Per ogni benedetta nausea

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Tempo di fine anno, tempo di bilanci.

Ma «bilancio» è proprio una parola brutta … soprattutto se applicata alla vita, che è sempre sbilanciata.

Sbilanciandomi, dunque, prendo atto che la mia parabola personale in quest’anno si è orientata al fallimento. E «fallimento» può essere una parola tutt’altro che brutta.

A gennaio, dopo aver visto per la centesima volta il bellissimo film Apollo 13, annotai sulla prima pagina della nuova agenda la frase con cui il comandante James Lovell definisce quell’impresa di sfortunati astronauti: «La nostra missione fu definita un fallimento di grande successo». WEB11342-2010pIn modo annebbiato intuivo che era una bella dritta umana, un punto di vista interessante per affrontare il nuovo anno. La realtà mi ha – benedettamente – snebbiato la vista, confermando che quello è un ottimo punto di vista.

Dunque, nel film c’è questo gruppo di astronauti che si preparano a una missione destinata a portarli sulla Luna. Poi, però, a causa di un guasto, la loro navicella si rompe e la missione salta, anzi l’unica missione che resta è quella di ritornare sulla Terra, possibilmente vivi. È un fallimento rispetto all’obiettivo inziale, ma è un grande successo perché quel brutto imprevisto costringe gli astronauti (in cielo) e gli uomini della Nasa (a terra) a dar prova di grande intraprendenza e creatività per salvare quell’equipaggio in pericolo. Se tutto fosse andato secondo i piani, non si sarebbero mai sognati di essere capaci di progetti, azioni e rischi tanto grandi.

E questa  è la grande dritta: l’uomo dà tutto di di sé quando non è preparato a farlo. L’inadeguatezza delle sue mani porta a risultati più grandi delle capacità di cui vorrebbe andare orgoglioso.

«Houston, abbiamo un problema» è diventata la frase simbolo del film. Quel problema c’è ogni giorno: noi vorremmo sempre la Luna, ma i fatti ci portano altrove. Ed è un bene che sia così. Perché la nostra persona è molto più misteriosa e sorprendente di quello che noi penseremmo. E, soprattutto, ci sono traguardi insospettabilmente più grandi delle nostre tante «lune», quelle chimere astratte da cui immaginiamo dipenda la nostra felicità.

Ma è vertiginoso accettare, o anche solo ipotizzare, che le prove inaspettate della vita siano un’occasione propizia. Anche io, in quest’anno che volge al termine, sono andata avanti seguendo una mia tabella di marcia e fino a un certo punto ho potuto gongolare di certi obiettivi sperati e raggiunti. Questo mi ha spinto a puntare ancora di più sulla progettazione. Se mi organizzo e mi pongo linee guida chiare, tutto procederà bene – questo mi dicevo. E dire che segni d’allarme inequivocabili dell’errore che stavo facendo ne ho visti, lungo la strada: ho perso alcuni amici in quest’anno, portati via all’improvviso da incidenti e malattie; ne ho visti altri crollare sotto pesi umani insostenibili. In tutte queste circostanze, mi sono fermata per un po’ a riflettere e a sbattere la testa sul fatto che la realtà non è un pilota automatico impostato su una rotta decisa e prestabilita. È tutt’altro. Eppure, dopo questi momenti di acuta coscienza, ritornavo alla mia tranquilla e serena normalità.

Mi occorreva una botta. Ed è arrivata come una meravigliosa sorpresa a seafine estate: ho scoperto di essere incinta. Questo, per quanto bellissimo, non era nei progetti e anzi li ha scombinati tutti. Avevo appena mollato un lavoro per intraprenderne un altro, a cui però ho dovuto rinunciare perché incompatibile con la gravidanza. E mi sono trovata sulla soglia dei 40 anni, con un terzo figlio in arrivo e senza lavoro sicuro.

Però la cosa ancora più concreta ed educativa è proprio l’esperienza fisica della gravidanza. Perché io sono una schiappa totale. C’è chi vive i nove mesi prima della nascita come un momento idilliaco, io no.

A me accade come nei film, quando lo sceriffo di una contea sperduta vede arrivare gli agenti dell’FBI che gli dicono: «Ora qui assumiamo noi il controllo». Ecco, anche io sperimento questo calcio nel sedere che mi relega in un angolo. La gravidanza procede perfettamente, e io precipito in condizioni pietose: riesco a nutrirmi solo di acqua e crackers, vomito fino a quando non entro in sala parto, ho le energie di un bradipo stanco, una tristezza cronica invade i pensieri. Sono proprio una schiappa. Ecco, sono un fallimento. Eppure ne salta fuori un grande successo.

Nulla di quel successo dipende dalle mie capacità, anzi pare proprio che salti fuori dalle mie incapacità. Al miracolo della vita che porto nella pancia non importa nulla che io sia in forma come Wonder Woman; accade nel mio corpo qualcosa di cui non sono padrona. La cosa più grandiosa, misteriosa e sorprendente di cui posso fare esperienza nella mia vita, non c’entra per niente con le mie doti. Ne sono testimone, ne sono tramite. Ne sono protagonista spettatore, e non regista.pink

All’ultima ecografia la dottoressa mi ha detto che il feto ha una malformazione ai reni e mi ha spiegato tutto in modo da non allarmarmi. Ha detto: «Dobbiamo solo aspettare e vedere». Io ho ascoltato e mi sono fidata. Ma la notte, al buio, quando tutte le paure montano in testa come lievito, il pensiero fisso va lì. Ma come? Io sono brava a mettere supposte di tachipirina ai figli malati, a portarli di corsa dal pediatra, a intravedere pericoli nei giochi che fanno; eppure, con questa creatura, che è la più piccola, devo solo aspettare. Non posso far nulla. Mi appoggio la mano sul pancione e la mia stessa pelle mi separa dal toccare la bimba, la mia stessa pelle è una barriera che dice: «Stai indietro, qui dentro accade qualcosa che non controlli tu». L’FBI ricaccia nell’angolo lo sceriffo. La progettazione si va a far benedire.

Ma è commovente che il mio fallimento porti frutto. La gravidanza m’insegna questo: c’è bisogno di te, ma nient’affatto della tua bravura, solo della tua presenza. Quanto sarebbe riduttivo pensare che il successo o l’insuccesso del venire al mondo di una vita dipenda dalla bravura della madre. Quanto è assurdo e sensato vedere che il successo di questa impresa procede a forza di notti passate a correre in bagno con lo stomaco sottosopra. Vedere che il mio corpo e la mia testa va in tilt, mentre nella pancia tutto cresce e si sviluppa non risentendo affatto dei miei limiti, è una bella botta di vita.

Me lo sarò detta mille volte, ma bisogna dirselo e ridirselo, provarlo e riprovarlo: solo l’umiltà costruisce. Anzi, a volte, solo con l’umiliazione si costruisce. E l’umiltà è sempre accompagnata da una strana gioia tenace, che la persona volitiva e orgogliosa non prova mai. Perché l’orgoglioso sta a pugni stretti, mentre l’umile sta a braccia spalancate. Quello che intuivo in modo confuso annotandomi quella frase sull’agenda è stata quasi una profezia, un’inconsapevole preghiera ascoltata ed esaudita.

Perciò è brutto fare un bilancio. A fine anno bisogna ringraziare, invece. Il giornale per cui lavoravo dedica il numero di fine anno al «Te deum», cioè a contributi in cui ognuno scrive un articolo per dire grazie dell’anno trascorso. Lo scrivevo anch’io, perché mi veniva chiesto: cioè … io spontaneamente dimenticherei il ringraziamento, ridurrei tutto a una misera constatazione di gioie e dolori. Per fortuna, qualcuno mi ha educato a buttare i bilanci e a tenere i ringraziamenti.

Quest’anno eccomi qui, a brindare con un normalissimo bicchier d’acqua che, ahimé, ha un saporaccio che mi dà i conati. Ed eccomi a ridere di me, conciata in modo pietoso, nel momento più bello della mia vita.

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Il primo giorno di scuola

E non c’è proprio niente da fare, il primo giorno di scuola è un momento emotivamente intenso. Nonostante un genitore ci arrivi dopo aver fatto l’inserimento al nido e l’inserimento alla materna, quando è tempo di accompagnare in prima elementare il proprio figlio, il cuore va in subbuglio.m_7595dee220

Niente più tiepido inserimento. Con grembiule e cartella, tieni tuo figlio per mano e poi lo lasci all’ingresso della classe e vai a riprenderlo cinque ore dopo. Ora che mio figlio è in quarta, tutta la trafila di inizio scuola è ormai solo routine, ma l’anno della prima elementare per me fu commovente anche tutta la fase dell’etichettatura del materiale … il che è tutto dire. Non so, mi pareva come di essergli accanto, mentre scrivevo mille volte lo stesso nome su ogni pastello, su ogni pennarello, sulla matita, sulla colla, sulla gomma: pensavo che, anche se sarebbe stato solo in quell’ambiente nuovo, la mia presenza però c’era nell’ordine del corredo che gli avevo preparato.

Avrò ricontrollato il materiale decine di volte, con l’elenco sotto mano: quasi come se, mancando un tubetto di colla, potesse succedere l’irreparabile! Anche la prima merenda gliel’avevo preparata io, facendo dei “pan goccioli” in versione casalinga. Insomma, mi ero dedicata anima e corpo a quest’evento.

Poi è arrivato il gran giorno e, in mezzo al putiferio generale di studenti e genitori, mi sono trovata davanti alla porta della sua nuova classe. Sulla porta c’era la maestra sorridente che lo ha preso per mano e lo ha accompagnato al suo banco: aveva preparato un’etichetta colorata per ogni bimbo sull’attaccapanni e sul banco. «Ma pensa, – mi sono detta – non ho pensato a lui solo io. Anche la maestra si è indaffarata per accogliere tutti e ciascuno». Il punto di vista, allora, si è allargato, per far spazio a quella che poi è diventata una grande figura di riferimento. Ricerca-bambini-scuola-2

Da quando mio figlio è alle elementari, la maestra è per lui una persona importante, con un ruolo diverso – certamente – dai genitori, ma con una sua fondamentale autorità. Ed è bello che talvolta lui mi dica qualcosa con profonda convinzione, aggiungendo: «L’ha detto la maestra Marina!». Capisco che la crescita passa anche da qui, dal fatto che il bambino comincia a trovare fuori dal recinto domestico altre persone da seguire.

Comunque, il punto davvero saliente di quel primo benedetto giorno di scuola accadde quando andai a riprendere mio figlio all’uscita. Quella mattina ero rimasta per un po’ a rimuginare da sola su una panchina, quasi sentendomi un po’ “vuota” … senza il rumore di sottofondo tipico della presenza infantile in casa. Poi avevo fatto le commissioni in programma. Molto prima delle 13, eccomi di nuovo di fronte alla porta della sua classe, ancora chiusa. Al suono della campanella, la porta si è spalancata inondandoci della luce che proveniva dalle finestre della classe … e poi una fiumana di voci e grembiuli colorati. Sorridevano tutti e, ovviamente, dopo la domanda di rito: «Allora, come è andata?» è cominciato il fiume di racconti entusiasti di un bimbo che si era proprio divertito. Certo, la scuola riserva anche momenti meno esaltanti, ma non il primo giorno!

Ecco, è stato proprio in quel momento che ho avuto un flash. Non saprei spiegare bene il come o il perché.

So che … così … di botto … ho pensato a Dio.

scuolaHo come intuito di aver vissuto sulla mia pelle qualcosa che Dio prova per ogni essere umano che nasce. Lo manda a scuola, sì … la nascita non è altro che il nostro primo giorno di scuola. È il giorno in cui lui si fa da parte per affidare ciascuno ad altri; Lui è il vero genitore, ma ci affida a uno spazio di terra che è come una classe in cui regnano e abitano dei maestri, mamma e papà.

E se io, che sono solo una mamma distratta e apprensiva, ho prestato un’attenzione così certosina per accompagnare mio figlio a scuola quel primo giorno, cosa devo pensare di Dio, della premura che avrà messo dietro la nascita di ciascuno? Per un attimo ho ripensato ai mesi prima della nascita di Michele, a quanto impegno, premura e preoccupazione avevamo messo nell’accogliere il bambino che sarebbe arrivato. Ma prima non avevo mai pensato di essere “solo” la maestra, cioè di essere solo una delle due metà che accudivano quella nuova vita. Pensavo che in quel caso tutto dipendesse da noi, da me e da suo papà. E invece noi eravamo solo metà della mela. Noi genitori, come le maestra, lo abbiamo accolto nella nostra casa-classe, ma Chi ce lo aveva affidato senz’altro s’era indaffarato quanto e più di me nel preparare quell’evento.

E cosa devo poi pensare della fiducia di Dio? Io stessa ho capito che affidarlo alla maestra sarebbe stato l’inizio di un’avventura bella. Quando un essere umano viene al mondo, accade anche questo misterioso passaggio in cui Dio si fida delle sue imperfette creature: lascia un suo figlio dalla presa delle sue mani onnipotenti, per affidarlo ad altre mani umane, per metterlo nel tumulto impetuoso del tempo e della storia.

Ma Dio non si assenta. Aspetta, semplicemente.

Cosa devo, infatti, pensare dell’uscita da scuola? Non sarà poi così brutto se, dopo una vita passata nella scuola del mondo (tra amici e nemici, brutti voti, interrogazioni, divertimenti, esperienze mirabili), un giorno usciremo di classe, sì … lasceremo la terra … ma, ecco, a questo punto non posso proprio evitare di pensare che Qualcuno, lo stesso che ci ha accompagnati il primo giorno, sarà lì trepidante ad aspettarci appena fuori dalla porta per chiedere: «Allora, com’è andata?». E godrà nel sentire il nostro fiume di racconti.

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Era mio zio

Forse, dispersa in qualche angolo di terra lontanissimo, esiste davvero la «famiglia del Mulino Bianco». Per quel che mi riguarda, non ne ho mai visto traccia in giro e, quanto alla mia esperienza personale, posso solo dire che la vera fonte di ispirazione per il nucleo domestico in cui sono cresciuta è stata la famiglia Addams. Ognuno è pazzo a modo suo, per questo occorre un vincolo affettivo.

Dante dice, ispirandosi a Sant’Agostino, che uno scrittore non dovrebbe mai parlare di se stesso e delle proprie faccende private, a meno che queste non siano di utilità anche ad altri. Spero sia questo il caso, e spero quindi che in queste righe non sia solo il mio egocentrismo a esprimersi.

I miei genitori si sono separati quando facevo la quarta elementare, ed era un tempo in cui non era ancora di moda o usuale avere mamma e papà divisi. Infatti, a scuola circolarono subito aneddoti feroci alle mie spalle, falsi e riguardanti supposte brutalità che mi sarebbero accadute. Quella tra i miei non fu una separazione consensuale, eppure il folle della loro vicenda è arrivato dopo. I miei genitori si amano da sempre, e non vivono più assieme da quando si sono separati; non hanno mai voluto divorziare. Mio padre definisce mia madre una donna insopportabile, ma le compra rose e la invita a cena ogni settimana. Regalarle la mimosa l’8 marzo per lui è un rito fondamentale, non di facciata. Mia madre definisce mio padre in molti modi, e si arrabbia, ma da quando si sono separati non ha mai smesso di stirargli le camicie e i pantaloni, di andare dal medico a farsi fare le ricette per le sue medicine. Mio padre ha dovuto subire un intervento cardiaco e accanto a sé ha voluto solo mia madre. Detto questo, non è mai capitato che, seduti a tavola, non si degenerasse in litigi dopo un quarto d’ora.

Loro sono così: nessuno dei due ha avuto altre storie sentimentali, perché in fondo hanno preso sul serio la loro promessa matrimoniale … per quanto nel loro folle e stralunato modo, sono per me l’esempio eclatante del «finché morte non vi separi». Sono, infatti, dei separati inseparabili. I legami affettivi sono misteriosi.

Ad esempio, mio padre mi ha cresciuta con la frase: «Tu non sei mia figlia, e comunque io avrei voluto un maschio». Ci ho messo tutti i sacrosanti giorni dei miei 37 anni a capire che non era una frase cattiva. Certo, da piccola non capivo, ed ero ferita a morte da quelle parole e vedere le altre famiglie con papà sorridenti e premurosi apriva in me una ferita dal dolore pungente. Ora mio padre gioca coi miei figli – maschi entrambi – con una tenerezza che a me non ha mai riservato. Ci è voluto molto tempo per capire che il suo non era distacco, né cattiveria, né cinismo, bensì paura; una gigantesca paura di voler bene a qualcuno che chiami “figlio”. Persone meno sensibili di lui amano più liberamente. Lui no, ha una sensibilità così smisurata da non tollerare l’immensa e tremenda grandezza dell’affetto per un figlio. E allora, si è costretto a distaccarsene … dice ad alta voce quello che vorrebbe convincersi a credere … e non ci riesce. Ci ho messo 37 anni a capirlo.

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Mio zio, Bruno Teggi, da bambino, mentre giocava nella squadra di calcio Stella Azzurra

Qualche mese prima che i miei genitori si sposassero, mio padre perse suo fratello minore. Bruno aveva 28 anni e morì in un incidente stradale, dopo una notte di bravate. Era il fuoco d’artificio della famiglia; qualcuno l’avrebbe definito uno sbandato, altri addirittura un piccolo criminale, altri semplicemente un «pataca» – come si dice da noi in Romagna. Bruno viveva sopra le righe, frequentava compagnie strane e doveva mettersi in mostra ovunque e dappertutto. Esuberante ed eccessivo, non estraneo a furti e droga.

Mio padre non ha ancora dato un nome a quel che prova per suo fratello, il dolore indicibile della sua perdita si mescola al fatto che portare lo stesso cognome di quel «poco di buono» lo ha messo in difficoltà per molto tempo. Una volta mi ha detto: «Ho dovuto pronunciare il mio cognome sempre a testa bassa, per colpa sua». I legami affettivi sono misteriosi.

Qualche settimana fa, leggendo – appunto – il mio cognome su Facebook, mi ha contattato una persona chiedendomi se avevo qualche grado di parentela con Bruno. Sì, era mio zio. Fratello di mio papà. Da questo veloce scambio, ho scoperto che esiste un gruppo su Facebook dedicato agli episodi di vita della mia città negli anni ’60 e ’70 e che in questa pagina si

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

Bruno Teggi, dietro in piedi al centro

racconta molto di mio zio Bruno Teggi. Non con cattiveria, bensì con un misto di ironia e nostalgia. La sua morte prematura e violenta è stata forse occasione per guardare con occhio diverso a tutte le sue bravate. Ho scoperto così che la gente non punta il dito verso il cognome che porto; in molti gli vogliono bene e anzi c’è pure chi scrive racconti su questo personaggio strano che era mio zio.

Innanzi tutto si faceva chiamare Teggia, perché in dialetto romagnolo questa parola significa «tegame». E da quel che raccontano, ritrovo proprio i geni strampalati (ma buoni) che mi porto addosso pure io. Raccontano, ad esempio, di quella volta che ad un semaforo la lambretta di Bruno si spense, senza più riaccendersi, e le auto in coda cominciarono a suonargli dietro. Lui fece le sue cose con tutta calma – con la flemma di un Lord inglese, dice chi scrive questo aneddoto – e, una volta resosi conto che la moto proprio non sarebbe ripartita, si voltò verso la fila di autisti arrabbiati e disse: «Teggi ha capito, ora Teggi se ne va». E andò via … lasciando però la lambretta li dov’era, ferma al semaforo.

Raccontano, anche, di quando fu prosciugato un laghetto vicino alla casa dei miei nonni, in campagna, e ci trovarono dentro decine e decine di biciclette. Mio zio Bruno, a quanto pare, aveva la brutta abitudine di trovarsi senza mezzi di locomozione per tornare a casa, quando andava in centro città, e così rubava le biciclette altrui e, giunto a casa, si liberava della merce scottante buttandola nel laghetto del contadino vicino.

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L'Aquila - 1967

Bruno Teggi, al centro, durante il servizio militare a L’Aquila – 1967

Aneddoti su mio zio

Aneddoti su mio zio

Raccontano, pure, che Bruno aveva l’abitudine di dire alla barista «mettilo sul conto …» e che un giorno la ragazza, stanca dei debiti, gli disse: «Ho finito lo spazio sul foglietto!». Lui prontamente le rispose: «Allora, tienilo a mente». Insomma, era eccentrico, fuori dalle righe e fuori dal coro. Forse, un po’ fuori di testa; tanto che quando morì alcuni pensarono che, in fondo, se lo meritava.

La scrittrice Marta Samorini, ha raccontato la morte di mio zio Bruno e afferma:

Quando morì, giovanissimo in un incidente stradale, la notizia si diffuse in città allo stesso modo con cui si era soliti parlare di lui, vale a dire in modo stupefacente e gaio. Appresi la notizia per strada. Una signora, molto ironica, andava dicendo che questa volta a Teggia il numero non era riuscito.

“Cara signora … per sua madre era un figlio!” l’apostrofò un’altra, zittendola e lasciando in me un ricordo indelebile di quel ragazzo.

(da Nonostante me).

Mia madre c’era, insieme a mio padre, quando comunicarono a mia nonna che Bruno era morto. Straziante. Mia madre viveva, allora, il conflitto coi suoi genitori che le dicevano: «Ma davvero ti vuoi sposare col fratello di quello scapestrato?». La morte di Bruno pareva confermare il peggio possibile su quella famiglia. Qualche mese dopo i miei si sposarono e la storia che ne seguì è quella dei folli «separati inseparabili». La famiglia, a quanto so, è una contraddizione vivente. Gli Addams. Voler bene non è facile e liscio, tocca delle corde talmente profonde da tirar fuori tutto di noi, anche l’impresentabile.

Appartengo a questa storia, ho smesso di pensare che sia una sfortuna o una deviazione rispetto alla norma. Ne sono anzi grata. Onoro (con molti miei limiti) il padre e la madre. Trovo in loro tutto il sostentamento di cui ho bisogno, una sincerità brutale anche nella difficoltà di dire ad alta voce: «Ti voglio bene». Perché capisco che chi, come mio padre, vorrebbe dirlo seriamente – e spesso non ci riesce – è ferito dal tremito gigantesco che quella frase contiene.

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata "Teggi e i suoi teggini"

Bruno Teggi aveva fondato anche una rock band chiamata “Teggi e i suoi teggini”

#FACCIAmolo – quote rosa

ea9a525055b3996e8b8bad6525c92598In questi giorni sento parlare tantissimo dei «valori» dell’Europa. Punto e basta. Cioè: all’indomani degli attentati di Parigi, tutti i politici e i giornalisti si riempiono la bocca della parola «valori», da opporre all’ideologia del terrorismo islamico, ma sistematicamente non si esplicitano quali sarebbero questi valori.

Un illuminato Paolo Ferrero, di Rifondazione Comunista, ha addirittura dichiarato a La7 che l’unico valore che ci tiene tutti uniti e da cui occorre ripartire è l’umanità. Embé? Che significa? … perché, a ben vedere, umanità è una parola vastissima. Se guardo la mia umanità, ci vedo dentro un putiferio di roba non solo buona, positiva e costruttiva. E poi, forse che non erano umani anche i terroristi che si sono comportati in modo disumano?

No, caro Ferrero, mi permetta di dire che l’umanità dell’umano a me non basta. Perché l’umanità, magari anche in nome di diritti umani, può finire per essere disumana. Pensiamo all’eutanasia infantile in Belgio, senza scomodare il Medio Oriente.

Ma dell’umanità varia ed eventuale fanno parte anche cose simpatiche; che ci possono suggerire esempi di valori concreti concretissimi da cui ripartire davvero. Ad esempio, noi Europei non ci identifichiamo nella cultura del burqua (… spero, almeno).

Il piccolo episodio che voglio raccontare identifica un valore opposto al burqua. Fa parte della mia rubrica #FACCIAmolo che, lo so, prevede fotografie. Purtroppo, non ho fatto foto di quel che mi è capitato. Per una volta, spero che l’immaginazione supplisca…

Appunto per me stessa 1: evita di andare a fare la spesa al supermercato il venerdì alle 18. Pessima idea, troppo affollato. Fallo solo in caso di estrema e disperata necessità.

Appunto per me stessa 2: i pregiudizi, brutta roba. Partono in automatico e ti fanno fare giri di testa allucinanti. La realtà è più bella del tuo livello di acidità mentale.

Eccomi al racconto. Un qualunque venerdì sera mi trovo a fare la spesa intorno alle 18, una invadente marea umana mi suscita un leggerissimo nervosismo. Col mio carrello strapieno sto quasi per decidere di tallonare tutti quelli che si frappongono tra me e l’auto. Mi sorpassa una tipa che vedo solo di spalle. Più o meno deve avere la mia età; osservo il suo stile, è quasi impossibile non notarla.

Indossa un paio di aderentissimi leggins rosa shocking; un paio di scaldamuscoli fucsia le fascia i polpacci e porta delle sneackers bianche con bande laterali rosa. Sopra indossa un bomber marrone scuro che lascia perfettamente in vista il perfettamente scolpito lato B. Ha i capelli raccolti in un voluminoso chignon alto, fermato da una molletta rosa a forma di farfalla. Come borsa, un bauletto … devo davvero aggiungere di che colore era? Rosa.

Scatta il pregiudizio. Inizio a pensare alla solita giovane adulta che fa l’adolescente, penso che magari se lo può permettere, essendo single; penso sia superficiale, vanitosa, stupida. Ma ha il passo veloce veloce. La seguo con l’occhio, e anche coi piedi perché andiamo nella stessa direzione. Oddio, ecco che si precipita proprio verso una carrozzina, dove intravedo un frugoletto di pochi mesi. Faccio leggermente retromarcia coi miei pensieri, ma non abbastanza in fretta. Oddio, ecco che da dietro la carrozzina saltano fuori altri due pargoletti… diciamo una fanciulla di 5 e un fanciullo di 3 anni.

“Mamma, dov’eri? Ti dai una mossa” – dice la fanciulla.

“Papà è già sceso?” – chiede lei.

“Sì, è sulle scale mobili col carrello” – risponde la fanciulla indicando le scale mobili.

“Allora muoviamoci, mi aiutate con la carrozzina? Guardate che tenerla sulle scale mobili è difficile, avete forza abbastanza?” – li invita la mamma total-look-rosa.

Entusiasti, i piccoli rispondono in coro «Sìììì». Io mi infilo dietro di loro, perché a questo punto sono estasiata e ammirata. Scendiamo sulle scale mobili; i piccoli, uno davanti l’altra dietro, tengono la carrozzina come fosse lo scrigno del tesoro. Intanto la mamma interagisce col papà, che è già alla rampa successiva col carrello: «Ci siamo, eh! Non mi sono persa … ma gli altri?». Il papà alza la fronte e le risponde: «Secondo te?» e indica la porta d’uscita.

Ecco laggiù altre due creature, maschio e femmina, diciamo attorno ai 10 anni che si rincorrono in girotondo e poi gridano: «La mamma è sempre l’ultima, la mamma è sempre l’ultima». Ridendo.

5 figli. Li conto e li riconto, sono proprio 5. Mia cara, non mi occorre sapere nient’altro di te. Io ti voto. Sei la mia quota rosa. Puoi abusare di fucsia quanto vuoi. Tu devi spiccare, farti vedere da tutti: bella, sorridente, curata, vanitosa e madre. Sarai molto più incasinata di me che di figli ne ho solo due; eri come me nel putiferio di tutta quella gente al supermercato, eppure non strillavi e non strillavano i tuoi figli. Io ti voto, perché tu sei il mio valore opposto al burqua. Tu sei famiglia; qualcosa che emerge in mezzo alla monotonia della solitudine di massa. Tutto quel tuo tripudio di rosa è il nostro messaggio di luce contro ogni velo nero.