Gli effetti collaterali della bellezza

collateral-beauty

C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

commenti

Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

jacob-latimore-kate-winslet-collateral-beauty-set-06.jpg

Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

kate-winslet-back-in-action-collateral-beauty-05

Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

32be3f0300000578-0-image-m-12_1459527900218

Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Non occorre essere buoni per fare qualcosa di buono

Dopo aver visto per la centesima volta un certo film, stavo rimuginando su un’intuizione … avuta da mio marito. E nel frattempo la realtà mi ha anticipato.

Partiamo quindi dal reale e non dai pensieri. Una mia amica, dotata di poteri telepatici (almeno con me), mi ha spedito due foto su whatsapp, in cui mi faceva vedere un articolo di cronaca comparso sul Mattino di Padova: un ex carcerato in libertà vigilata ha salvato un uomo caduto, per un malore, in un fiume. Ecco il resoconto dei fatti:

IMG-20150925-WA0011Da rapinatore che seminava terrore a buon samaritano che semina altruismo. È la storia di Marco Padovani, 65 anni, 5 dei quali scontati in galera perché un ex Mala del Brenta, sia durante l’egemonia di Felice Macomè capo dell’organizzazione criminale, che dopo il pentimento di “faccia d’angelo”. Un passato che non ha nulla a che fare con ciò che è successo ieri.

Sono le 10.30, il signor Giuseppe Fabris, 59 anni, viaggia in auto con il figlio quando si sente male: gli gira la testa, ha nausea e chiede al figlio di accostare perché non vuole sporcare l’auto. Sono in piena curva e così il giovane alla guida prosegue alla ricerca di un parcheggio. Una volta giù l’uomo si avvicina al Bacchiglione, scende per l’argine e si sporge verso l’acqua. Sviene e cade in acqua. Alcuni passanti notano la scena, il figlio chiama i soccorsi. È a questo punto che arriva Marco Padovani. Come ogni mattina percorre quel tratto di argine per la sua camminata a passo veloce di un paio di chilometri. «Ho visto la gente ferma in via Isonzo», racconta, «e quell’uomo in acqua a più di 15 metri dalla riva».

Tra il pensare «mi butto» e farlo è passato giusto il tempo di levarsi i vestiti: «se avessi aspettato l’arrivo dei soccorsi l’uomo avrebbe rischiato l’ipotermia», continua, «un collasso, un infarto, era inzuppato in un’acqua piuttosto fredda e si teneva a galla a malapena. In acqua il gelo mi ha immobilizzato i muscoli e l’uomo aveva ancora addosso tutti i vestiti inzuppati che lo rendevamo ancora più pesante: batteva i denti e continuava ad aggrapparsi a me mandandomi sott’acqua. Quando finalmente sono riuscito a girarlo sul dorso l’ho trascinato a riva. Se non mi fossi buttato in acqua mi sarebbe rimasto il rimorso. Ci hanno portato in ospedale nella stessa ambulanza: è stato fortunato perché, perdendo i sensi, non è finito con la faccia nell’acqua, rischiando di affogare e perché non ha battuto contro i massi di cui il fondale, soprattutto vicino alla riva, è pieno».

Marco è stato tenuto sotto controllo al Pronto soccorso, per il suo gesto ha rimediato il vaccino contro la leptospirosi e ci ha rimesso il cellulare, ma ne ha guadagnato lo spirito. Oggi Marco fa una vita molto diversa e lontana dalla violenza della Mala del Brenta: «ho sbagliato», ammette, «e pagato. Dedico la mia vita al volontariato (con gli Alpini dell’Arcella) e sono un disoccupato come tanti. Non faccio mistero dei miei precedenti penali, degli anni passati in carcere per reati contro il patrimonio».

«Marco sono io» mi verrebbe spontaneamente da dire, copiando Flaubert. In questo fatto concretissimo c’è un’ipotesi umana a tutto tondo, molto più autentica e onesta delle tante fandonie buoniste che ci stanno facendo il lavaggio del cervello («il politico deve essere immacolato», «la meritocrazia è l’unico criterio che dovrebbe regolare il mondo del lavoro», «famiglia significa volersi bene»). L’idolatria di un bene astratto e perfetto è il sintomo di una società malata di solitudine. Un uomo solo non può far altro che sforzarsi di essere buono e bravo (e, da solo, un uomo fa molta fatica a tollerare il proprio male).

Francamente, io ho smesso di guardare quei programmi integerrimi, o supposti tali, come Striscia la notizia e Le iene, sia perché mi dà fastidio che esseri umani uguali e identici a me se la menino pensando di andare in giro come portatori di Verità e Giustizia, sia perché è profondamente falso pensare di voler sistemare le cose andando a stanare il male degli uomini, esponendoli alla gogna pubblica. Il mondo non è brutto perché ci sono uomini che sbagliano. Il mondo è questa contesa inesausta tra male e bene, che ci tormenta tutti; che ci impegna tutti. E il mondo non sarebbe un luogo vivibile se tutti fossero immacolati. O, almeno, io non ci vorrei vivere.Ghione-colpito

Ok, ammettiamo pure che un tizio abbia parcheggiato l’auto nel posto riservato ai disabili, senza averne diritto, e l’abbia fatto per la ragione più ovvia e banale di tutte: pigrizia. Non è un bel gesto. Ma che frutto ne ricava il telespettatore vedendo quel poveretto assalito da una telecamera e da un saccente giornalista che gli punta il dito contro? Ne ricava la goduria becera che dà la vendetta. Ma ne ricava anche un insegnamento indiretto su di sé: un uomo che sbaglia (cioè: «io quando sbaglio») è una persona brutta ed esecrabile. In quel momento di ludibrio pubblico, di fronte alle telecamere, il tizio che ha parcheggiato nel posto dei disabili è solo il suo errore e viene punito. Punito dal Tribunale della Solitudine.

Uomini che hanno dimenticato cos’è davvero una comunità umana, e ne idolatrano solo un’immagine astratta, non possono far altro che rinfacciarsi le colpe a vicenda, e non perché abbiano a cuore il bene reciproco, ma per una ragione molto più egoistica: se io voglio stare tranquillo, allora chi mi è vicino deve comportarsi bene perché non leda il mio spazio. L’unica idea di bene che nasce da questo modo di vivere è legalistica: sei bravo se segui le leggi. Un tempo queste persone si chiamavano farisei. E venne Uno che mangiava con le prostitute e gli usurai.

Infatti, per scardinare l’illusione ottica generata da questo buonismo fondamentalmente egoistico, occorre un’azione di rottura clamorosa: occorre far vedere – nella pratica – che il bene procede nel mondo non solo quando gli uomini sono bravi, ordinati e ubbidienti. Bisogna ribaltare tutto.

Ecco, allora, che la cronaca dell’ex-carcerato ha incrociato perfettamente le idee che mi passavano in testa dopo aver visto per la centesima volta il film Un sogno per domani. Tutta presa dall’emotività, io mi destreggiavo a fare riflessioni sulla bontà, sul sacrificio, sull’infanzia; finché mio marito, col pragmatismo spicciolo dell’ingegnere, mi ha dato una bella svegliata, dicendo l’unica cosa sensata (che io non avevo colto neanche da lontano): «Ma ti rendi conto che in questo film tutti quelli che fanno qualcosa di buono sono dei cazzoni?».

Non ho epurato il linguaggio perché, quando ci vuole, ci vuole. Effettivamente il film racconta proprio questo: il bene che passa e si diffonde, grazie un’intuizione buona e … a dei cazzoni. Un insegnante di studi sociali (Kevin Spacey) affida ai suoi studenti un compito che è più che altro un modo per stimolarli a mettersi in relazione col mondo: chiede loro di pensare a un piccolo progetto concreto per cambiare il mondo. Tra i suoi studenti c’è Trevor (Haley Joey Osment), un giovanotto molto sensibile e idealista che realizza l’idea semplicissima e rivoluzionaria di «passa il favore». La spiega alla lavagna a tutta la classe con un disegno e con sogno-per-domaniqueste parole: «Questo sono io, e queste sono tre persone, a cui darò il mio aiuto, ma deve essere qualcosa di importante, una cosa che non possono fare da sole, perciò io la faccio per loro… e loro la fanno per altre tre persone… ».

Fai un favore a tre persone, qualcosa che loro sarebbero incapaci di fare da sole (e dunque ecco già sconfitta la solitudine!) ed essi, a loro volta, possono passare il favore ad altre tre persone.

L’idea di Trevor funziona e «passa il favore» si allarga a macchia d’olio nel paese, ma chi ne è protagonista? Il primo a cui Trevor fa un favore è un tossicodipendente (Jim Caviziel); lo ospita a casa sua, lo fa lavare, gli dà da mangiare e, soprattutto, gli dà dei soldi con cui comprarsi dei vestiti per un colloquio di lavoro. Colpito da questo atto di bontà, il tossicodipendente cambia vita per un po’; trova lavoro e si rimette in riga. Ma poi riprecipita nel buio della droga e della delinquenza; eppure, proprio quando è di nuovo così malridotto, gli capita un fatto di fronte a cui capisce che può passare il favore: salva una donna che stava per buttarsi giù da un ponte e, per dimostrarle che non è sola, la invita a prendere un caffè.

Tutti gli altri personaggi che passano il favore sono simili a lui: una madre alcolizzata, una barbona altrettanto alcolizzata, un teppista, un avvocato spietato. Il caso del teppista è il mio preferito: la barbona alcolizzata lo salva dall’inseguimento della polizia dopo un furto (questo è il favore!!! … ma d’altra parte il bene deve essere percepito come tale da chi lo riceve); poi la donna gli spiega il meccanismo di «passa il favore». Qualche giorno dopo il teppista è al Pronto Soccorso per una ferita d’arma da fuoco e insieme a lui in sala d’attesa c’è un padre con la figlia in preda a una fortissima crisi d’asma. La bambina è ridotta davvero male, ma l’infermiera spocchiosa afferma che nel regolamento dell’ospedale hanno la precedenza le ferite d’arma da fuoco. Allora il teppista spara un colpo per aria e, minacciando l’infermiera con la pistola, la obbliga a prendersi immediatamente cura della bambina.

In fondo, siamo tutti carcerati capaci di fare qualcosa di buono. Perché sarebbe triste (e falso) dire che il bene continua ad abitare nel mondo solo attraverso il comportamento perfetto di una persona brava. Noi non creiamo il bene né lo possediamo, possiamo solo riconoscerlo e «passarlo». La verità è che il bene è un seme piantato nel DNA del mondo e delle creature ed è perciò qualcosa di oggettivo e democraticamente trasversale, cioè lo riconosce – in fondo alla propria coscienza – anche un bastardo recidivo.

Un uomo può continuare a essere ladro, bugiardo, adultero; e possono esserci squarci di autentica bontà anche nella sua vita. E questa non è una giustificazione per dire che ciascuno può tranquillamente continuare a indugiare nei propri errori; anzi, è il contrario. Un uomo non cambia, improvvisamente e per sempre, perché si vede un dito puntato contro; il cambiamento può richiedere molte cadute, può persino non arrivare, ma deve sempre essere libero. Siamo tutti carcerati nei nostri calcoli, egoismi, ricatti; però, pur così meschini, siamo capaci di riconoscere il bene, se ne siamo toccati. E talvolta, con un guizzo di autentica grandezza, ci mettiamo al suo servizio; anche se poi un minuto dopo litighiamo con il primo che passa.

Qualcuno, come Trevor, ha iniziato il gioco di «passa il favore» e noi ci siamo finiti dentro. Qualcuno, al principio dei tempi, ha insinuato dentro il mondo l’ipotesi che creature imperfette sappiamo riconoscere qualcosa che è meglio e più giusto dei loro limiti (e ne siano attratti). Occorre una mente innocente che progetti un gioco simile e dia il via alla catena viva di bene; noi non siamo innocenti, ma siamo quelli che talvolta stanno al gioco … e in quei momenti ci sentiamo come degli smemorati a cui improvvisamente torna limpido il ricordo di sé, della propria umanità più piena. Allora, e solo allora, l’ipotesi del cambiamento si pone non più come imperativo moralistico, ma come la coraggiosa ipotesi di lasciare la strada dell’istinto, della violenza, dell’appagamento egoistico e di imboccare il sentiero in salita che porta in cima al monte.

untitled