho cominciato a sentirmi a disagio, temevo che il messaggio volesse di nuovo andare a parare sulla malinconia dell’uomo moderno. Invece no. Attento a cosa desideri, recita il sottotitolo.

Nella storia subentrano morti, un adulterio, il fraintendimento, la rabbia di un gigante che provoca un terremoto devastante. Eppure tutti i superstiti, si trovano infine attorno a un bimbo appena nato, a raccontarsi una favola. Quel bimbo, fortemente desiderato, avrà solo uno dei suoi genitori accanto a sé. A questo punto, nella mia testa, è entrato in gioco il discorso di Chesterton da cui ho cominciato questa lunga peripezia. Il desiderio è una cosa buona, ma l’uomo non è sempre una creatura buona. Il desiderio contiene un bisogno buono, che può tramutarsi in egoismo per essere realizzato. Noi non abbiamo solo dei desideri, sappiamo già come devono realizzarsi. Non esprimiamo un auspicio, vogliamo assolutamente che si realizzi in un certo modo. E se le multiformi variabile del reale cambiano? Sappiamo difendere il vero, il giusto, il buono oltre il nostro egoismo e la crudeltà della vita?

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Foto di Lord Marmelade

Ecco, è questo che emerge da questa pellicola: lì dove c’è un uomo c’è un desiderio, ma lì dove ci sono gli uomini c’è anche il male. Il lieto fine non è dunque lo scorrere liscio e placido delle cose, la realizzazione perfetta del mio desiderio come-lo-voglio-io; il lieto fine diventa la capacità di sostenere le prove che la vita ti impone, esaudendo un desiderio e dandoti al contempo altro dolore indesiderato. Sai stare di fronte al bene, senza sottrarti alla prova del male? Un uomo che accoglie questo invito e risponde sì, vive felice e contento (col cuore ferito, con l’anima spalancata).

Torno da dove sono partita, dalla frase di Chesterton sulle favole di Esopo: raccontare la verità attraverso le figure animali significa dipingere davanti all’uomo le semplici colonne portanti del vivere, immutabili e fisse immagini, come la furbizia, il coraggio, la lealtà, la pavidità.  L’uomo ha bisogno di questi racconti; ha bisogno di vedere che le verità fondamentali che sostengono il mondo non sono fluttuanti o incerte; ha bisogno che abbiano un volto. Ma l’uomo ha anche bisogno di «vedere» che la vita è una prova e non un copione fisso; per questo esistono favole o racconti fantastici di cui sono protagonisti esseri umani o simil-umani (folletti, giganti, ecc). In questi racconti va in scena un’altra verità: il viaggio vertiginosamente arduo di una creatura libera verso la sua felicità.  Ma lascio la parola a GKC:

«Non possiamo insegnare le verità più semplici senza trasformare gli uomini in scacchi. Non possiamo parlare delle cose più semplici senza usare gli animali, che nella realtà non parlano affatto. Il lupo sarà sempre vorace e la volpe furba. Ma ogni volta che si dà a un’idea un paio di gambe, anziché delle piume, non si può che ricorrere agli uomini, alle loro imprese eroiche e anti-eroiche».

Insomma, possiamo imparare l’alfabeto dell’umanità decorando ogni lettera con le forme di un animale, G come gatto e C come cane. Forte come il leone, puro come l’agnello. Quando, però entra in gioco l’uomo, la semplicità s’incasina alla grande. Lui diventa protagonista di storie assai più complesse, ma sensate. Perché tutte le grandi fiabe in cui sono presenti gli uomini (principi e sguattere, bambini e giganti) hanno in comune un punto di arrivo, solido e innegabile. Non un girovagare insensato senza meta.

Per questo le favole non sono uno svago; non vagano e non sono vaghe; non girano attorno alla verità, ci conducono – per mano – dritti verso il vero. Anche, e soprattutto, quando ci dicono che la felicità affonda le radici nella prova dolorosa.

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La scelta di Darby. Opportunità, non imposizioni (l’uomo è un cavaliere libero)

Stanca del ciarpame che mettono in circolazione i nostri quotidiani e giornali più blasonati, mi sto costruendo network per recuperare informazioni, fatti, eventi . Tra gli altri, mi sono messa a seguire il blog The Oregon Optimist.

Ci trovo notizie positive. Quelle che non sentiamo mai nei Tg. Ma ci sono. Perché, grazie al cielo, il mondo è un posto in cui il bene germoglia. E tendenzialmente resiste e perdura più della violenza e del male, che si esauriscono una volta esplosi.

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Foto di Elizabeth Haslam

Mi sono così imbattuta nella storia di Darby, che a sedici anni è rimasta incinta e ha deciso di non ricorrere all’aborto, grazie a una frase detta dal ginecologo che l’ha visitata. Non voglio fare di questa storia una pura e semplice propaganda anti-aborto, ma se possibile qualcosa di più generale.

Ebbene, ecco la storia della giovane Darby che va a farsi visitare. Ha il dubbio di essere incinta e ha anche il dubbio di cosa fare nel caso di un’eventuale gravidanza. Il ginecologo che la visita le conferma la gravidanza. E a quel punto, vedendo la reazione emotiva della giovane, le dice una cosa che per lei diventerà decisiva: “Ho visto tante donne pentirsi di un aborto, ma non ho mai incontrato una ragazza madre pentita di aver avuto un figlio”.

Darby racconta che quella frase le ha cambiato la vita, a quel punto le è stato chiara la strada da percorrere. E ha avuto il suo bambino.

In che modo stiamo accanto a chi deve affrontare eventi o scelte decisive, capitali, difficilissime?

Spesso la modalità “ora ti dico io cosa è giusto” (con relativo indice alzato) si innesca istantaneamente. Ed è corretto proporre in  modo onesto alle persone le nostre convinzioni. Io credo, infatti, che sia una balla mostruosa dire: “Per rispettare la tua libertà, mi astengo dal dirti qual è la mia opinione”. Non è rispetto della libertà, è fregarsene e non avere il coraggio di esporsi.

Eppure è decisivo rispettare la libertà altrui; e il modo più corretto di rispettarla è metterla in moto. Come? Non ho la ricetta universale, ho un’ipotesi che mi ha insegnato il signor Chesterton e che ha riempito di ginnastica la mia vita.

Partiamo da questa premessa. La libertà non è un modo per avere la strada spianata. Spesso, oggi, si crede di essere liberi quando si hanno sufficienti diritti per fare le cose che vogliamo, per fare e disfare in base all’istinto di ogni momento. Voglio essere libero/a di innamorarmi e di non sposarmi; voglio essere libero/a di sposarmi e poi divorziare; voglio essere libero/a di avere figli senza avere un/a compagno/a, ecc ecc. Se questa è libertà, assomiglia molto a una sottospecie di dittatura dell’istinto: come se ogni nostro momentaneo desiderio dovesse subito e per forza realizzarsi, se no non sono felice.

La libertà è qualcosa di più ricco e impegnativo. Che soddisfa pienamente l’uomo, offrendogli delle sfide da accettare. Offrendogli l’opportunità di combattere per ciò che ama. Chesterton dice che l’uomo è come il cavaliere della fiaba; deve raggiungere un castello lontano, passando attraverso un bosco, dove lo attendono prove e avventure. Questa è la trama fatta su misura per il nostro cuore. La nostra natura non è fatta per godersi la soddisfazione di ottenere ogni cosa che ci passa per la testa, ma è fatta per godere della libera scelta di poter dar prova di difendere e conquistare ciò che davvero ama.

Un'immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Un’immagine dal film Robin Hood di Ridley Scott

Siamo fatti per le avventure impegnative che ci portano verso il castello. Non appena ci viene proposta una prova che possa svelare il nostro valore, noi ci sentiamo finalmente “vivi”, pronti a dare tutto noi stessi in nome di qualcosa che vale la pena salvare, conquistare, custodire. Perché intuiamo che un bene grande per noi è in gioco in un’impresa di valore . La bugia moderna dice, invece, che il cavaliere è più libero se si dimentica del castello lontano e comincia a divertirsi nel bosco, dove gli DEVONO essere date tutte le cose che vuole: un rifugio su un albero, cacciagione fresca, solitudine, agio e relax. Un cavaliere che si riduce così è indolente, ma soprattutto non è felice.

La storia di Darby testimonia che se a una persona è data l’opportunità di risvegliare la propria libertà, allora si sentirà di nuovo come il cavaliere della fiaba. Non abbiamo bisogno di persone che ESEGUANO la cosa giusta, ma che vogliano essere libere di dare tutto se stesse per qualcosa che riconoscono giusto. La risposta del ginecologo è perciò esemplare: non ha dato alla ragazza una risposta moralisticamente impacchettata, ha messo di fronte a lei un dato della sua esperienza, in modo che sembrasse una sfida. Non una provocazione, ma una sfida. A quel punto Darby aveva davanti a sé non una casella da barrare (gravidanza sì, gravidanza no), ma un percorso libero di cui essere protagonista: che nessuna ragazza madre si fosse pentita di aver avuto un figlio non era certo un dato neutro. Non dipingeva ai suoi occhi un orizzonte facile, sereno e in discesa, eppure lasciava trapelare un’avventura corrispondente al suo cuore. Un’opportunità. Come quella del cavaliere che sceglie di inoltrarsi nel bosco, perché si sente pienamente libero di affrontare tutte le prove necessarie per raggiungere il castello.

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Foto di Michal Kulesza

Nel mio piccolo, ma molto piccolo, è capitato anche a me qualcosa di simile, che conferma ciò che Chesterton mi ha fatto intuire; ovvero che l’uomo, messo di fronte a un’avventura impegnativa, ha voglia in piena libertà di dar prova del suo valore.

Io sono rimasta incinta proprio a metà del dottorato e, per quanto non avessi nessun dubbio sulla mia gravidanza, un certo pessimismo aleggiava nella mia testa. Sapevo bene che avere un figlio sarebbe stato incompatibile con il percorso universitario che avevo di fronte; per ottenere qualcosa nel futuro (una borsa di studio per la ricerca, un posto come docente) i professori  esigevano una disponibilità illimitata di spazio e tempo; era ovviamente una legge non scritta, ma vera quanto invisibile. Io ero fatta istantaneamente fuori. I miei compagni di dottorato, saputo che io aspettavo un bambino, mi venivano incontro dicendomi: «Mi dispiace». Lo giuro. Ma era il sentimento onesto di chi aveva messo in conto che la carriera richiedeva un netto sacrificio rispetto agli affetti.

Io non condividevo questa linea, tanto che mi ero sposata mentre studiavo, eppure quando si trattò di trovarsi di fronte al fatto che non avrei avuto un futuro in università, perché sarei diventata madre, ecco … i pensieri si annebbiarono. Fu decisivo mio marito che risistemò il mio orizzonte mentale con una frase tutt’altro che consolatoria, bensì provocatoria. Da ingegnere, mi richiamò alle fredde ma vere leggi matematiche e mi disse: “In aritmetica un positivo + un positivo non dà mai risultato negativo”. Vero. Io studiavo ciò che mi piaceva (positivo) e stavo portando nel grembo un figlio (positivo); spettava a me verificare che queste due cose insieme non potevano dare frutto negativo.

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Appunti miei … scarabocchi dei figli

È l’avventura in cui sono impegnata a vivere da allora. Ho lasciato l’università, e questo non ha significato smettere di scrivere e studiare ciò che mi piace. Non è una strada facile. Ora scrivo ascoltando un figlio di 8 anni che ripete la lezione sui Sumeri e con un altro di 4 sulle ginocchia che pigia a caso i tasti del mio computer. E dicono che scrivere dovrebbe essere un mestiere di solitudine e concentrazione. Può essere. Nella mia fiaba non è così. Sto cavalcando verso il castello e tante volte esco ferita dagli scontri coi goblin o coi draghi, ma questo mi aiuta meglio a capire perché sto qui a combattere.