Il bosco (o il desiderio?) verticale

img-bosco1-1000x749Cosa sarebbe successo a Cappuccetto Rosso se la nonna avesse abitato nel bosco verticale? È la prima cosa a cui ho pensato quando mi sono trovata a Milano ai piedi di questi edifici ultra moderni e chic. Ho immaginato la bimba col mantello color rubino tutta bardata da alpinista che scala la facciata esterna del grattacielo per raggiungere il ventitreesimo piano dove sua nonna è alloggiata. Poi ho immaginato il lupo che prende la scorciatoia per arrivare nel medesimo luogo e corre a perdifiato su per le scale … ma – per fortuna! – il cacciatore ha preso l’ascensore e bum! gli spara proprio davanti alla porta di casa della nonna.

Poi ho immaginato che la nonna di Cappuccetto Rosso non avrebbe potuto permettersi di abitare nel bosco verticale. La sua pensione non le avrebbe permesso neppure di accedere all’atrio del bosco verticale. Ed è qui che la fiaba si è interrotta.

L’idea architettonica dei grattacieli verdi è pazzesca. Funziona, perché è molto green, è trendy ed è chic. Unisce il condominio alla foresta. Il grattacielo si ramifica. La forma rigida e fredda del casermone di decine di piani sparisce, tra le forme di giganteschi alberi, arbusti colorati, piante fiorite; gli uomini abitano impilati gli uni sugli altri, ma hanno l’impressione di stare nella casetta sull’albero. Quegli appartamenti però non hanno nulla a che vedere con un piccolo rifugio di legno tra i rami; sono costosissime dimore per un pubblico esclusivo e sofisticato. L’idea abitativa è allettante: «si tratta di un ambizioso progetto di riforestazione metropolitana che attraverso la densificazione verticale del verde si propone di incrementare la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, riducendone l’espansione urbana e contribuendo anche alla mitigazione del microclima».

Bello, bellissimo da vedere. Io amo i fiori e le piante, mi dedico al massimo delle mie capacità a curare il mio minuscolo giardino: ad esempio, ho salvato un limone dalle gelate di quest’inverno e vederne le foglioline nuove spuntare mi dà l’idea che la speranza abita tra noi, in carne e ossa … e foglie.

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foto di Jerome S

Ma il bosco è sempre stato orizzontale. L’idea di esplorarlo, di potersi perdere, di fare un pic-nic, di raccogliere funghi è sempre stata democratica, accessibile a tutti. Disporlo in verticale, con costi di gestione molto alti, enfatizza le disparità sociali del nostro tempo: molti moltissimi sono a livello asfalto e tirano a campare, pochi pochissimi si godono la fresca aria degli attici ultralusso.

Non sono affatto contro l’idea del bosco verticale, anzi. Mi amareggia la versione chic che solo i privilegiati possono godersi a costo altissimo. Quando invece una pianta e un albero hanno solo bisogno di luce e acqua, cose che tutti possono permettersi perché basta … una finestra e la pioggia.

A ben vedere, da quando conosco Milano, di boschi verticali ce ne sono sempre stati. Tendenzialmente, quando visito la grande metropoli del Nord, ci arrivo in treno: venendo da Bologna, un tempo c’era un regionale fantastico che andava lentissimo e mi godevo la vista appieno, ora esistono sono quelli ad alta velocità e gli occhi faticano a stare concentrati sugli oggetti che sfrecciano via.

Panni-stesPerò la visione resta. Dopo Lodi, i campi via via spariscono – e insieme a loro i radi boschetti orizzontali – e i binari, inoltrandosi via via nel centro città, offrono scorci su certi edifici alti e fatiscenti, pieni zeppi di finestre e minuscoli balconi. I muri sono neri per lo smog, l’intonaco cade a pezzi, murales e pubblicità coprono le facciate ad altezza strada. Tutto suggerirebbe tristezza e povertà, una vita misera da formiche schiacciate nella grande metropoli.

Eppure quei minuscoli balconi traboccano di vasi, piante e panni stesi. Sono pertugi microscopici che esplodono di vita, letteralmente. Il muro vecchio e incrostato scompare, vivacizzato da lenzuoli e pantaloni d’ogni colore che sventolano appesi. E ti viene da chiedere come possa starci tutta quella roba in uno stendino minuscolo, attaccato a una finestrella altrettanto minuscola.

È come vedere un enorme getto di fuoco che esce dalla bocca di un gattino, anzichétorino_VIA-PASTRENGO2 di un drago. È un’esuberanza fuori scali, esagerata che mi ha sempre suggerito la vita viva di chi abita lì dentro. Saranno uomini e donne e bambini che fanno fatica ad alzarsi il lunedì mattina, magari che stentano ad arrivare a fine mese, ma che lasciano tracce vivaci della loro presenza.

Le piante sono così rigogliose che sembrano precipitare dai balconi; le foglie e i rami s’infilano tra le esili inferriate e crescono a dismisura. I fiori giganteggiano coi loro colori sfacciati. Sembra un paradosso come un fiore nel deserto; a tutti quelli che hanno pontificato sulla miseria della periferia, sull’aridità della vita moderna, sul disagio umano dei quartieri popolati, quei piccoli arbusti fioriti che debordano dalle piccole finestre scrostate stanno a dire che – sì – ovunque c’è un uomo, c’è un ardore di vita.

Non credo quei vegetali – gerani, aralie, tageti, ficus – se ne siano occupati i paesaggisti laureati che curano il grattacielo col bosco verticale. Eppure il tripudio della natura ha sortito il medesimo effetto.

E mi pare un’immagine autentica di cosa sia il desiderio.

Non conta se sei esodato, drogato, cassaintegrato, ragazza madre, pensionato con la minima, giovanotto sbandato; lì dove c’è un uomo c’è un’attesa, un desiderio di fiorire vivendo. Il fiore è cocciuto e sboccia anche in una crepa dell’asfalto. Può essere che la vita non ti riservi altro che dolore, batoste e gran sudore per mantenere i tuoi cari; ma con un paio di euro – un giorno – prendi un vasetto di gerbere al discount. È tutto sciupato e appassito, perché è lì da chissà quanto e nessuno lo annaffia. La commessa ti fa pure lo sconto. Lo metti sulla finestra del cucinotto, verrà inondato dagli odori di fritto e stufati. Con un po’ d’acqua si riprende e dopo un po’ di tempo ti accorgi che quella pianticella è così cresciuta che devi rinvasarla.

Ci sono piante così «entusiaste» – come l’anima di ogni uomo – a cui basta davvero niente e diventano sempre più grandi e rigogliose, devi rinvasarle, e rinvasarle, e rinvasarle. Gli sta pure bene se usi un qualsiasi barattolone di plastica trovato nel ripostiglio. Che ne sa la pianta che il balcone ormai è troppo piccolo per lei? Lei cresce, a dismisura anche in uno spazio risicato. Per le foglie basta l’aria e la luce. Per le radici basta la terra e l’acqua.

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Less is more

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!

Pietro Metastasio

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Forse è per questo che le Paralimpiadi hanno un impatto così forte, e benedetto, sul pubblico: perché la ferita di un essere umano è esposta in tutto il suo clamore. È stato istintivo, vedendo ciascuno di questi atleti mi era impossibile frenare la curiosità di conoscere la loro storia, di vedere quale sofferenza avevano attraversato.

Sapevo già dell’incidente mortale di Alex Zanardi; ho scoperto che Bebe Vio ha avuto la meningite, che Martina Caironi ha avuto un incidente in moto e che Monica Contraffatto è stata ferita in un’azione di guerra in Afghanistan. E così via. Il mio primo passo è stato ridurre queste persone alla loro ferita. Perché balzava agli occhi. Balzava anche agli occhi che la loro identità umana non si esauriva nella ferita, nel dolore attraversato.

Allora ho pensato ai versi di Metastasio. Chissà quante persone semplici, che incontriamo ogni giorno, sono come quei fantastici atleti paralimpici, ma non ce ne accorgiamo. Perché ci sono ferite invisibili, gravemente invalidanti, che uno si porta dentro per sempre, e che è capace di superare con una positività altrettanto invisibile, semplicemente andando avanti a fare con umile tenacia tutto quel che va fatto .

Chissà quanti vicini di casa o passanti o colleghi hanno la stessa caparbietà gioiosa di Bebe Vio e non la danno a vedere, né noi ci interessiamo a notarla. Notiamo i lamentoni che borbottano, notiamo i primi della classe che ostentano le loro conquiste, notiamo i violenti che spintonano.

Ma non notiamo la forza che tiene in piedi l’universo: l’uomo che cammina a testa alta e voce bassa, portandosi dentro il peso di una lotta dura.

Proprio perciò occorrono esempi lampanti, clamorosi, quasi sfacciati. Per vincere i nostri pregiudizi (del tipo: “Però, a tizio vanno sempre dritte …”) e le paranoie (del tipo: “Eh, ma le sfighe le becco sempre io …”) ci occorre una botta. Ci occorre vedere che ogni uomo è segnato dal suo dolore, e ci occorrono esempi visivi, tangibili e reali di persone che dimostrano che anche una ferita mortale non uccide, ma può essere un’occasione. È un atto di divina libertà decidere se ciò che ti ha prostrato, possa essere anche una novità di vita imprevista, tosta e buona.

Molto più banalmente, penso a quello che mi diceva mia madre quando tornavo a casa triste dal liceo, perché c’erano pomeriggi in cui dovevo studiare troppo. Lei mi diceva sempre: «Credi di non avere abbastanza tempo? Bene, aggiungi un altro impegno».

Una volta, era l’anno della maturità, mi costrinse a prenotare un’ora di guida per la patente nel pomeriggio in cui dovevo prepararmi a un compito in classe e due interrogazioni per il giorno successivo. Io avevo pianto e borbottato. Fu la terapia giusta. Feci la guida e studiai tutto. Credevo di non avere tempo. Ma con ancora meno tempo a disposizione, ho reso di più.

Less is more. Quante volte lo si sente dire. È una regola dell’eleganza e del design, una strategia vincente nel mondo della comunicazione. Meno elementi, più efficacia. La semplicità è vincente, perché dimostra la capacità di sintesi creativa di un artista. Se abbiamo un scopo chiaro o un’idea precisa, non occorrono fronzoli; se invece siamo confusi o eccessivamente preoccupati della superficie e non della sostanza, allora i dettagli e le parole si moltiplicano, ma il risultato è un disordinato balbettio.

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Eppure mi è impossibile non attribuire un nuovo senso al motto Less is more, alla luce di quel che ho visto alle Paralimpiadi. Mi pare ci sia un significato radicalmente più provocatorio nel dire che meno è di più.

Considerando l’esperienza di Alex Zanardi, s’intuisce.  Lui era un bravo pilota, maalex_zanardi_3 la parte più luminosa della sua persona è sbocciata dopo che quel brutto incidente gli ha tolto tantissimo. La sottrazione scolpita sul suo corpo ha generato un’addizione di umanità, che ora si esprime in tenacia, coraggio, solarità, altruismo. E questo “di più” c’è in lui al di là delle medaglie. Le sue medaglie servono a noi, più che a lui. La conferma di un di più, che si guadagna passando per un di meno, serve a noi che tremiamo all’idea di perdere un qualsiasi frammento della nostra quieta sicurezza.

1473928688_bebe-696x390Bebe Vio si definisce una rompipalle, non semplicemente testarda … . Anche in lei la sottrazione corporea ha generato un’addizione di umanità. È misterioso come certe persone fioriscano forgiate dal dolore, e senza sconti di pena. No. Non è comprensibile, è solo e semplicemente misterioso. Ma resta misteriosamente vero, visto che è scolpito nella carne di questi testimoni.

In questo flusso di pensieri mi trovo a tornare alla mia infanzia, a quando mio nonno potava senza remore le viti e io le vedevo più floride che mai la stagione successiva. Non capivo. Da dove spuntavano tutte quelle foglie, tutti quei rami, tutti quei frutti se mio nonno li aveva tagliati?

Scoprii più tardi che ne parlava anche il Vangelo: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Giovanni, 15-1). Anche qui torna l’idea del less is more. Passare attraverso la potatura della perdita e del dolore, porta frutto. L’ipotesi provocatoria cristiana è che Dio chiami l’io a una vocazione grande attraverso l’umiltà di una potatura, che può essere dolore fisico, contraddizione, patimento.

Al di là della verità morale ed esistenziale che ciascuno può dare (o non dare) alle parole del Vangelo, qualcosa di radicalmente paradossale e autentico c’è in quelle parole. Chi fa giardinaggio lo sa. Ad esempio, io, in tutto il mio dilettantismo, so che per le mie rose devo seguire questa regola: la pianta debole che ha fiorito poco, devo potarla poco; quella che è stata generosa e forte, devo potarla radicalmente. Puntualmente, verso marzo, è un tripudio di fiori pazzeschi.

Nella vita io mi sento senz’altro la pianta debole, che per fortuna è stata potata poco. Piccoli incidenti e dolori, che però nel tempo hanno sempre fatto germogliare parti della mia persona insospettabilmente meno meschine di quanto credessi.

La moda, l’arte, la comunicazione si affidano all’efficacia del detto less is smore perché funziona davvero. La sua efficacia non sta in una regola estetica o verbale, ma nel mistero della vita. Quel mistero per cui la forza più autentica e potente di noi si sprigiona dalle perdite.

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Un po’ di selva nel mezzo del giardin

Foto di Tom Jutte ukgardenphotos

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Foto di ukgardenphotos

Quando mi affaccio dal balcone della sala, l’occhio mi cade immancabilmente su quell’angolo del mio giardino che trascuro, perché richiederebbe una manutenzione pesante. Ora, d’inverno, quel cantuccio è proprio bruttarello … tutto spoglio e pieno di foglie secche che sono marcite per la pioggia … ma in primavera e in estate è un anarchico tripudio di erbe, fiori, pianticelle spontanee.

Guardandolo, mi torna sempre in mente una riflessione di Chesterton, in cui mi sono imbattuta traducendo La ballata del cavallo bianco: l’ultima scena che si descrive in quel poema è l’eroica impresa di un grande re che per l’ennesima volta sconfigge i nemici invasori. È un trionfo, che però la penna di GKC mitiga o altera facendo notare che, mentre il re era impegnato nella grande battaglia, il giardino del suo regno era stato invaso dalle erbacce, le quali avevano coperto e nascosto tutti i segni belli presenti sulla terra, tra cui il disegno del cavallo bianco.

La critica ha sempre giudicato pessimistico questo poema, proprio a causa del finale. Da un racconto epico ci si aspetta un epilogo glorioso, nel trionfo o nella tragedia, invece è insolito trovare una storia che finisce in modo così triviale e dimesso e che parla di erbacce del giardino. Chesterton è così, deve sempre lanciare un guanto di sfida al suo lettore. E se sono sicura di qualcosa, è proprio che le sue sfide non s’inchinano mai al pessimismo, bensì alla scommessa di discernere una gioia più grande.

Non dico che quel finale mi sia stato subito chiaro, però pensandoci e, soprattutto, pensandoci stando immersa nella mia vita, ne è emerso un orizzonte interessante: il punto è che noi siamo sempre impegnati in «grandi progetti», spesso facciamo dipendere il valore della nostra persona dall’esito di eventi clamorosi, l’ago della bilancia si sposta sul positivo se vediamo – dati alla mano – risultati eclatanti. In realtà, mentre noi spostiamo l’attenzione su tutto ciò, perdiamo per la strada qualcosa. Il nostro giardino.

Non appena trascuri un ritaglio d’erba, ci sono migliaia di piccoli vegetali pronti a invaderlo e a mascherare la sua forma originaria. Così accade anche la nostra testa: mille specie di parassiti sono pronti a oscurare i nostri pensieri, non appena noi ci concentriamo su altro, cioè quando spostiamo l’attenzione dall’«io» all’«ego».

«Che gioverà infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua?» – si legge nel Vangelo. E la domanda si riferisce a un’esperienza concretissima: noi tendiamo a liquidare come insignificante quello che è piccolo e vicino, rispetto a imprese grandi ed eclatanti. Il nostro Ego gode della visibilità ampia e plateale. Ma lì dove l’Ego gode, l’Io si avvizzisce.

L’Io, tendenzialmente, si nutre proprio di ciò che circonda la nostra vita; curare le piccole cose domestiche che ci stanno intorno è l’impresa più eroica e faticosa che possiamo fare. Perché le erbacce non basta sradicarle una volta sola, bisogna farlo di giorno in giorno. Ma è un lavoro cosmetico fondamentale, come quando ogni brava signora o signorina si strucca la sera davanti allo specchio: «E ora, togliendo la maschera che ti fa bella agli occhi del mondo, vediamo chi sei davvero!».

Però, il bello di ogni immagine reale è la sua grande potenza simbolica. Il simbolo è una spinta per stimolare la nostra intelligenza a vedere … a vedere dentro le forme della realtà il profondo della nostra anima. E ogni immagine può contenere simboli diversi, anche opposti eppure significativi nella loro diversità. Questo è davvero entusiasmante. Ad esempio, qualche giorno fa ero in macchina coi miei figli e – non ricordo a proposito di quale discorso – è saltata fuori la domanda: «A cosa ti fa pensare il mare?». Il figlio di 9 anni ha detto: «Alla libertà», quello di 5 ha detto: «Mi fa paura». Una stessa immagine può aprire un ventaglio di intuizioni complesse e articolate … e non c’è il giusto e lo sbagliato, c’è un senso che si approfondisce.

Lo stesso è capitato a me a proposito delle erbacce.

Dopo la lettura di Chesterton, vedere le erbacce in giardino mi aveva sempre «punzecchiato» a ricordarmi che, prima di perdermi in sogni di gloria, devo curare le cose che ho a portata di mano. E le sradicavo pazientemente. Nell’ultimo numero della rivista Gardenia ho trovato qualcosa che ha rivoluzionato, ampliandolo, lo status quo della mia idea sulle erbacce. Nell’articolo in questione, scritto da Pia Pera, si citava un passo dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco:

«Poiché Dio si manifesta in ogni sua creatura, San Francesco chiedeva che nel convento si lasciasse sempre una parte dell’orto non coltivata, perché vi crescessero le erbe selvatiche in modo che quanti le avrebbero ammirate potessero elevare il pensiero a Dio autore di tanta bellezza».

Leggendo queste righe, ho subito pensato al mio cantuccio di giardino lasciato all’incuria. E ho pensato anche alla mia mano pesante che talvolta va lì a togliere l’esuberanza di certa vegetazione spontanea. Ne ho dedotto qualcosa di molto sincero: «Quante volte sono capace di strappare le cose, solo perché non crescono come voglio io». Ne ho anche dedotto: «Quante volte ho raccolto del buono, proprio dove non l’avevo seminato io». IMG_0184

Insomma, il rapporto con le erbacce si complica. O meglio, si fa entusiasmante. È vero che, da una parte, bisogna stare all’erta dalle invasioni infestanti che alterano le forme originarie e nascondono la verità. È altrettanto vero, ed educativo, che ci deve essere una parte del nostro «giardino» che sia libera dalla nostra mano, affinché possa vedersi una mano più grande.

Sarebbe orgoglioso ridursi a pensare che la bellezza e i frutti dipendono esclusivamente dalla nostra opera, sarebbe fuorviante ridursi a pensare che solo un ordine progettuale e definito genera frutti buoni. Quante volte una situazione ingarbugliata e incasinata come una selva ci ha portato a un risultato inaspettatamente buono, e non preventivato?

Il destino a volte segue percorsi bui e contorti. Ma genera sempre qualcosa di fruttuoso, anche se passa dalla fatica della selva. La bellezza non è solo ordine e colori «che si abbinano bene»; c’è una bellezza disarmante nei giardini selvaggi, lì dove è all’opera una potenza libera che si manifesta in forme che sbriciolano i logici criteri paesaggistici, eppure sono magnifiche.

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Foto di Tom Jutte 

Ci sono disegni che la mente umana decifra come disordine a prima vista, e invece sono un ordine più grande. C’è di più, molto di più nel mondo. Più di quello che noi siamo capaci di progettare, preventivare, organizzare. Ed è questo misterioso “di più” il custode della nostra speranza. Perché talvolta il bene e il buono possono sbocciare solo da variabili impazzite, quando a noi ogni via sembrerebbe chiusa e impraticabile.

 

Anche io, dunque, lascerò una parte del mio giardino all’opera libera delle erbe selvatiche, per ricordarmi che c’è bisogno pure della selva: c’è bisogno di non temere i disegni del destino incomprensibili a prima vista e c’è bisogno che queste variabili ingestibili facciano parte di noi, per non ridurci a pensare che sia degno e utile solo ciò che è a nostra misura.

Intanto, nell’altra parte di giardino continuerò l’altra grande battaglia, quella della cura alle piccole cose. Starò ferma ad ammirare il ritaglio di terra dove la bellezza segue i criteri assurdi del Creatore, e mi rimboccherò le maniche per lavorare nell’altro ritaglio, dove è necessario che la mia mano sia utile per accudire tutto ciò che cresce, affinché non venga rovinato dalle malattie o dalle infestanti.

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L’ultima ruota del carro (ovvero: provaci ancora Sam)

Foto di Pauline Mak

Foto di Pauline Mak

Ho un’amica premurosa, che colma le voragini delle mie mancanze di letture e informazioni. La chiameremo CasSandra B., visti i nostri trascorsi di chiacchiere sul film Gravity.

Qualche giorno fa, lei ha portato alla mia attenzione alcune poesie di Nino Costa, autore piemontese a me ignoto…finora. Tutti testi eccellenti e, valore aggiunto, in dialetto. Ne riporto qui uno, che per pura coincidenza (quella cosa che funziona meglio della letteratura comparata) andava perfettamente a braccetto con ciò che io stavo leggendo.

L’ultima ruota del carro

L’ultima ruota del carro lavorava,
in silenzio, di buona lena e senza ipocrisia,
salvo che, ogni tanto, cigolava.

Ma nessuno della casa, della stalla o della famiglia
la teneva in conto: l’ultima ruota del carro
si sa che è una ruota insignificante,

e lei, benché masticasse amaro,
era sempre nel tiro, sempre in servizio
neanche fosse stata di ferro.

Invece le altre ruote, luccicanti, sussiegose,
trattate da signore, con le frange e i fiocchi,
non c’era pericolo che si logorassero a lavorare.

Ma quando, un brutto momento, troppo caricato
il carro è ribaltato, destino beffardo!,
e le altre ruote sono andate in pezzi,

nonostante i carico che gli pesava addosso
e mentre tutti lo davano finito…
lei sola, incastrata al bordo del fosso,

l’ultima ruota del carro, l’ha tenuto su.

 

Giustamente, la cara CasSandra B, mi invitava a considerare l’affinità tra questi versi e il senso del paradosso espresso dal signor Chesterton in Eretici, quando afferma – con entusiasmo – che nessuna catena è più forte del suo anello più debole. In quel passo, il caro GKC stava dialogando/discutendo con la filosofia del signor G. B. Shaw e, più in particolare, stava puntando il dito contro la disumanità del mito del Superuomo. Il Superuomo non è un ideale umano, ma proprio disumano.

Ma lasciamo che ce lo dica direttamente Chesterton:

«In qualche misura, [il signor Shaw] è stato infettato dalla più profonda debolezza intellettuale del suo nuovo maestro, Nietzsche, dalla strana idea secondo cui un uomo, quanto più sia grande e forte, tanto più disprezzerà le altre creature. Un uomo quanto più sia grande e forte, tanto più sarà incline a prostrarsi davanti a un fiore» (da Eretici, cap. 4).

Tutto ciò (Nino Costa + Chesterton) ha generato una strana alchimia … o forse una miracolosa puntualità … con ciò che io avevo sott’occhio. Facciamo un quiz.

C’è un anello debole – c’è una ruota che tiene su il carro – c’è un uomo forte che s’inchina davanti  a un fiore. …uhmmm … chi ha scritto una storia di Anelli, in cui c’è uno che di mestieregiardiniere s’inchina davanti ai fiori – giardiniere – e che, pur non essendo il protagonista, alla fine tiene su chi deve portare a termine la sua missione?

Ecco, io stavo appunto leggendo La realtà in trasparenza, libro che raccoglie le lettere di J. RR Tolkien; in particolare a me ha colpito il carteggio – in tempo di guerra – col figlio Christopher. Nella lettera datata 24 dicembre 1944, Tolkien dichiara esplicitamente il ruolo che Sam ha nella storia del Signore degli anelli:

«Certo Sam è il personaggio più compiuto, il successore di Bilbo del primo libro, il vero hobbit. Frodo non è così interessante, perché deve essere di nobili sentimenti, e ha una vocazione. Il libro probabilmente finirà con Sam. Frodo naturalmente sarà troppo nobilitato e rarefatto per aver portato a termine la grande Ricerca, e andrà verso Occidente con tutte le altre grandi figure; ma Sam si stabilirà nella Contea e si occuperà del giardino e della locanda».

Ecco, chi resta qui – sulla terra –  a tenere in piedi le piccole grandi cose è l’ultima ruota del carro, il giardiniere, l’uomo forte che s’inchina davanti a un fiore. È il “debole” che non può portare l’Anello, ma può portare chi porta l’Anello.

«Aiutò Frodo a salire sulle sue spalle, le braccia penzoloni lungo il collo e le gambe strette sotto le sue braccia; poi si alzò in piedi e con sommo stupore trovò il fardello leggero. Aveva temuto che le forze gli sarebbero appena bastate a sollevare il suo padrone, oltre al quale avrebbe poi dovuto sopportare il terribile peso del maledetto Anello. Ma non fu così … forse nuove energie erano state donate a Sam per lo sforzo finale, permettendogli di sollevare il padrone con la medesima facilità con cui avrebbe portato un bambino hobbit sui prati o campi della Contea. Trasse un profondo respiro e si mise in cammino». (dal cap. Monte Fato).

 

PS: forse era meglio intitolare il post “Superuomo vai a zappare” ?

Buongiorno

Foto di Larah McElroy

Foto di Larah McElroy

Ogni sentiero e ogni orto che c’è,
ogni cespuglio di rosa,
ogni celeste nontiscordardime
su cui la rugiada riposa:
«Su, sveglia – gridano – nasce il giorno
e sale tra valli ridenti e prati,
abbiam soffiato nel mattutino corno,
per dirvi: amici, v’attendono i vostri alleati»

R. L. Stevenson, Fiori del giardino

I poeti davvero bravi – dice Chesterton – scrivono della primavera, cioè scrivono di cose su cui altri mille poeti hanno già scritto. Il bravo poeta usa le rime sole-cuore-amore. Perché solo un bravo poeta è in grado di adempiere al compito più difficile possibile: farti vedere che l’erba è verde, mostrarti come nuovo ciò che da sempre è sotto i tuoi occhi.

E così, un grande scrittore e poeta come Stevenson immaginò che i fiori, riaprendosi ogni mattino, ci rivolgano l’invito ad andare incontro alla nostra giornata, come dicessero: il giorno è spuntato e noi siamo i tuoi alleati; noi siamo il tuo post-it fiorito, l’appunto quotidiano in cui sta scritto che non sei una foglia al vento, ma una creatura che ogni giorno sboccia al giorno della vita.

C’è alleato migliore della realtà vivente? Per dirla con S. Francesco, è l’incessante Cantico delle Creature.

Sempre Chesterton ne L’uomo che fu Giovedì racconta di un duello mortale che il protagonista deve combattere e che si svolge proprio in mezzo a un grande prato fiorito. Di fronte alla paura della morte, paura cocentissima e tutt’altro che astratta, nasce in lui un coraggio quasi ancestrale, non da superuomo ma da uomo in carne e ossa. L’erba, il sole e i fiori gli ricordano che il dato della vita non è mai neutro, ma sempre sbilanciato sul positivo – anche nel momento supremo in cui un uomo è di fronte alla morte:

Perché non appena vide il bagliore del sole correre lungo il filo della lama del suo rivale e non appena sentì quelle due lingue d’acciaio toccarsi e vibrare come se fossero animate, si rese conto che il suo nemico era un avversario terribile e capì che probabilmente era arrivata la sua ora.
Avvertì in modo stranamente vivido il valore di tutto ciò che lo circondava, anche l’erba sotto i suoi piedi; sentiva l’amore alla vita che c’è in ogni cosa vivente. S’immaginò persino di udire il rumore dell’erba che cresceva; s’immaginò persino che nel prato attorno a lui germogliassero nuovi fiori e si schiudessero i loro boccioli … fiori rossi come il sangue e d’oro splendente e azzurri, che facevano trionfare lo spettacolo della primavera. … A questo pensiero, Syme raccolse le forze e tutto ciò che di buono c’era in lui cantava nell’aria alzandosi alto quanto il vento che stormiva tra gli alberi.
G. K. Chesterton