Morte, venga il tuo regno

Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno.

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Moltissimi stanno piangendo la morte di Chester Bennington, taluni non piangerebbero se si scegliesse la morte per Charlie Gard. In questo tempo di suicidi eccellenti ed eutanasie urbi et orbi, mi ritorna a galla un pensiero balzano: la morte è una cosa buona e giusta.

Forse il talentuoso Chester lo avrà pensato, il suo cuore tormentato avrà visto nel sonno eterno qualcosa di più buono dei mostri che gli attanagliavano l’anima; forse certi dottori pensano che staccare la spina sia il gesto più buono che si può fare verso un bambino come Charlie, che lotta con una malattia gravissima.

No, non è in questo senso che ho rimuginato sulla bontà della morte; non è nell’accezione con cui si vuole giustificare un suicidio o un’eutanasia che trovo il valore provvidenziale della morte.

Semmai è il contrario. La morte ci svela il suo lato buono, quando è crudele: inaspettata. È una forza la cui azione non dipende da noi. Malattia, incidente, vecchiaia; quando accade naturalmente, cioè all’interno delle imprevedibili, tragiche variabili della realtà, è corretto dire che noi subiamo questo estremo evento che ci spegne.

Subire è un verbo che ci piace poco. Ma è l’ultimo di cui faremo esperienza sotto il sole. Accoglieremo nel nostro corpo la venuta della Signora con la Falce e sarà lei a condurre un gioco a noi sconosciuto. Qualcuno, il Santo di Assisi, ha osato chiamarla Sorella: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale». Perché? Perché chiamarla con un nome parentale affettivo? Perché lodare?

Subire è un verbo che significa andare sotto, magari viene spontaneo associarlo all’idea di finire sottoterra; vorrei invece pensarlo in termini archeologici, scavando sotto può venire alla luce un reperto inestimabile e invisibile dalla superficie.

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Foto di Eric Vondy

Il signor Gilbert Chesterton scrisse un libro entusiasmante in cui si prefissava di difendere le cose generalmente definite brutte: tra queste difese anche gli scheletri. Il suo discorso comincia dalle scuse rivoltegli da certi contadini per la presunta bruttezza di certi alberi; GKC visitò un antichissimo bosco inglese in inverno, trovandosi immerso tra tronchi nudi. I contadini del luogo erano avviliti, avrebbero preferito che quel celebre scrittore avesse goduto del luogo durante il meraviglioso rigoglio primaverile ed estivo.

Chesterton li rassicurò:

Quando quel salutare asceta chiamato inverno passa il suo enorme rasoio su colline e valli, e tosa tutti gli alberi come monaci, vedendoli spogli sicuramente si ha l’impressione che assomiglino ancor di più a degli alberi.

( da L’imputato, in difesa di ciò che c’è di bello nel brutto del mondo)

Gli rimase però nel cuore lo sconforto di quegli uomini che si scusavano per lo spettacolo ritenuto sgradevole: «Ma non riuscii in alcun modo a far loro accettare che fosse inverno».

Ecco il punto rispetto a cui occorre fare una vigorosa capriola. Subire, accettare l’inverno può essere la strada per scoprire una bellezza profonda. L’albero è più albero in inverno.

Non mi permetterei mai di dire che le foglie sono una cosa brutta; la loro varietà di forme e di colori mi lascia incantata a ogni primavera, lo stormire delle fronde è una ninna nanna quasi materna. Però proviamo ad inoltrarci sul sentiero di un paradosso coraggioso. E se fosse un’indicazione preziosa per la vita ricordarsi che l’ultima cosa di cui corporalmente faremo esperienza sarà una privazione, una sottrazione?

Da questo punto di vista noi incontriamo la morte molto spesso durante la vita, tutte le volte in cui i nostri progetti vanno a monte, o ci accorgiamo di aver preso la strada sbagliata e cambiamo, o un’idea bellissima ci si smonta tra le mani, o falliamo in un’impresa a cui ci siamo dedicati anima e corpo. Muore qualcosa di noi, viene meno.

Qualcuno disse che solo il seme che muore dà frutto. Per lo stesso motivo per cui per vedere bene la strada occorre pulire i vetri dell’auto. Il nostro io più sincero non ama mostrarsi in superficie, il suo compito è stare dove ci sono le fondamenta e curarle; al nostro orgoglio invece piace molto l’aria fresca e luccicante che si respira esibendosi ai quattro venti.

L’albero è più albero in inverno; cioè: se un qualunque rasoio passa ad accorciare l’orgoglio, è probabile che il tronco dell’io emerga alla nostra vista. E non è detto che abbia un aspetto mirabolante o affascinante, eppure la sua nudità è la bellezza più grande di noi. L’unico compito che abbiamo nella vita è scavare in cerca di questo io nascosto, originario, piccolo, autentico, delicato, prezioso.

E non ci si arriva grazie ad azioni volitive come «ottenere», «aggiungere», «aumentare», «moltiplicare». Tutti questi sono mascheramenti. L’unica strada è quella che passa dal subire ed è un percorso di approfondimento tutt’altro che passivo. Cosa vedo di me allo specchio quando mi strucco? Cosa ci vedo quando ho pianto per una sconfitta? Cosa ci vedo quando una sofferenza mi ha prostrato a terra? Cosa ci vedo quando sono stato licenziato?

Il rasoio della morte è questa vista nuda, senza fronzoli di circostanza. In questi momenti cruciali sentiamo una voce che sale su dal profondo, forse sussurra solamente. È l’umiltà della radice che nutre la pianta. Le foglie sono bellissime, ma con loro l’albero non potrebbe reggersi in piedi. Così è per l’orgoglio, quella debordante maschera che, finché tutto procede bene, regge e governa la nostra volontà. Non è esclusivamente negativa, si chiama anche tenacia, desideri grandi, sogni. Ma è un regno in cui siamo noi a tenere il rasoio in mano. Tagliamo quello che non ci piace. Chester Bennington ha tagliato la sua vita nel punto in cui voleva lui; qualcuno vorrebbe fare la stessa cosa con Charlie, perché non vede nulla più di vita in lui

È paradossale rendersi conto che solo quando è la realtà a tenere in mano il rasoio che emerge la luce più intensa di noi. L’umiltà di una batosta è un colpo benedetto per cambiare prospettiva, senza essere masochisti. Lì, nel buio di una perdita viviamo il privilegio di vivere a tu per tu con noi stessi, ci conosciamo a nudo, ci guardiamo per intero. E questo è fiorire, il frutto del seme che muore. Forse in questi momenti di vera autenticità siamo solo capaci di balbettare o sospirare. È il tessuto scabro del vero.

Quante storie abbiamo sentito di gente che ha cambiato vita dopo un dolore, un incidente, una sconfitta e ha ritrovato se stessa? Queste voci colpiscono sempre per l’entusiasmo vivo con cui ci contagiano. Insinuano la coraggiosa ipotesi che la sottrazione sia un’occasione.

Più ci penso, ed è balzano lo so, più sento che il senso della vita non sia nei riconoscimenti, nei traguardi, nei premi, ma in questi attimi fuggenti di sincerità nuda: poter guardare a se stessi e ascoltarsi, per una volta, senza fronzoli. Io sono. Punto e basta. Capirlo sempre più fondo, a suon di riduzioni.

Ogni piccola tappa nel percorso della vita non è altro che un passo verso una coscienza più baldanzosa nell’accorgersi del «io sono». Anche se non «sono bravo», «sono direttore», «sono impegnato nelle cause sociali», «sono chef».

Qualcuno ha voluto la mia presenza nel mondo, senza accessori, senza competenze, senza se e senza ma. Se il Padreterno avesse voluto che la vita fosse un fiorire di eccellenze e bravure non avrebbe scelto come scena finale una diminuzione, ma un tripudio di moltiplicazioni. Il finale deve per forza essere un’esaltazione del senso di una storia. Cosa esalta di noi Sorella morte? La ridicola finitezza? L’impotenza? Non credo.

Credo che sia il riflettore che illumina il protagonista: la presenza di un piccolo essere irripetibile, così prezioso da passare all’eterno.

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Foto di Vladimir Pustovit

Gli effetti collaterali della bellezza

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C’è la famosa storiella del re che è nudo. Puntualmente il senso contenuto in essa riaccade, generando reazioni che debordano – in me – in una grossa grassa risata. Di fronte alla verità, cascano rovinosamente i somari.

Vi sfido a trovare una recensione positiva al film Collateral Beauty. Lo dice pure Santa Wikipedia: «il film ha ricevuto pessime recensioni». Un pennivendolo del New York Times confessa di non aver potuto scrivere una recensione perché gli venivano in mente solo insulti volgari. Altri pennivendoli più azzardati (nel dimostrare il nulla cosmico della loro anima) lo paragonano addirittura a Dickens … intendendo con ciò insultare il film! E’ stato anche montato un video che raccoglie tutte le stroncature, per deridere ulteriormente la pellicola.

Insomma, i critici con le loro etichette e frasi riciclate criticano e buttano nel cesso una pellicola che a me ha tolto il fiato dalla prima all’ultima battuta. Mi sono chiesta se sono scema.

Uno dei vantaggi dei social networks è verificare quel che pensa la gente comune. Moltissimi illustri sconosciuti hanno espresso le loro reazioni al film su Facebook e Twitter  e, non essendo un argomento da trending topics, c’è da pensare che siano abbastanza autentiche. E nei loro abbondantissimi giudizi entusiasti, ammirati e commossi ho ritrovato il «mio mondo». No, anzi: IL mondo, la realtà.

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Il re è nudo. E di fronte al vero cascano i somari, cioè gl’ intelletual-sapientoni che da tempo hanno chiuso a chiave l’osservazione e l’immedesimazione in un cassetto buio, e hanno venduto l’anima al diavolo. Mi scuso col somaro, che è un animale umile ed encomiabile e non merita di essere insultato e avvicinato al mondo marcio del giornalismo pessimo.

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Tempo

Partiamo allora dalla proposta. Il regista David Frankel e lo sceneggiatore Allan Loeb suggeriscono come chiave di lettura del film queste parole:

«La bellezza “collaterale” è il timido splendore delle cose, il fascino inatteso di un gesto gentile, la luce che irradia da un incontro o da un luogo e che diventa accecante non appena nasce, si sviluppa ed esplode in chi si riapre alla vita un fortissimo senso di appartenenza».

La trama non può essere raccontata, per lo stesso motivo per cui a suo tempo non si poteva svelare nulla del finale de Il sesto senso. Chi deve ancora andare a vedere Collateral Beauty ci vada immediatamente, e stia attento a cogliere ogni dettaglio, ogni battuta, ogni espediente … per godersi appieno le sorprese finali.

La trama è inaffrontabile, in teoria. Come può cominciare una storia qualsiasi dopo che un genitore ha visto morire la figlia di pochi anni? Può esserci vita dopo un evento del genere?

Eppure il film comincia nel momento in cui questa tragedia ha già buttato nella

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Morte

prostrazione il protagonista, Will Smith (eccellente!), e lui – dirigente di un’agenzia pubblicitaria – mette in stand-by la sua vita. Niente più lavoro, niente contatti più umani, quasi niente più cibo, solo buio. E rabbia cupa, e disperazione.

La pubblicità DEVE essere così simile alla Verità per poter funzionare. Deve aggrapparsi ai nostri bisogni fondamentali, per venderci un prodotto.Si potrebbe anche dire che deve essere onesta col cuore per poter mentire con la bocca. Questo è il primo sorprendente elemento per cui sono grata a questo film: nella sua vita da imprenditore di successo Howard (Will Smith) aveva insegnato ai suoi dipendenti che per creare una pubblicità di successo si devono toccare le uniche tre questioni che interessano alle persone, cioè Tempo, Amore, Morte.

Queste tre presenze saranno gli unici interlocutori contro cui Howard decide di scagliarsi dopo la morte di sua figlia. Scrive lettere a Tempo, ad Amore e a Morte, e le imbuca. Come non capirlo. Ci basterebbe forse il conforto psichiatrico in un putiferio umano del genere?

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Amore

Forse questo è un primo dato che non sta bene all’Intellighenzia: è l’evidenza che quando un uomo è ferito nel profondo non bastano i rimedi, gli psicofarmaci e i supporti sociali che vorrebbero riportarlo a una condizione di sedata normalità (plagiabile di nuovo dai mostri del commercio e della politica); quando un uomo è disperato si può solo aggrappare agli ideali, alle verità ultime del vivere.

E la cosa che, forse, dà ancora più fastidio ai critici benpensanti è che queste verità non sono astratte, ma rispondono come presenze reali all’uomo disperato. Salvandolo. E’ astratto il nichilismo, è astratto lo scetticismo. Ma l’amor che move il sole e l’altre stelle è il verso più concreto e reale mai scritto da uomo.


Nutro un’invidia immensa per Keira Knightley
che ha avuto l’opportunità di interpretare il ruolo di Amore, personaggio di un’immensa forza sovversiva, che ha il coraggio di dire a un papà che piange la sua bambina, guardandolo dritto negli occhi: «Pensavi forse che io non fossi presente anche dentro la disperazione?».keira

Personaggio la cui irruente potenza fa ricordare a un disilluso Edward Norton (nel ruolo del socio di Will Smith, prostrato da un divorzio che gli sta rubando l’affetto di sua figlia – che non vuole più vederlo) il momento in cui ha tenuto in braccio la sua bambina appena nata e gli fa pronunciare la-battuta-del-secolo-di-ogni-genitore: «In quel momento non ho provato amore, sono diventato amore».news-keira-knightley-edward-norton-collateral-beauty

Ai critici tutto questo pare fuffa melodrammatica. Sono, invece, schiaffi di realtà; quella realtà che è guardata con piena autenticità solo quando è intimamente connessa all’origine del mondo, al senso dell’esistere.

Erano secoli che non mi godevo un lieto fine così intenso, vero, commovente e pieno. Non sdolcinato, non edulcorato, eppure lieto. Solo dentro l’intensità di un dolore sconvolgente può capitare – sì, può capitare – che chi tiene in piedi il mondo (e non è la pubblicità, non sono i giornali, non è la politica, non è neppure Maria De Filippi) si manifesti a un essere umano per suggerirgli che esiste una bellezza collaterale, un fiore che sboccia solo sulla tomba, da una piccola tomba. La bellezza e il lieto fine hanno a che fare con le ferite più brutte che un uomo possa sopportare. Lieto fine non è gioia superficiale, ma lacrime grate e inginocchiate davanti a un mistero supremo, intoccabile, prezioso. Stop, mi fermo qui per non svilire quello che nel film è trattato in modo sublime.

Mi limito a elencare la mia personale lista dei «perché» i critici hanno distrutto questo film:

– perché è contro la solitudine e propone l’idea assurda che solo uomini e donne prostrati dalla vita abbiano gli occhi giusti «per vedere» e aiutarsi tra loro. Con buona pace di ogni placebo moderno.

– perché difende l’idea che gli amici imperfetti ti possano fare del bene, anche quando tentano maldestramente di ottenere i loro scopi meschini. Con buona pace di santa meritocrazia e sant’orgoglio e santa perfezione, il vecchio buon peccato originale produce effetti collaterali molto più fruttuosi.

– perché dice cose scomode sul divorzio, tipo che i figli soffrono, e tipo anche che solo con un matrimonio, solo con un vincolo si può sostenere il peso delle proprie ferite. Dice pure che ci si può ri-innamorare da capo della propria moglie.

celebritiessetcollateralbeautys3nglhb3lu7l– perché dice cose scomode sul desiderio e sulla genitorialità. Dice che la fecondazione assistita non è la risposta a una donna sola (la bravissima Kate Winslet) che ha rinunciato alla famiglia per il lavoro. Una cosa scomodissima da dire ad alta voce!!! E dice pure che si può essere madri e padri senza aver messo al mondo un figlio, ma prendendosi cura delle piccole persone smarrite che s’incontrano lungo la strada di vita.

 

 

 

Ragioni più che sufficienti per gridare allo «schifo!» – dicono i critici. Ragioni più che sufficienti per proiettarlo in ogni dove a volume fastidiosamente alto – dice molta gente.

 

Morire di vita

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Cara Marina,

avevo immaginato il giorno in cui avrei scritto questo post, ma me l’ero immaginato in tutt’altra maniera rispetto a ciò che è accaduto. Avevo immaginato di condividere coi lettori di questo blog la nascita della mia terza bimba, Matilde, ma non avevo immaginato che la sua nascita sarebbe coincisa – con un tempismo esclusivamente divino – con la tua morte.

Non saprei dire se ero davvero tua amica, io senz’altro ti sentivo amica anche se il rapporto con te non aveva nulla in comune con le altre amicizie che ho. Con l’amica di solito si chiacchiera, si spettegola, si condivide la tristezza, la gioia e i consigli sulle scarpe, ci si sfoga sui mariti o morosi, ci si accompagna reciprocamente attraverso le tappe salienti della vita. Ecco, tu eri silenziosa e sentivo sempre una certa distanza da te anche quando eravamo assieme. Non che tu mi tenessi a distanza, questo no assolutamente. Ma eri sempre a un passo da me, una distanza pudica. Non parlavi molto, ma tutto quello che dicevi era smaccatamente sincero, schietto e onesto. Non parlavi molto di te, ma eri attenta a conoscere cosa mi accadeva e come stavo. Non parlavi molto, e io non ero capace di abitare quel silenzio bellissimo come lo facevi tu. Tu eri a tuo agio nel silenzio delle parole (… pieno di pensieri), io invece mi sentivo a disagio e facevo la scema, sparavo sciocchezze a manetta come fanno i romagnoli «pataca». E poi finivo per pensare che tu mi credessi stupida. Ma era solo una mia impressione, tu condividevi con me poche cose, ma importanti, e questo significava amicizia e stima nei miei confronti. Avevi un’ironia assurda, eri talmente seria nel dire certe cose ironiche che mi veniva da pensare fosse un atteggiamento studiato. No, era decisamente spontaneo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato così disarmante.

Marina

Marina Sangiorgi, scrittrice

Non hai parlato molto della tua malattia, ricordo una volta sola in cui, col volto rigato di una lacrima, mi dicesti: «Ho paura, perché io non sono mai stata malata davvero prima d’ora». Lo considerai un gesto d’intimità immenso che ti ringrazio di aver condiviso con me. Non lo dimenticherò e, per come potrò, cercherò di far sì che porti frutto il senso di quel tuo consegnarti titubante, vertiginoso e gentile a un destino ignoto e buio. Alla fine, tu … non so dire come … hai messo la parola «luce» in fondo al tunnel della tua sofferenza carnale.

E hai misteriosamente passato il testimone a mia figlia.

Sono venuta in ospedale da te di giovedì: avevi le unghie con un meraviglioso smalto blu e mangiavi di gusto i passatelli di Raffaella, snobbando la sbobba dell’ospedale. Mi hai detto: «Cosa c’è lì?» e intendevi il mio pancione. Anche in questo caso ho fatto la scema, ho smorzato la tensione emotiva buttandola sulla battuta. Ti ho risposto: «Marina, sono io che adesso devo venire in ospedale … a partorire. Tu torna a casa, diamoci il cambio». Mi hai detto: «Torno a casa domenica». Così è stato, ma sei tornata alla casa del Padre. Di domenica come avevi detto.

Sono venuta al tuo funerale il giovedì successivo. Non ero sicura di farcela perché la stanchezza a fine gravidanza è debordante e cominciavo a sentire qualche «avvisaglia». La messa è stata l’immagine di te: sobria, intensa, poetica, luminosa e dolce. Guardavo dal fondo della chiesa tutti gli amici che erano venuti a salutarti e a un certo punto ho pure sorriso, pensando che eri al centro dell’attenzione e … forse … non l’avresti gradito. Non era da te essere una prima donna. Poi ho pianto a dirotto quando Davide Rondoni ha letto la poesia che ha scritto per te e che comincia:

 

A un cenno di Dio

Le anime più timide

Si fanno splendenti

 

La notte di quel giovedì non ho dormito perché sono arrivate le prime contrazioni, ma non volevo ancora convincermi che fossimo arrivati al momento della nascita. Venerdì le contrazioni sono progressivamente aumentate e mi sono decisa a chiamare il mio angelo custode, l’ostetrica Chiara, che mi ha seguito e mi avrebbe personalmente accompagnato nel travaglio. Lei mi ha visitata e con un sorriso ha risposto al mio impaurito timore: «Da adesso si va solo avanti». Un delicatissimo modo per dire che era tempo, era IL tempo.

Insomma, sono entrata in ospedale e poi in sala travaglio; nella borsa avevo con me la foto del tuo ricordino del funerale, quelle in cui sorridi bellissima. Alle 22.05 Matilde è nata.

Mistero grandissimo di Chi disegna la realtà e ci parla dentro il vento che sussurra, il fiore che sboccia, l’acqua che scorre. Dentro questo grande mistero è accaduto che tu entrassi nella Casa del Padre e l’indomani Matilde entrasse nella vita e nella nostra casa. Tu ti sei congedata da tutto ciò che è terreno e lei ha cominciato a conoscerlo. A pensarci, sembra un passo a due di danza; un ritmo universale tra voi due. Come non vederlo come un bellissimo e vertiginoso passaggio di testimone? Come potrò guardare mia figlia senza pensare a te, che appena arrivata in cielo mi hai accompagnata a farla nascere? Ecco. Ora sento davvero di dire che siamo amiche. E non avrei mai pensato che la trama degli eventi ci legasse in una storia così incredibile.

La nostra Matilde

La nostra Matilde

Mi hai fatto capire anche un’altra cosa, a dire il vero. Ai più sembrerà una stramberia folle o persino una bestemmia quello che sto per dire. C’è un punto di contatto, o somiglianza radicale, tra il tuo tumore e la mia gravidanza. L’unico modo di guardare in pienezza positiva, e non egocentrica, una gravidanza è considerarla al pari di un tumore … cioè di una “estraneità-alterità” che s’infila dentro il corpo. In entrambi i casi è un Altro che viene a visitarti, invadendo il tuo corpo. Il parto è il vero momento in cui si capisce l’essenza autentica della gravidanza ed è morte di sè (nel dare la vita), proprio come è morte ciò a cui porta – talvolta – un tumore.

La morte non è una cosa brutta, è l’io che si consegna a Dio. Considerare la gravidanza come qualcosa che la donna «fa e gestisce» è un errore madornale. L’unica capacità vera che la donna ha nel dare la vita a un figlio è quella di consegnarsi a un progetto universale che sta dentro il suo corpo, ma di cui non è padrona. E partorendo, una donna sente – addirittura – che deve morire per dare la vita. Deve abbandonare le sue sole forze e aprirsi a Dio che – attraverso le sue viscere – porta nel mondo un essere umano nuovo. C’è un supremo momento di morte nel travaglio in cui la donna non può più nulla, deve consegnarsi a un Altro, ad una alterità che la sfinisce e la devasta.

Le contrazioni iniziano piano e sono come l’eco dell’origine del mondo che viene a visitarti dai secoli dei secoli; è l’esplosione del Big Bang che pian piano arriva fino alla tua pancia, per farti esplodere. Le contrazioni sono il battito cardiaco dell’universo, voce potente e diretta del Creatore. E il corpo deve cedere, deve lasciarsi morire. Così è nella malattia che porta alla morte. Il corpo deve cedere di fronte all’invasione di una sofferenza che ha la forma carnale di un tumore che via via cresce dentro. Il corpo sfinito si abbandona a Dio e alla sua volontà, a volte incomprensibile.

Certo la gravidanza non è una cosa drammatica come la malattia. Sì, è vero, verissimo. Ci mancherebbe. Eppure in questo passo di danza misterioso, in cui tu, Marina, hai incontrato e incrociato la mia Matilde, ho intuito un’altra cosa. Così come la tua malattia ha detto qualcosa alla mia gravidanza, ecco che la mia gravidanza ha qualcosa da dire alla tua malattia devastante e mortale. È qualcosa che c’entra con quell’enigmatica frase di Gesù sul seme che solo morendo dà frutto. Durante il travaglio e il parto questa verità è lampante: la donna muore di dolore per dare la vita, si spacca come il seme che sboccia.

La tua sofferenza e morte, cara Marina, ha in modo del tutto simile generato vita. Dal cielo senz’altro vedrai come la gente, i tuoi amici, si sono «svegliati» da quando ti abbiamo salutato in chiesa. Anche io sono tra questi. Improvvisamente, sei fiorita, tutto ciò che hai scritto e fatto durante la tua vita ci è luminosamente esploso davanti agli occhi. È quasi assurdo da dire, ma ora capiamo meglio la tua voce di scrittrice. Lo capiamo meglio ora, che sei assente. Morendo stai dando frutto, stai dando grande frutto. Sei viva tra noi e generi vita in un modo tutto nuovo, addirittura più compiuto. Ci manchi, tanto. Eppure ci sei. E in più io ti vedo tutte le volte che guardo negli occhi mia figlia.

Eco nell’alto dei cieli e Gloria nel profondo degli abissi

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«Vedo la gente morta» confessava tremante il piccolo protagonista de Il sesto senso.

Se potessi, io vorrei ascoltare la gente morta. Intendo dire che, occupandomi di scrittura, sarei ben felice se qualche quotidiano o settimanale o tabloid mi assumesse per farmi scrivere di cronaca nera, come fece per tantissimi anni Dino Buzzati al Corriere. Anche se, forse, per me sarebbe più appropriato qualche piccolo giornale di provincia, così da poter fare come Guareschi che girava in bicicletta a raccogliere memorabili e invisibili storie di casalinghe ferite a una mano mentre sbucciavano patate.

Raccontare la morte di un essere vivente è un ossimoro, una contraddizione degna della massima cura e premura. Non so se ne sarei capace, di sicuro è quel genere di evento di fronte a cui vorrei spalancare bene gli occhi, anche a costo di tremare, piangere, spaventarmi.

Il surrogato di tutto ciò, per ora, è seguire le scandalistiche indagini televisive sui casi eclatanti di omicidi, delitti, violenze. Mi turo il naso di fronte plastici di Vespa e alle frasi a effetto di Nuzzi, apprezzo lo stile della Leosini, ignoro la saccenza esteticamente ammaliante della Bruzzone. Faccio lo slalom, schivo la voce spudorata dei giornalisti e tento di cogliere la voce fioca dei cadaveri, il loro essere – sempre e comunque – una storia tragicamente compiuta. Una morte è sempre una tragedia, cioè un racconto degno dello stile nobile e sublime. Non è però detto che debba essere sempre trattata con serietà austera.

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Foto di Tara Hunt

La notizia della morte di Umberto Eco domina la cronaca, i talk show e le bacheche di Facebook. Fioccano gli aforismi e le citazioni. Si celebra la sua storia nel mondo culturale. C’è chi, il telegiornale de La7 ad esempio, ha ritenuto di rendergli omaggio riesumando uno scritto in cui l’esimio filosofo/semiologo/intellettuale raccoglieva istruzioni ironiche per affrontare il momento della morte. È uno dei tanti contributi de La bustina di Minerva, sua celebre rubrica che compariva sull’ultima pagina del settimanale L’Espresso. Eccone un estratto:

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: “Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?” Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni. Allo stupore di Critone ho chiarito. “Vedi,” gli ho detto, “come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che, mentre tu muori, giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”.

 Temo che il signor Eco, dal luogo in cui si trova ora, non abbia apprezzato tale ricordo. È una mia personalissima deduzione, quindi fallibile. Ecco, ora che l’intellettuale ha fatto la grande capriola dall’umano al celeste, ho come l’impressione che si ricrederebbe sulla «valle di coglioni». Mi permetto anche di dire che in quel brano non emerge la voce di un uomo ironicamente incurante e sereno, bensì di un uomo impaurito. Libero, è l’aggettivo che è stato usato fino allo sfinimento per ricordare il Professor Umberto Eco. Un pensatore libero. Un filosofo libero. Un uomo libero. Uno scrittore libero. Alla luce del passo appena letto, io mi chiedo se non sia più appropriato definirlo sfrenato, senza offesa alcuna ma con tutta l’umana vertigine che contiene l’essere senza freni. Perché la libertà non è assenza di vincoli (morali, sociali, affettivi), ma è semmai una volontà audace di vincolarsi a qualcosa di supremo, sbarazzandosi di compromessi al ribasso … palliativi divertenti … intrattenimenti saltuari.

«Ma quel brano è ironico!» mi si dirà. Appunto. L’ironia è uno strumento eccellente e fantastico; ed è anche lo specchio dell’anima. Io non credo sia libero un uomo la cui unica ironia a fronte della morte è uno svilimento dell’umano. Lo ritengo sfrenato, cioè ultimamente umanissimamente impaurito … proprio per mancanza di solidi vincoli. Come l’acrobata che si accorge di essere senza reti di protezione.

Si può essere sommamente ironici con la morte, deriderla di brutto rispettando l’incontestabile sua maestà, tremenda e non aggirabile. Lo fece Edgar Lee Master nell’Antologia di Spoon River, che è proprio un catalogo esauriente di voci diversissime che guardano la morte, la propria morte. E c’è di tutto lì dentro: ogni uomo racconta in prima persona che esperienza è compiere il passo supremo e finale della vita. C’è un certo Roger Heston che così immortala la propria dipartita:

 

Oh quante volte Ernest Hyde ed io

abbiamo discusso sul libero arbitrio.

La mia metafora favorita era la mucca di Prickett

tenuta legata al pascolo, e libera, come si sa,

nella misura consentita dalla lunghezza della fune.

Un giorno mentre al solito si discuteva, guardando

la mucca che tirava la fune per spingersi oltre

il cerchio che aveva pelato mangiando,

il piolo venne fuori e sollevando la testa

quella ci caricò.

«Cos’è questo, libero arbitrio o cos’altro?» disse Ernest correndo.

Io caddi proprio quando quella m’incornò a morte.

 Sono certa che il signor Eco apprezzerebbe questi versi, capendoli ora ancor più di quando era creatura terrestre. Per me Roger Heston è un esempio di autentica ironia, che ribalta la prospettiva senza schiacciare l’umano. Quante volte un uomo si perde nelle proprie elucubrazioni mentali e non bada alla realtà? Ed ecco che, mentre uno si perde nelle proprie astrazioni, arriva la morte a farti fare i conti su quanto sia PRESENTE la realtà. Uno può ricevere la più grande lezione di vita grazie alla morte.

E le circostanze così poco prevedibili della realtà (della sua presenza eccedente rispetto al nostro bisogno di classificarla) hanno voluto che, mentre le mille voci della stampa facevano a gara su come osannare l’illustre pensatore contemporaneo sollevandolo nell’alto dei cieli dell’Olimpo dei Grandi, la cronaca nera si occupasse della morte di due poveri coglioni, i cui cadaveri sono giaciuti entrambi sottoterra. Gloria Rosboch e Rosario Sanarico. Naturalmente, uso la parola «coglioni» in senso provocatorio.

La storia di Gloria era in sospeso da gennaio, si trattava di una scomparsa. Tutto lasciava presagire un tremendo raggiro. Lei, insegnante per nulla avvenente e poco furba, era stata circuita da un suo aitante studente che le aveva sfilato 187 mila euro promettendole un nido d’amore in Francia per coronare il loro amore. Povera Gloria. E povera me. Perché la sua scarsa furbizia, il suo incondizionato desiderio d’amore, la sua candida fiducia verso un lupo mascherato da cavaliere, sono cose umane umanissime. Sono l’umanità in cui anch’io mi riconosco, tutt’altra roba rispetto alla scaltrezza degli intellettuali. L’uomo comune viene fregato, deriso, umiliato alla grande. E merita molto rispetto se cade in trappola a causa della sua purezza di cuore. Dote rarissima, attualmente.

Gli sviluppi degli ultimi giorni ci hanno consegnato l’epilogo del quadro: l’aitante e spudorato studente ha confessato di aver strangolato Gloria, insieme a un complice, e di averla buttata in un pozzo. Lì è rimasta, dal giorno della sua scomparsa fino a qualche giorno fa. Una povera cogliona – avrà detto il suo assassino. Ma non lo diciamo noi. Quel cadavere abbandonato in fondo a un buco nero è un’anima rimasta sola, senza occhi pietosi a piangere e abbracciare il suo corpo inerte. Chissà se nella solitudine di quella fossa piena di pantano almeno un raggio di luna o di sole le ha fatto compagnia. Non è forse tragicamente nobile la storia di questa donna comune? Non fa forse pensare a che ne sarà delle nostre grandi attese? Può mai essere che cadremo per via mentre corriamo verso un progetto di bene? È meglio essere furbi o essere puri?

Rosario Sanarico era un sommozzatore, un poliziotto sub di 52 anni ed è morto per cercare il cadavere di Isabella Noventa nel padovano. Era stato tra i soccorritori della Costa Concordia e qualche giorno fa è rimasto tragicamente incastrato sul fondale del fiume Brenta, lì dove l’assassino della Noventa ha confessato di aver buttato il cadavere. Ma il corpo non è ancora stato trovato, alcuni sospettano che l’omicida possa aver mentito per non far rinvenire il cadavere, che potrebbe svelare dettagli diversi da quelli che lui ha dichiarato sulla morte di Isabella.

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Foto di Rebecca Bathory

Dunque l’onesto e diligente Rosario è morto per un cadavere, e per le parole – forse bugiarde – di un assassino. Un coglione? Neanche per idea. Povero Rosario. E povera me. Ancora una volta mi specchio nella sua vicenda. Vale la pena fare il proprio dovere solo quando è acclarato il profitto che ne ricaveremo? È da sciocchi essere scrupolosi anche nella cause perse? È inutile dare la vita per una buona ragione supportata da un’ipotesi non completamente attendibile?

Una morte dimessa e dignitosa è spettata a Gloria e Rosario, sottoterra e sott’acqua. Ma saranno saliti al cielo insieme al grande maestro Eco. Magari gli avranno chiesto lumi, conoscendo il suo spessore culturale: «Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?».

Nella mia fallibilissima immaginazione, fantastico sull’ipotesi che il maestro abbia ritrattato la sua precedente versione: «Cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di tuoi simili, che in mille modi astrusi, terribili e fantastici stanno ancora dibattendosi per capire ciò a noi ora sarà finalmente chiaro. Il senso di tutto».

Quella dei defunti è una festa?

Laudato si’ … per sora nostra morte corporale

 

Visto che l’argomento potrebbe essere considerato tragico (per usare un eufemismo …) comincio raccontando due aneddoti simpatici, uno me lo ha riferito mio marito e l’altro è capitato a me.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna collega di mio marito fa la catechista e, durante una pausa pranzo al lavoro, ha riferito ai colleghi d’ufficio l’uscita spiazzante di una delle bimbe della sua classe in parrocchia. Il prete aveva radunato i bambini in chiesa e poi aveva chiesto loro a bruciapelo: “Allora, avete capito come si fa ad andare in Paradiso?”. La bimba in questione ha alzato la sua mano e ha risposto con voce pacata: “A quanto so, bisogna innanzitutto morire”.

Forse non era esattamente il tipo di risposta preventivata dal prete, ma sono certa che lui non ne avrà trascurato il senso positivo. La percezione della realtà che si ha nell’infanzia è talvolta limpidissima, senza i molti pregiudizi di una mente adulta. Pensando al Paradiso, un adulto avrebbe dato per scontato il passaggio della morte, un bambino no. Per fortuna.

E un autentico senso di realtà porta talvolta a sparare paradossi.

Due anni fa fu chiesto ad alcuni amici e a me di allestire una mostra sul signor Chesterton. Fu chiaro a tutti che, senz’altro, il titolo della mostra doveva essere un paradosso. E trascorremmo un buon quarto d’ora, attorno a un tavolo, a sparare paradossi più o meno probabili. Il più clamoroso di tutti fu proclamato – come una vera e propria illuminazione – da Ubaldo Casotto, che se ne uscì dicendo: «L’uomo è vivo perché muore!».

Convenimmo poi sul fatto che non era molto invitante intitolare così una mostra … avrebbe quantomeno suscitato una processione di gesti scaramantici da parte dei visitatori. La mostra alla fine s’intitolò «Il cielo in una stanza», paradosso visivamente eccellente e anche luminoso. Resta il fatto che quell’intuizione di Ubaldo era geniale, per quanto a prima vista lugubre.

La vita umana è per definizione un arco di tempo limitato. La vita è un segmento, non una linea retta infinita. La vita va da A a B: la prima esperienza di vita è la nascita, l’ultima esperienza della vita è la morte. In altre parole, la prima esperienza della vita è il suo inizio, l’ultima esperienza della vita è la sua fine. Per questo la morte non è un’obiezione della vitalità umana, ma una sua caratteristica. E, in effetti e paradossalmente, solo ciò che è vivo può morire. L’uomo è vivo perché muore, appunto. Cimitero-monumentale-di-Staglieno-23-500x375

A conferma di ciò, ricordo una bellissima conferenza di Davide Rondoni, in cui lui ci ha ricordato l’antitesi tra Eros e Thanatos nell’antica Grecia: le forze che i Greci ponevano in contrapposizione nel mondo erano Amore e Morte. Non Vita e Morte, ma Amore e Morte. Perché? Perché l’opposto della Morte non è la Vita ma l’Amore?

Ecco, Rondoni l’ha spiegato così: la morte fa parte della vita, ne è l’ultimo tassello e dunque non è il suo opposto. Ma cosa è davvero opposto alla morte? Qualcosa che riesce a vincere la limitatezza della vita, qualcosa che vince la caducità del nostro essere. Ecco cosa è Amore: è la forza grazie a cui noi generiamo qualcosa che lascia frutto oltre la nostra morte. Pensiamo ai figli, che si generano per un atto d’amore e – in linea di massima – ci sopravvivono, cioè restano oltre la nostra morte. Ma è vero di qualsiasi atto d’amore: qualunque cosa generata dall’impulso affettivo dell’amore dà un frutto che si propaga oltre la caducità della nostra esperienza terrena. E questo frutto esiste anche solo per l’intuizione dell’uomo che «amando» proietta il suo agire oltre il limite personale della propria vita.

Mi perdo dietro queste chiacchiere nel giorno della Festività dei Defunti, per condividere un’impressione che da tempo mi lascia perplessa. La mia vita è radicata nell’esperienza cristiana e ho notato, soprattutto nel contesto della cristianità, che si ricorre sempre meno all’espressione: “Il signor Tal dei Tali è morto”. Ricevo messaggi in cui si annuncia la perdita di un proprio caro con frasi tipo: “è salito a cielo” oppure “è tornato dal Padre”. Sia ben inteso, io capisco e condivido il senso di queste frasi: il cristiano crede nella vita eterna e dunque non vive la morte come un’esperienza di fine. Però credo di non sbagliarmi se dico che queste espressioni tendono a voler schivare la ruvida asciuttezza di dire “è morto”.

staglieno-32Eppure, il cristiano più di qualunque altro sa che la durezza della morte è stata patita perfino da Gesù. Sa che la Resurrezione non è arrivata istantaneamente, ma c’è stato un «buio» tangibile di due giorni. Il limite della mortalità è stato vissuto nella sua concretezza anche dal Dio fatto Uomo. Perché, allora, dovremmo schivare noi il pensiero di ciò? Perché dovremmo escluderci l’esperienza ruvida di dire di un nostro caro che è «morto»? Nella sua misteriosa incomprensibilità, la morte è parte di noi … e non solo come mero passaggio veloce verso l’eternità, ma proprio come esperienza di limite inaggirabile con cui ciascuno di noi saluterà la sua dimensione corporale.

Ciascuno di noi si congederà dalla vita nel modo migliore, cioè nell’umiltà. Forse anche nell’umiliazione. Tutte le nostre capacità e velleità e volontà si affievoliranno fino a sparire nella polvere. E questo toccare corporalmente il limite estremo di noi sarà la premessa della vita eterna. E per quanto possa suonare assurdo, tutto ciò è consolante … perché nessuno scappa da ciò. Un uomo può aver schivato per la vita intera il grumo di ciò che lo rende davvero umano, può essersi costruito meravigliosi e onnipotenti castelli per aria. Ma poi, anche per lui arriva il momento supremo in cui farà i conti con la sua creaturalità, cioè con la sua mortalità.

Dico che è consolante perché così me l’ha fatto intuire quel genio di Chesterton. 

Ho sempre considerato la festa dei Defunti come una festa del ricordo, un momento in cui ricordare i cari che ci hanno lasciato. Da quest’anno la considero anche una festa vera e propria per me, per lodare il disegno buono che c’è dietro la fragilità e la finitezza umana.

La scorsa estate ho tradotto la raccolta Il poeta e i pazzi, trovando in essa un racconto davvero illuminante. Il protagonista è il poeta Gabriel Gale che dedica la sua vita a guarire i pazzi, seguendo strategie non esattamente mediche. In una certa occasione s’imbatte in un megalomane, convinto di riuscire a controllare ogni cosa, convinto di essere padrone di tutto ciò che lo circonda. La terapia di Gale consiste nel tentare di uccidere il megalomane inchiodandolo a un albero con un forcone piantato attorno al suo collo. Il rimedio funziona, il pazzo guarisce e gli è grato, ma agli occhi della gente normale Gale risulta un folle assassino. Ecco, allora la sua spiegazione … e dunque, l’intuizione geniale di Chesterton (il testo intero uscirà a gennaio, questa è un’anticipazione):

«Ci sono passato anch’io, a dire il vero sono andato vicino a quasi tutte le forme di folli idiozie infernali che esistono. Ecco la mia unica utilità in questo mondo: sono stato ogni sorta di idiota possibile. Ma credetemi, il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te. È qualcosa di concreto che arriva per posta o entra dalla finestra o che trovi appeso al muro. Questi limiti tratteggiano le linee dell’orizzonte del piacere umano.

A me capitò anche di sognare che l’intera creazione fosse un mio sogno: ho immaginato di regalare a me stesso le stelle, di offrire a me stesso il sole e la luna. Sono andato indietro fino a prima del principio di ogni cosa, pensando che senza di me nulla di ciò che esiste poteva esistere. Chiunque abbia voluto mettersi al centro di questa specie di universo sa che è un inferno. Ed esiste una cura sola.

Oh, so benissimo quante frottole o false consolazioni sono state scritte per giustificare l’origine del male e sul perché esiste la sofferenza nel mondo. Dio ci guardi dal finire noi stessi nella gabbia di queste scimmie moraliste e chiacchierone! Ma al di là di ciò, la verità resta vera: resta oggettivamente e sperimentalmente vera. Non c’è altra cura per guarire dall’incubo dell’onnipotenza se non il dolore: perché questo è qualcosa che l’uomo sa che non tollererebbe se fosse davvero lui a controllare tutto. C’era un uomo che si credeva seduto nel trono del cielo e vedeva gli angeli servirlo sotto forma di nubi colorate, di fulmini e del balletto delle stagioni. Era al di sopra di tutto e la sua testa conteneva il cielo intero. E, Dio perdoni la mia bestemmia, io l’ho crocifisso a un albero».

Avete presente le magliette che ogni tanto si vedono in giro con la scritta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati»? Ecco, il punto è esattamente questo. Ognuno di noi sa che inferno sia – come dice Chesterton – vivere volendo avere le cose sotto controllo, come fossimo padroni della nostra realtà. Sono i momenti peggiori della vita quando uno impone il proprio impero sul mondo. Sia perché non riesce a essere padrone delle cose, sia perché è logorante e sempre insoddisfacente.

La più grande gloria dell’uomo è il suo essere creatura, ribadisce Chesterton. La nostra limitatezza umana, anche la nostra mortalità, è la sana piccolezza del bambino che sa di essere insufficiente a se stesso e aspetta il cibo e i vestiti dai propri genitori. Non è infelice il bambino, anzi è predisposto a guardare ciò che gli arriva come una sorpresa. Sa affidarsi e nell’affidarsi c’è tutta la sua pienezza serena.

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

E, dunque, concludo tornando alla bambina con cui ho cominciato. Per andare in Paradiso bisogna innanzitutto morire. Anche durante la vita. Morire, soffrire e patire sono la prova estrema che dichiara che non siamo padroni del mondo. C’è qualcosa che proprio non riesci a mettere sotto il tuo controllo. Dunque, forse, c’è Qualcuno di più grande a cui spetta questo compito gigantesco. Capisco che questo possa infastidire i pensieri di qualcuno, ma a ben vedere è la premessa del Paradiso. Constatare e abbracciare la propria limitatezza è la premessa per guardare fuori da sé, oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. E solo così un uomo può godere di tutto nella vita, nel poco e nel tanto: sapendo che oltre la porta di casa sua lo attende qualcosa, qualcosa che lui neanche lontanamente può aspettarsi.

Villa con giardino, affittasi in comodato gratuito – no perditempo.

20150808_121322Sono stata in Provenza al mare con la mia famiglia; e questo è un motivo sufficiente per essere grati. Siamo stati sulle spiagge in cui Antoine de Saint Exupéry scrisse Il piccolo principe. Seppure anch’io mi diletti a scrivere, non ho sentito nessuna ansia da prestazione trovandomi in questo tal luogo, perché il capolavoro in questione è così inarrivabile da rendere comunque ogni tentativo nient’altro che uno scarabocchio.

Racconterò, dunque, qualcosa di molto semplice. La terrazza della casa che abbiamo affittato si affacciava sul mare (altro ottimo motivo di cui essere grati), ma si affacciava anche su una bella villa di color rosa pastello, perfettamente intonata con l’azzurro del mare che la circondava. Io e i miei figli l’abbiamo osservata attentamente perché ci attirava tantissimo: è una casa con un suo accesso privato al mare, un giardino curatissimo di arbusti fioriti di ogni colore e una piscina, anch’essa a sfioro sul mare. Per un paio di giorni è rimasta disabitata e questo ci ha permesso di fantasticare un po’ sull’ipotetico proprietario, con tanto di sospiri tipo “…ah, se io avessi una piscina così!”, oppure “…pensa che bello tuffarsi in mare senza neppure dovere uscir di casa!”.20150807_181718

Poi, una mattina, abbiamo visto delle auto parcheggiate nel posteggio. A quel punto – da veri impiccioni – la curiosità è cresciuta, ma nonostante sguardi attenti e sbirciate furtive, nessuno si vedeva dentro o fuori dalla casa. Solo quando abbiamo smesso di sbirciare, una sera, al tramonto, ecco… proprio a bordo piscina è comparso un vecchio curvo, col bastone e anche claudicante. È rimasto lì a fissare il mare per un po’ poi è scomparso tra le fronde del suo giardino. Il mattino successivo è ricomparso. Camminando a passi faticosi e con un paio di cesoie molto grandi si è messo a potare le piante, in una zona del giardino attigua alla strada. Non l’abbiamo più rivisto fino al mattino successivo, quando ha ripetuto esattamente la stessa attività del giorno precedente.

La privacy è una cosa sacra e, per fortuna, il nostro sguardo indiscreto poteva spaziare in ritagli molto ristretti di quella proprietà; quindi ne deduco che la vita umana della casa fosse molto più vivace (e privata) di quel poco che si mostrava ai nostri occhi. Ma certo è stato curioso vedere questa bellissima villa, predisposta per una vacanza da sogno, e vederla – dal nostro punto di vista – abitata solo da un anziano sfuggente e intento solo a pulizie e giardinaggio. Pareva una contraddizione. Perché quel vecchio non sfruttava nulla degli agi di quella dimora.

Ecco quali erano i nostri pensieri invidiosi, e banali. Poi, una mattina, inaspettatamente ci ha raggiunti una notizia che non avremmo voluto sentire: Raffaella, la mamma di un compagno della scuola materna di mio figlio, è morta. Sapevamo della sua lunga e difficile malattia, ma tenacemente ci aggrappavamo alla speranza … una speranza del tutto terrena, è vero, e quindi forse incompleta. All’inizio mi è parso assurdo conciliare le cose: la nostra serena vacanza di famiglia al mare e il pensiero di un’altra famiglia ferita nel profondo. Col pianto negli occhi e nel cuore, mi sono ritrovata a rimuginare su un groviglio di pensieri inestricabili e con gli occhi fissi su quella bella villa rosa. E, solo allora, l’ho vista con occhi diversi. Ho capito. Oddio, forse ho solo intuito qualcosa.

Se ci fossero vite fortunate e vite sfortunate sarebbe una vera ingiustizia. Se ci fossero privilegiati e derelitti sarebbe una ben amara condizione. In realtà, c’è per tutti una casa, circondata da un giardino di eventi. C’è anche un vecchio giardiniere che, silenzioso e quasi sfuggente, l’ha preparata e la cura per noi. Ce la offre gratuitamente. Nascendo, ci troviamo ad abitare le stanze di una casa che non abbiamo costruito noi; e il giardiniere, che l’ha costruita, non la abita, ma la sorveglia solamente. Da lontano. È attento, ma schivo. Lui ha imbastito una scena, lasciando a noi di esserne protagonisti. Cosa sia mozzafiato, meraviglioso, imperdibile, amabile … spetta a noi deciderlo. Ogni casa ha spazi ariosi, ma anche cantine o rispostigli bui. Insomma, ogni casa è una villa, cioè offre – per il tempo che ci è dato da abitarla – lo spazio e il contesto adeguato per trovare noi stessi fino in fondo.

IMG_20150805_205731È proprio la presenza del giardiniere, schivo e silenzioso, a vincere la tentazione dell’ingiustizia. Perché se lui si è curato di costruire qualcosa di adatto a noi e, anche mentre ci abitiamo, non smette (sebbene sia quasi invisibile) di potare, spazzare e annaffiare, può forse essere che si curi di qualcosa di cattivo per chi ci abita?

Una piscina è facile da capire e da amare: fa pensare a spensieratezza e vacanza. La vita ospita zone di una felicità facile da apprezzare; momenti di gioia trascorsi in luoghi belli e con amici speciali. Una cantina buia è meno appetibile, ma ugualmente indispensabile: perché è sempre dal basso e nel buio che la nostra memoria e la nostra coscienza si nutrono di cibo indispensabile. In cantina stanno le scorte e le cose vecchie. Il buio del dolore può essere questa zona apparentemente poco piacevole, che però tiene in piedi il resto della casa: è al buio che si decide a cosa affidarsi sul serio.

Il giardiniere non è un imbroglione, ogni stanza di casa l’ha pensata per noi e non per freagarci.

Il giardiniere pone una condizione per i suoi affittuari: non accetta perditempo. Anzi, li accetta, ma se ne rammarica. Il tempo infatti è poco, per tutti, anche per quelli che campano cent’anni. Per tutti la vita è una casa in affitto, una locazione temporanea. E la brevità del tempo è la chiave di tutto: è la sola percezione che può aiutarci a disappannare la vista. Solo sapendo che, presto, lasceremo questo luogo possiamo impegnare il nostro affetto e la nostra volontà a decidere su cosa e su chi investire il nostro amore e le nostre energie. Davvero vogliamo solo starcene a galleggiare in piscina? Davvero vogliano solo sonnecchiare sulla sdraio nel terrazzo?