L’era glaciale è finita! (… cioé: raccontarsela o confidarsi?)

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Siamo tutti creature incomplete, dimezzate, se qualcuno più saggio,

migliore, più caro a noi di noi stessi – e tale è un amico – non ci aiuta a

perfezionare la nostra debole, imperfetta natura.

Frankenstein di Mary Shelley

La nostra vita è inevitabilmente un racconto in prima persona. È una storia che noi viviamo da dentro e non solo ne siamo i protagonisti, ma siamo anche i narratori (la nostra coscienza è la voce narrante della nostra storia). Purtroppo o per fortuna, non c’è un narratore onnisciente che giudichi in modo oggettivo quel che ci accade. Qualche volta sarebbe utile avere una voce fuoricampo, distaccata, che ci spiegasse cosa stiamo vivendo. Perché noi, da dentro, sminuiamo o ingigantiamo i fatti, le parole, le reazioni in base alla nostra umorale sensibilità. Prendiamo degli abbagli e grandi cantonate.

La conoscenza del mondo e di noi stessi non è mai neutra, proprio perché non è un racconto in terza persona. Si può dire che sia una versione alterata, cioè non oggettiva. E, rispetto a ciò, sorgono delle domande:

  • In che misura è positivo che io sia protagonista e narratore esclusivo della mia vita?
  • Quali sono invece gli aspetti negativi di questo raccontarsi da soli?
  • Le altre voci, che modo intervengono in questa conoscenza di me, sono solo un intralcio fuorviante?

Tutti conosciamo Frankenstein, o anche solo ciò che evoca questo nome. Il più delle volte si pensa che Frankenstein sia il mostro, invece è il nome del suo creatore, il dottor Victor Frankenstein. A soli 19 anni Mary Shelley scrisse questa storia, che è un capolavoro. Alcuni critici lo definiscono un mito, perché contiene dei temi ancestrali che toccano le nostre radici più profonde. È vero. Uno di questi semi profondi che il testo della Shelley fa sbocciare è l’unicità dell’essere umano, che è una creatura creatrice. L’uomo non è solo spettatore del creato, ma partecipa ad esso con originali opere di creazione. Il dottor Victor Frankenstein si spingerà fino all’estremo, presumendo di essere in grado di creare la vita nel suo laboratorio. Darà alla luce una Creatura, e la abbandonerà subito, inorridito di ciò che ha fatto.

C’è un aspetto di questo romanzo che solo ultimamente ha colpito la mia attenzione, ed è – se vogliamo – un aspetto formale. In che modo Mary Shelley sceglie di raccontare questa storia? Facendo parlare tutti i protagonisti in prima persona.

Il testo comincia portando sulla scena Robert Walton, un esploratore che ha deciso di spingersi fino al Polo Nord e scrive alla sorella Margaret per raccontarle la sua impresa. Una navigazione verso un luminoso paradiso terrestre, è così che Walton immagina il suo viaggio. Tutti pensiamo al viaggio della vita in questi termini. Eppure Walton si rende ben presto conto di una grande mancanza:

 «Mi resta un desiderio che non sono riuscito a soddisfare e questo vuoto mi sembra il male peggiore. Non ho un amico, Margaret. […]. Desidero la compagnia di un uomo capace di sentire come me, i cui occhi rispondano ai miei».

Il bisogno di un uomo i cui occhi rispondano ai miei. Ecco il tema/problema che Walton squaderna e spalanca: il mio racconto in prima persona sente il bisogno di una risposta da parte di qualcun altro. Ho bisogno di condividere il mio viaggio, per comprenderlo e per sentire davvero quel che vivo. La felicità non è tale se non è condivisa; questa ferita si apre nel narratore Walton a cui, da quel momento in poi, sarà dato il privilegio drammatico di assistere come testimone alla storia di due uomini che gli metteranno di fronte agli occhi l’evidenza che anche l’estrema infelicità chiede di essere condivisa.

A Walton, infatti, si offre l’opportunità di conoscere e incontrare la storia di Victor Frankenstein e della sua Creatura, i quali – quasi come andassero al banco dei testimoni – porteranno esempi opposti eppure simili di quale avvizzimento violento comporti una conoscenza di sé compiuta in solitudine.

Victor e la sua creatura sono agli antipodi. Victor cresce amato e ben voluto in una famiglia perfetta, dove regnano il rispetto e la generosità; la creatura (a cui non viene neppure dato un nome) viene immediatamente abbandonata, non appena emette il suo primo respiro, e per l’intero corso della sua vita non conosce nessun affetto. Victor ha degli amici sinceri e studia con professori disposti ad accompagnarlo nelle sue scoperte; la creatura non trova nessuno disposto ad ascoltarlo, ogni presenza umana lo scaccia e lo rifiuta. Nonostante queste premesse, Victor adora la solitudine (sì, proprio lui che è circondato da affetti e amici), mentre la sua creatura desidera, implora amicizia e odia la solitudine a cui è costretto. Paradossale!

Ecco due esempi dei loro opposti caratteri:

VICTOR: «Evitavo la vista degli uomini, ogni parola di gioia e di piacere suonava per me come una tortura; la solitudine era la mia sola consolazione; solitudine profonda, cupa, mortale. […]. Spesso, quando il resto della famiglia si ritirava per la notte, prendevo la barca e passavo molte ore sull’acqua. A volte, con le vele spiegate, mi lasciavo trascinare dal vento» (dal capitolo 9)

– la CREATURA: «Ammiravo le virtù e i buoni sentimenti, mi piacevano i modi e le amabili qualità dei miei vicini, ma ero escluso da ogni rapporto con loro, tranne quelli che riuscivo ad avere a loro insaputa, non visto e ignorato, e che aumentavano, piuttosto che soddisfare, il mio desiderio di essere un uomo in mezzo agli uomini. […] Ma i miei parenti, i miei amici dov’erano? Nessun padre aveva vegliato su miei primi giorni, nessuna madre mi aveva fatto la grazia dei suoi sorrisi e delle sue carezze … . E non avevo mai incontrato un essere umano che mi somigliasse o rivendicasse qualche vincolo comune. Che cosa ero io?» (dal capitolo 13).

La maestria, o meglio, il genio di Mary Shelley porta il dramma di questa ferita a un vero e proprio intreccio. L’autrice, infatti, porta tutti e tre questi personaggi al colmo delle loro rispettive solitudini a intrecciarsi, appunto. Walton, il dottor Frankenstein e la Creatura s’incontrano lì, dove non dovrebbe esserci anima viva, al Polo Nord. Il paradosso più eclatante è, però, che proprio lì, nel regno dei ghiacci (lì dove a Walton si è posto il problema della sua solitudine) la solitudine è vinta, perché l’esploratore – di fatto – riceve la confessione di Frankenstein e della sua Creatura.

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Victor per l’intero corso della vita non ha voluto confidarsi con nessuno, ha scelto di essere l’unico protagonista e narratore delle proprie vicende; la sua creatura non ha potuto confidarsi con nessuno, ma avrebbe  voluto condividere la sua storia con altri. Ed entrambi finiscono al Polo Nord, che è ciò che Dante definirebbe l’inferno: il regno della ghiacciata solitudine. Ma inferno non è. Anzi, Walton lo credeva un paradiso. Di fatto, insieme, ne faranno un purgatorio.

Coloro che per strade opposte si sono chiusi in assoluta solitudine, come ultimo gesto umano si confidano a un altro uomo. Là, lontano, tra i ghiacci perenni, il creatore Frankenstein e la sua creatura raccontano finalmente la propria storia a qualcun altro, a un uomo che stava viaggiando per conoscere, l’esploratore Walton. Ed egli farà proprio l’esperienza suprema di conoscenza. Idealmente, quello che il lettore si trova tra le mani è la testimonianza di un esploratore che raccoglie le confidenze di due uomini, che mai nella vita si erano confidati con altri e che dopo poco moriranno. L’ultimo atto della loro rispettiva vita – il contenuto stesso del libro – è una voce che si comunica e cerca comprensione, condivisione e … mia personale ipotesi … anche perdono.

In latino i verbi confidarsi e confessarsi sono passivi. Perché, in effetti, sono un momento in cui la conoscenza di me non è solo in mano mia. Io sono protagonista del racconto, ma non sono l’unico soggetto agente: metto nelle mani di qualcun altro la mia storia. Sì, la vita è un racconto in prima persona…inevitabilmente. E può essere velenoso. Quante volte “ce la raccontiamo”? Vediamo le cose a modo nostro, vogliamo essere i giudici supremi della nostra condotta: ci autogiustifichiamo, ci autoassolviamo, o – anche – ci autocondanniamo. L’inferno è fatto di uomini che se la raccontano.

Il paradiso comincia lì dove metto la mia storia in mano a qualcun altro. Racconto di me, apro il cuore e lo metto a nudo. E confido che la voce amica di chi mi sta accanto sappia accompagnarmi a sbrogliare i nodi, a sciogliere i ghiacci perenni dell’egoismo solitario.

…in fondo lo capisce anche un bradipo. Sì, Sid! Quello de L’era glaciale, attorno a cui si crea una sconclusionata ma amichevole compagnia. Un bradipo, un mammuth e una tigre – tra i ghiacci. Tre viaggi in solitaria che fortunatamente s’intrecciano, come in quella bellissima scena in cui scivolano sulle lastre di ghiaccio per salvare il bambino. Mentre il povero Scrat ….solo soletto…insegue la sua ghianda senza mai raggiungerla (immagine ironica e triste delle nostre fissazioni, che sono tali proprio quando le perseguiamo in solitudine).

Un inizio mostruoso

Incipit del manoscritto originale di Frankenstein

Incipit del manoscritto originale di Frankenstein

La sindrome da pagina bianca esiste, eccome. Di solito per me è un buon segnale (per quanto generi una tensione emotiva fortissima); mi spiego: tendenzialmente il panico di fronte al foglio …di Word … ancora immacolato arriva quando ho un’idea davvero buona. C’è. Ed è tutta da tirare fuori.

Quando, invece, prevale la chiacchiera fine a se stessa e autoreferenziale, il blocco da pagina bianca non c’è quasi mai… anzi, le parole non la smettono di uscire. Mi pare che il significato allegorico di ciò sia: abbiamo molto da dire, quando non c’è niente di davvero importante da dire.

Ma quando ‘tocco’ nella mia testa qualcosa di veramente vitale e scottante, allora la paura del bianco prevale. Perché – Melville docet – il bianco non è indice di vuoto, ma di sovrabbondanza. Ho notato che c’è sempre stata una congestione dolorosa, in tutti i casi in cui – poi – ho scritto qualcosa non dico di eccezionale, ma sicuramente di autentico. Lo  spiega benissimo Mary Shelley nel raccontare quanto fu difficile cominciare a scrivere Frankenstein:

Provavo quella totale incapacità di inventare che è la più grande disperazione di uno scrittore, allorché il puro Nulla risponde alle sue ansiose invocazioni. “Hai trovato la tua storia?”, era la domanda che mi si poneva a ogni risveglio, e a ogni risveglio ero costretta a una mortificante risposta negativa. Ogni cosa deve avere un inizio, per dirla con Sancho, e questo inizio deve essere legato a qualcos’altro che viene prima. Gli Indu hanno posto il mondo su un elefante, ma hanno messo l’elefante sulla tartaruga. L’invenzione, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare dal nulla, ma dal caos. Prima di tutto si deve trovare il materiale; noi possiamo dar forma a una sostanza oscura e inerte, ma non possiamo creare la sostanza stessa. In tema di scoperte e di invenzioni, anche quelle che appartengono al regno dell’immaginazione, torniamo continuamente alla storia di Colombo e dell’uovo. L’invenzione consiste nella capacità di cogliere le possibilità di un soggetto e nel saper dar forma e attrattiva alle idee che contiene in sé. (traduzione dall’inglese di Maria Paola Saci)

Insomma, un inizio è un atto di umiltà. Deve fare i conti con qualcosa che esiste prima, con la sovrabbondanza di realtà che bussa nella testa, invade i pensieri e – come prima cosa – produce o silenzio o balbettio. Perché l’incipit è la dichiarazione di qualcuno che si mette a comprendere, non di qualcuno che ha già capito tutto ed è a posto. Questo fa la differenza. Gli inizi facili mi insospettiscono sempre, mi lasciano il dubbio che in realtà ‘me la voglio raccontare’.

Non possiamo creare la sostanza stessa – diceva Mary Shelley. Possiamo sentirne l’urto e rispondere. L’umiltà di un vero inizio coincide 411px-Salterio_diurno_del_XVII_secoloanche con lo stupore. Comincio a capire un po’ meglio le miniature medievali, o forse è solo una mia libera associazione di pensiero. Vedere una pagina scritta in cui la prima lettera è un capolavoro di maestria artistica è significativo della meraviglia (o dello sconcerto) che c’è prima di mettersi a scrivere. Quella prima lettera gigantesca e decorata dichiara non tanto che quello che segue sarà maestoso, bensì che quello che precede la scrittura è maestoso. È maestoso l’impatto delle cose su di noi, quando è autentico; è quel tumulto invadente che c’impone di volerlo sbrogliare un po’, scrivendo o magari parlandone.

Ciò che segue, sta al passo e ha come riferimento quella prima mirabile lettera iniziale. Il resto delle scritto guarda lì, a quell’inizio strepitoso … a quel momento in cui – per un istinto, per intuizione – la presenza delle cose ci ha sbalordito e stimolato.