Less is more

Se a ciascun l’interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!

Pietro Metastasio

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Forse è per questo che le Paralimpiadi hanno un impatto così forte, e benedetto, sul pubblico: perché la ferita di un essere umano è esposta in tutto il suo clamore. È stato istintivo, vedendo ciascuno di questi atleti mi era impossibile frenare la curiosità di conoscere la loro storia, di vedere quale sofferenza avevano attraversato.

Sapevo già dell’incidente mortale di Alex Zanardi; ho scoperto che Bebe Vio ha avuto la meningite, che Martina Caironi ha avuto un incidente in moto e che Monica Contraffatto è stata ferita in un’azione di guerra in Afghanistan. E così via. Il mio primo passo è stato ridurre queste persone alla loro ferita. Perché balzava agli occhi. Balzava anche agli occhi che la loro identità umana non si esauriva nella ferita, nel dolore attraversato.

Allora ho pensato ai versi di Metastasio. Chissà quante persone semplici, che incontriamo ogni giorno, sono come quei fantastici atleti paralimpici, ma non ce ne accorgiamo. Perché ci sono ferite invisibili, gravemente invalidanti, che uno si porta dentro per sempre, e che è capace di superare con una positività altrettanto invisibile, semplicemente andando avanti a fare con umile tenacia tutto quel che va fatto .

Chissà quanti vicini di casa o passanti o colleghi hanno la stessa caparbietà gioiosa di Bebe Vio e non la danno a vedere, né noi ci interessiamo a notarla. Notiamo i lamentoni che borbottano, notiamo i primi della classe che ostentano le loro conquiste, notiamo i violenti che spintonano.

Ma non notiamo la forza che tiene in piedi l’universo: l’uomo che cammina a testa alta e voce bassa, portandosi dentro il peso di una lotta dura.

Proprio perciò occorrono esempi lampanti, clamorosi, quasi sfacciati. Per vincere i nostri pregiudizi (del tipo: “Però, a tizio vanno sempre dritte …”) e le paranoie (del tipo: “Eh, ma le sfighe le becco sempre io …”) ci occorre una botta. Ci occorre vedere che ogni uomo è segnato dal suo dolore, e ci occorrono esempi visivi, tangibili e reali di persone che dimostrano che anche una ferita mortale non uccide, ma può essere un’occasione. È un atto di divina libertà decidere se ciò che ti ha prostrato, possa essere anche una novità di vita imprevista, tosta e buona.

Molto più banalmente, penso a quello che mi diceva mia madre quando tornavo a casa triste dal liceo, perché c’erano pomeriggi in cui dovevo studiare troppo. Lei mi diceva sempre: «Credi di non avere abbastanza tempo? Bene, aggiungi un altro impegno».

Una volta, era l’anno della maturità, mi costrinse a prenotare un’ora di guida per la patente nel pomeriggio in cui dovevo prepararmi a un compito in classe e due interrogazioni per il giorno successivo. Io avevo pianto e borbottato. Fu la terapia giusta. Feci la guida e studiai tutto. Credevo di non avere tempo. Ma con ancora meno tempo a disposizione, ho reso di più.

Less is more. Quante volte lo si sente dire. È una regola dell’eleganza e del design, una strategia vincente nel mondo della comunicazione. Meno elementi, più efficacia. La semplicità è vincente, perché dimostra la capacità di sintesi creativa di un artista. Se abbiamo un scopo chiaro o un’idea precisa, non occorrono fronzoli; se invece siamo confusi o eccessivamente preoccupati della superficie e non della sostanza, allora i dettagli e le parole si moltiplicano, ma il risultato è un disordinato balbettio.

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Eppure mi è impossibile non attribuire un nuovo senso al motto Less is more, alla luce di quel che ho visto alle Paralimpiadi. Mi pare ci sia un significato radicalmente più provocatorio nel dire che meno è di più.

Considerando l’esperienza di Alex Zanardi, s’intuisce.  Lui era un bravo pilota, maalex_zanardi_3 la parte più luminosa della sua persona è sbocciata dopo che quel brutto incidente gli ha tolto tantissimo. La sottrazione scolpita sul suo corpo ha generato un’addizione di umanità, che ora si esprime in tenacia, coraggio, solarità, altruismo. E questo “di più” c’è in lui al di là delle medaglie. Le sue medaglie servono a noi, più che a lui. La conferma di un di più, che si guadagna passando per un di meno, serve a noi che tremiamo all’idea di perdere un qualsiasi frammento della nostra quieta sicurezza.

1473928688_bebe-696x390Bebe Vio si definisce una rompipalle, non semplicemente testarda … . Anche in lei la sottrazione corporea ha generato un’addizione di umanità. È misterioso come certe persone fioriscano forgiate dal dolore, e senza sconti di pena. No. Non è comprensibile, è solo e semplicemente misterioso. Ma resta misteriosamente vero, visto che è scolpito nella carne di questi testimoni.

In questo flusso di pensieri mi trovo a tornare alla mia infanzia, a quando mio nonno potava senza remore le viti e io le vedevo più floride che mai la stagione successiva. Non capivo. Da dove spuntavano tutte quelle foglie, tutti quei rami, tutti quei frutti se mio nonno li aveva tagliati?

Scoprii più tardi che ne parlava anche il Vangelo: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto» (Giovanni, 15-1). Anche qui torna l’idea del less is more. Passare attraverso la potatura della perdita e del dolore, porta frutto. L’ipotesi provocatoria cristiana è che Dio chiami l’io a una vocazione grande attraverso l’umiltà di una potatura, che può essere dolore fisico, contraddizione, patimento.

Al di là della verità morale ed esistenziale che ciascuno può dare (o non dare) alle parole del Vangelo, qualcosa di radicalmente paradossale e autentico c’è in quelle parole. Chi fa giardinaggio lo sa. Ad esempio, io, in tutto il mio dilettantismo, so che per le mie rose devo seguire questa regola: la pianta debole che ha fiorito poco, devo potarla poco; quella che è stata generosa e forte, devo potarla radicalmente. Puntualmente, verso marzo, è un tripudio di fiori pazzeschi.

Nella vita io mi sento senz’altro la pianta debole, che per fortuna è stata potata poco. Piccoli incidenti e dolori, che però nel tempo hanno sempre fatto germogliare parti della mia persona insospettabilmente meno meschine di quanto credessi.

La moda, l’arte, la comunicazione si affidano all’efficacia del detto less is smore perché funziona davvero. La sua efficacia non sta in una regola estetica o verbale, ma nel mistero della vita. Quel mistero per cui la forza più autentica e potente di noi si sprigiona dalle perdite.

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Incidenti e angeli

Due giorni fa è morto Eugenio Corti, una delle voci più grandi della letteratura europea contemporanea – inspiegabilmente (e, sia lecito dirlo, colpevolmente) dimenticato dal mondo culturale italiano.

Chi lo ha letto, lo ricorda in questi giorni scrivendone. E per quanto sia ovvio farlo quando uno scrittore muore, mi rendo conto che è anche doveroso. Si può pagare il fio della banalità e dell’ovvietà, proprio in nome del fatto è sempre vero – è sempre vero – che quando perdi qualcosa di importante, ne riconosci il valore. Riconosciamolo umilmente: noi siamo fatti così, una cosa ci deve mancare per darci una svegliata.

Io, dunque, lo ricordo nel giorno in cui lo invitammo a tenere un incontro in Università a Bologna. Lui era già anziano, io ero in quella fase “universitaria” di grandi entusiasmi ideali e poca effettiva esperienza di vita. Più vita vista sui libri che nella realtà, insomma.

Si fermò a pranzo con noi e ci raccontò fatti di guerra, di come lui l’aveva vissuta sul fronte russo, di quanti uomini – amici e non –  aveva visto morire; episodi che a noi ragazzi colpivano soprattutto per gli aspetti “cinematografici” della cosa (scontri armati, fughe, pistole …). A lui, invece, premeva dirci che in quelle circostanze così tremende aveva avuto la certezza che gli angeli esistono come presenze al nostro fianco. Probabilmente, si accorse che qualcuno di noi (io stessa) sorrideva al sentire questa cosa, interpretando in chiave sentimentalistica le sue parole. Allora si fece serio, e ci accorgemmo che quelli erano davvero gli occhi di un soldato. Ribadì la sua certezza sulla presenza degli angeli, in modo che fosse chiaro che non si trattava di favolette sui fantasmi.

Concluse la chiacchierata con noi leggendoci l’ultimo brano del suo romanzo più importante, Il cavallo rosso. E io ne trascrivo alcune frasi, di nuovo, qui. Perché è con quelle parole – straconosciute, per chi le ha lette – che lui continua a farci compagnia; non siamo noi che lo ricordiamo, è la sua voce che rimane una mano tesa a chi resta. A noi qui, che continuiamo a fare esperienza di vita; che altro non è se non un susseguirsi di occasioni e incidenti. Tutto è incidente, cioè tutto ci segna. Il cammino di guerra e pietà, direbbe Dante.

Un incidente autostradale vero e proprio, qualcosa che incide la linea della vita sulla terra di una persona è la fine che lui scelse per il suo romanzo. Un finale perfetto, proprio perché non è la fine.

Fu una questione di attimi: la donna udì lo stridore del metallo contro i ritti di pietra del parapetto e urtò in pari tempo con terribile violenza il capo. Dopo di che non s’accorse più di niente; non si accorse che la macchina, sfondato il parapetto, precipitava nell’acqua nera. Ebbe solo una lontana, lontanissima percezione di freddo, e fu la sua ultima percezione quaggiù.
Sulla sua anima, come due falchi, piombarono ad ali chiuse i due angeli: il suo e quello di Michele, pronti all’ultima difesa contro le eventuali insidie all’ingresso nel mondo degli spiriti. Ma non ci furono insidie.
Mentre, rotolando lentamente sott’acqua, la macchina col corpo senza vita d’Almina precipitava giù giù verso il fondo del lago, la sua anima e i due angeli affiorarono insieme nell’aldilà, nel mondo per noi inimmaginabile perché fatto unicamente di spirito. … Scorgendo negli occhi non più materiali di lei la domanda: “E Michele? Cosa ne sarà di Michele senza di me?” l’angelo accentuò il sorriso in modo incoraggiante. “Verrà anche il suo momento – le rispose con piglio più soldatesco l’altro angelo – questione solo di poche decine d’anni, per chi sta qui lo stesso che niente”. In un ultimo residuo di comportamento terreno Alma sospirò.
Intanto intorno a lei cominciavano a configurarsi altre presenze spirituali; si accorse anzi che una di queste le stava venendo incontro. Era lo spirito d’una donna d’incomparabile bellezza: Almina spalancò i suoi occhi nuovi: ” Marietta! – esclamò – Oh, Marietta, sei tu?”. … “Benvenuta Almina – la salutò con gioia Marietta – Benvenuta”. …
A questo punto l’angelo di Michele fece un gesto circolare di saluto: “Beh, io devo tornar giù – disse con un mezzo sospiro – il mio posto è ancora là”, e schiuse le ali per lanciarsi nel tragico mondo degli uomini”.

vigilia

Foto di Susan Sermoneta