La cicogna esiste

Tra la cicogna e il cavolo, mia nonna Dina preferiva il cavolo ed è comprensibile perché era contadina. E mi portava nel campo per farmi vedere il punto esatto dove mi avevano trovato quando nacqui.

Mia madre mi faceva vedere le foto del suo pancione e non ricordo di aver mai avvertito una contraddizione con ciò che mi raccontava mia nonna. Solo quando sono cresciuta mi è venuta la domanda: «ma come potevo credere a mia nonna, se io ero dentro il pancione?».

cicogna-fagottoPoi ho rivissuto la stessa esperienza coi miei figli; nonostante mi abbiano visto col pancione che cresceva, nonostante abbiano assistito alle visite domestiche dell’ostetrica che faceva loro sentire il cuore della sorella, nonostante avessero visto la valigia pronta per l’ospedale, quando siamo arrivati al termine della mia terza gravidanza loro chiedevano ogni giorno: «Quando arriva la cicogna? Si fa male nostra sorella a scendere giù dal tetto?».

La contraddizione in questo caso avrebbe dovuto essere ancora più clamorosa, perché noi non abbiamo il camino; da dove dunque poteva scendere in casa la loro sorella?

Per i miei bambini non c’era alcuna contraddizione e, anche se per noi adulti è praticamente impossibile concepire una stranezza del genere, mi sono resa conto che solo ragionando come ragionano loro si ragiona bene.

È uno di quei casi in cui per essere davvero ragionevoli occorre essere un po’ meno razionali.

Ci siamo ridotti a credere che il concepimento di una nuova vita sia un meccanismo e per nulla un mistero. Fecondazione in vitro, utero in affitto, pianificazione delle nascite. Ovulo e spermatozoo. Tutto qui?

Nient’affatto. Ammettiamo pure – e lo considero abominevole – che il concepimento sia provettaun processo «tecnico» che può persino prescindere dal fare l’amore, dal volersi bene, dall’accadere in un letto, resta il fatto che anche le provette e i laboratori più sofisticati – vorrebbero… – ma non sanno prevedere «chi» nascerà. E questa evidenza genera un susseguirsi di controlli ed esami, per sapere se ci sono deformazioni, se ci sono malattie, eccettera.

Persino riducendo il pancione materno a «forno», persino facendo incontrare in laboratorio l’ovulo perfetto con lo spermatozoo perfetto per avere il figlio perfetto nel momento perfetto della vita, non si può sapere chi nascerà. Perché? Perché la cicogna è testarda.

Il signor Blatchford ha spiegato con colossale semplicità a milioni di impiegati e lavoratori che la madre è come una bottiglia piena di perle blu e che il padre è come una bottiglia piena di perle gialle; e, quindi, il bambino è come una bottiglia piena di perle blu e gialle. Avrebbe anche potuto dire che se il padre ha due gambe e la madre ha due gambe, allora il bambino avrà quattro gambe. Ovviamente non è una questione di semplice addizione.neonato

La nascita è una crisi organica ed è il tipo di trasformazione più misterioso; così che, se anche il risultato è inevitabile, resta ugualmente inaspettato. Non è come mescolare le perle blu e le perle gialle; è come mescolare il blu col giallo, il cui risultato è il verde, cioè un’esperienza completamente originale e unica, un’emozione nuova.

Un uomo potrebbe non aver mai visto altro che campi di grano giallo oro e cieli blu zaffiro, eppure potrebbe non aver mai spinto la sua immaginazione fino a intuire l’esistenza del verde. Il verde non è una combinazione mentale come l’addizione; è una conseguenza fisica, come la nascita. Quindi, a parte il fatto che nessuno ha mai capito davvero né i genitori né i bambini, se riuscissimo anche a comprendere i genitori, non saremmo ad ogni modo in grado di fare alcuna congettura sui bambini. Ogni volta la forza agisce in modo diverso; ogni volta i colori di base si combinano dando vita a uno spettacolo differente. Ciò che arriva è sempre un colore nuovo, una strana stella. Ogni nascita è isolata quanto lo è un miracolo. Ogni bambino è imprevisto come una mostruosità. (G.K. Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo)

Ho letto con grande dispiacere in questi giorni che la cugina di Laura Pausini ha perso la propria figlia di  quasi 3 anni a causa di una grave malattia genetica chiamata 1p36. È accaduto il giorno di Pasqua. Per stare di fronte a questo mostruoso imprevisto la mamma Roberta ha creato una storia, ha inventato il Pianeta 1p36, quello da cui è arrivata la sua piccola Francesca; nel darle l’ultimo saluto ha scritto:

Il nostro giro di giostra, su queste enormi montagne russe, è finito.

Sei arrivata dal tuo pianeta e hai sconvolto le nostre vite terrestri. Ci hai regalato tantissimo: persone speciali, avventure, amore. Hai donato tutta te stessa per renderci persone migliori, per farci aprire gli occhi sul mondo parallelo che ci era così vicino ma così estraneo.

Mi hai dato la spinta per aprirmi agli altri, per poter essere supporto e per trarre supporto.

Mi hai regalato quasi 3 anni di te, del tuo profumo, della tua pelle, dei tuoi occhi sempre sfuggenti, delle tue manine aggrappate alle mie dita.

E ora, hai fatto ritorno al pianeta 1p36.

Una novità assoluta che piove giù dal cielo, con la sua bellezza, stranezza, a volte con la sua incomprensibile malattia. Ecco cosa è la cicogna. È la necessaria presenza di un mistero celeste in ogni vita che nasce. Anche se accade in una pancia umana, accade pure in un cielo lontanissimo e giunge fino a qui.

La cicogna parla di un dono che arriva dal cielo e scende giù dal camino. È come Babbo Natale. È reale. Perché l’ovulo della madre e lo spermatozoo del padre non bastano a spiegare quel figlio che arriva – o che non arriva. Sì, ultimamente sono storks-1622054_960_720arrivata a rimuginare sulla cicogna proprio pensando a storie di persone a me vicine che tanto vorrebbero avere un figlio, ma non arriva. Il rischio è darsi le colpe a vicenda, il rischio è ridurre tutto a una meccanica che non funziona, a errori commessi dai genitori. La risposta la si va a cercare in laboratorio, nelle medicine, nelle tecniche affinate. Forse a volte questo può bastare a rasserenare il raziocino, ma non il cuore.

Per quello, per curare un cuore che sanguina, occorre alzare gli occhi al cielo e guardare il volo della cicogna. Lei non tocca terra, è in alto su per aria in mezzo a un’atmosfera «altra». Il cielo preserva ancora tutti i suoi misteri, li ospita e talvolta certi suoi messaggeri ci mandano doni. Allora delicatamente la cicogna deposita il suo fagotto su una casa e la sorpresa scende giù dal camino, anche se non ci sono camini. È così, deve essere incomprensibile e vero.

Perché il giorno in cui crederemo di aver capito cosa è una vita, allora saremo morti.

Vale anche per quei genitori che concepiscono senza fatica, e credono che sia normale. Normale non è, un figlio non è solo frutto dei genitori. Altrimenti ogni vita sarebbe «fragile». Se dipendesse solo da fattori umani, l’essere di ogni creatura vivrebbe sotto l’egida del controllo umano: «se io faccio un figlio, posso anche non farlo, posso anche scegliere come farlo»; «se io sono stato fatto da qualcuno, allora posso disfarmi da solo».

La vita umana non è sotto il dominio dell’umano; affinché preservi quella sacra inviolabilità che è sua, bisogna rispettare la cicogna. O il cavolo.IMG_8778

So che esistono precise ragioni che hanno dato origine a queste due leggende*, ma io mi sono creata una mia personale visione: il cavolo è una verdura bellissima, è un infinito abbraccio di foglie. Se non esistesse la carta regalo, il cavolo sarebbe l’ortaggio migliore per confezionare sorprese: decine e decine di foglie strette le une alle altre, come a custodire qualcosa di preziosissimo. “Scartalo con cura e abbine cura” – sembra dire.

I bambini non fanno fatica a tenere insieme un pancione e la cicogna, noi adulti sì. Chiediamoci perché.

La mia risposta è che – ahimè – crescendo la nostra testa si è ristretta, con una serie sbagliata di lavaggi … del cervello. Si è pure infeltrita e non è più elastica. Dovrebbe spalancarsi e invece si è indurita e fossilizzata sull’idolatria del meccanismo e delle capacità personali.

Forse bisognerebbe ricorrere a un lavaggio diverso, tipo mettersi sotto un acquazzone e lasciare che ci piova addosso il cielo intero, con le sue gocce messaggere di realtà più sconfinate delle elucubrazioni del nostro cervello.

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Il miracolo doloroso di Rigopiano

 

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«Se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto sarebbe mio! E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!». (da L’idiota)

Lo scrittore russo Fedor Dostoevskij fu condannato a morte per aver preso parte a una società segreta con fini sovversivi; la grazia da parte dello zar gli venne comunicata pochi minuti prima della fucilazione, il 19 dicembre 1849. Non fu un caso provvidenziale, bensì una forma di sadismo del regime che già da molto prima sapeva della grazia concessa. A un passo dalla morte Dostoevskij fu salvato, quest’evento lo segnò per il resto della vita e nel romanzo L’idiota fece pronunciare a un personaggio la frase citata in apertura, specchio dei pensieri stessi dello scrittore.

rondoninaturaDella natura non si può dire che sia sadica, «non è madre, e non è matrigna. Lo sapeva Francesco il santo e poeta: è sorella» (scrive in un tweet il poeta Davide Rondoni).

Eppure mentre tutti eravamo incollati, col cuore lacerato, a guardare in TV le immagini che giungevano da Rigopiano, veniva proprio da pensare alla Natura a cui dà voce Leopardi nelle Operette Morali:

«Quando io vi offendo in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte; come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose per dilettarvi o giovarvi. E, finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei» (Dialogo della natura e di un islandese).

hotel_rigopiano_01-resortL’incuranza della natura ospita una creatura capace di cura. Il bellissimo resort di Rigopiano era stato costruito – si potrebbe dire, rubando le parole della Natura leopardiana – «per dilettarvi e per giovarvi», un’impresa creativa pensata per vacanze serene e gioiose. L’uomo è capace di quella cura che la natura ignora, riversando – per casi meteorologici e tellurici incontrollabili – un gigante di neve sopra tanti piccoli e inerti essere umani. Piccoli, piccolissimi. Schiacciati e spariti. Invisibili sotto un candore immenso e mortale.

L’uomo è anche capace di soccorso. Tutta Italia si è inchinata commossa di fronte agli operatori del soccorso alpino che, vedendo bloccato l’accesso al hotel, si sono messi a marciare in fila sugli sci per 9 km e da allora, ininterrottamente per giorni, lavorano e non demordono. Qualcuno su Twitter ha scritto questo encomio:

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Il signor Tommaso Tani vorrebbe essere realista. Eppure usa due parole che esulano dagli assi cartesiani del naturalismo: «ringraziate» e «soccorso». Ma sono profondamente ragionevoli, cioè spiegano una verità che è esperienziale eppure trascende il naturale. Se una gazzella viene risparmiata da una leonessa perché sopraggiunge un branco di elefanti che distrae il grosso felino, la gazzella non va a ringraziare i pachidermi. Se un albero cade in un bosco a causa di un fulmine, i suoi fratelli alberi non vanno a soccorrerlo.

Se la natura, intesa nel suo insieme di esseri vegetali e animali, è incapace di «ringraziare» e di «soccorrere», perché fa parte di essa un essere che possiede questo plus. Da dove gli viene, chi glielo dà all’uomo questo plus, visto che la natura non ne è depositaria?

Ecco, il signor Tani – a sua insaputa, evidentemente – tratta l’uomo da quel capolavoro che è, non interamente spiegabile in termini naturalistici. Un seme divino, soprannaturale, è nel DNA di chi è capace di ringraziare e soccorrere. Io, perciò, ho pregato molto, senza saper bene cosa chiedere o sperare: ho solo rivolto al Mistero un’intensa chiamata, mettendogli in mano tutta la mia commozione. Stringevo più forte i figli accanto a me, intanto.

E poi – quasi incredibilmente – ci è piombato addosso il miracolo. Un miracolo fatto di dolore, perché sotto le macerie e la neve ci sono molte vittime. Ci sono dei corpi ancora irraggiungibili, e questo lacera il cuore. Però, ci sono dei vivi – grida a un certo punto un vigile del fuoco. Fosse anche solo 1 verrebbe da ringraziare. Invece sono 6 … invece sono 8 … tutti i bambini sono salvi. Tutti i bambini sono salvi, bisogna ripeterselo per convincersi che è vero.

Li tirano fuori da un piccolo pertugio, un buchetto stretto stretto in mezzo a un mare di neve. E i vigili del fuoco che li estraggono sembrano ostetriche, che li fanno nascere per la seconda volta tirandoli fuori dal grembo scuro della madre terra. Una delle donne salvate ha proprio detto: «Sono nata di nuovo».

Molto molto tempo fa un certo Nicodemo rimase perplesso di fronte alle parole di Gesù, noi ora forse – con questa vicenda tragica e miracolosa negli occhi – possiamo intuire il senso di quello strano discorso:

Gli disse Nicodemo: “Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”. Rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Gli replicò Nicodemo: “Come può accadere questo?” (Vangelo di Giovanni, cap. 3)

Chiediamolo a Dostoevskij. C’è una nascita biologica, uguale per tutti che accade nel dolore, per la madre e per il bimbo. Ed è un dolore fecondo quello dello parto, un urlo, uno stringimento, che si fanno apertura e dilatazione. Raggomitolato nel buio dell’utero, il bimbo scende nel canale vaginale, si fa ancora più stretto e schiacciato. Il battito del suo cuore accelera, finché esce e piange, forte. appenanato

C’è una nascita spirituale, che accade sempre attraverso un dolore fecondo; sono quei casi urgenti che ci fanno percepire l’immenso dono che è l’esserci. Di fronte al fucile del boia, qualcuno dice: sei salvo. Il condannato a morte era già sprofondato nel ventre scuro della morte, del nulla. Aveva già detto addio a tutto, forse anche a cose che francamente detestava da vivo. A ogni minima cosa aveva pensato con nostalgia: gli affetti, gli odori, i rumori, i colori del vivere. «Sei salvo» dice qualcuno. E il condannato a morte ri-trova tutto, come gli fosse donato una seconda volta. Nasce in spirito, perché vede da capo ciò che prima non vedeva: l’evidenza che ogni attimo di luce è dono, è prezioso, è immenso. Non è vero che ogni cosa c’è e basta. E’ più vero rendersi conto che ogni cosa poteva non esserci, e quindi se c’è è un dono.

Ecco, Nicodemo. Occorre questa seconda nascita, a tutti. E non è necessario vivere la tragedia dei sopravvissuti di Rigopiano. La vita dispensa dolore su tutti, immancabilmente. Si potrebbe dire che l’inferno è democraticamente distribuito sull’umanità, cioè nessuno è esente dal buio di certe prove cupe da attraversare.

Invece, il purgatorio e il paradiso non sono altrettanto democratici. Sono possibili a tutti, ma non meccanicamente. Richiedono un atto di libertà.

Dostoevskij soffrì di epilessia per tutta la vita a causa di quell’evento incredibile sul patibolo; eppure, per quanto segnato nella sofferenza, non rimase nell’inferno di quel trauma, ma ne fece un purgatorio e forse perfino un paradiso: «E allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!».

È questo l’eterno messaggio di bene dietro la Commedia di Dante.

lucecavernaI sopravvissuti di Rigopiano possono comprendere bene, dalle viscere dello stomaco fino all’anima, il verso con cui si chiude l’Inferno: «e quindi uscimmo a riveder le stelle»! Loro sì, come Dante, sono scesi nel ventre cupo della terra e lo hanno abitato con disperazione; impossibile sperare dopo 40 ore di buio e silenzio. E poi da un pertugio stretto sono rinati. Cosa avrà «sentito» ciascuno di loro rivedendo la luce del mondo?

Dicono che ci vorranno degli ottimi psicoterapeuti per far superare alle vittime il trauma vissuto. Io non ho studiato psicologia, ma spero che chi li sosterrà in questo percorso non si limiti a tamponare, arginare, chiudere le ferite dell’incubo; spero che, con ogni strumento possibile, venga fatta fiorire la libertà di queste persone, il vigore divinamente umano di poter rendere fecondo il loro dolore.

Come un secondo atto di nascita, deve sbocciare un frutto buono dall’incubo: attraverso le doglie, attraverso il pianto, qualcosa oltre l’incubo può nascere. Bisogna spingersi avanti, nell’inimmaginabile mistero della gratitudine.

Arrivati in fondo all’Inferno Virgilio e Dante non tornano indietro, ma vanno avanti: una volta che l’uomo ha toccato il fondo sbattendo contro il muro gelido del male, non può semplicemente fare il cammino a ritroso, deve trovare una strada nuova che sia opposta a quella dell’andata. Guidato da Virgilio, Dante si aggrappa alla terra e sale attraverso un cunicolo stretto, fa lo sforzo concreto di ritrovare una via che lo rimetta in contatto con il mondo esistente. La salita, per quanto faticosa, è quella lieta della gioia, perché tutto cambia negli occhi che tornano a vedere dopo essere stati al buio. Così Gilbert Chesterton scrisse dell’esperienza di buio spirituale che visse San Francesco prima della conversione, anzi per arrivare alla conversione:

Si dice comunemente in senso un po’ cinico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché non sarà deluso». San Francesco ha detto in senso assolutamente felice ed entusiastico che «fortunato è colui che non si aspetta nulla, perché tutto gli darà gioia».È stato partendo da questa idea ponderata di ricominciare da zero, dall’oscuro nulla del proprio deserto, che riuscì a godere anche delle cose terrene come pochi altri ci sono riusciti; e queste cose sono di per se stesse i migliori esempi pratici di questo concetto. Perché è impossibile che un uomo possa guadagnarsi una stella o meritarsi un tramonto. (Da San Francesco)

Essere al mondo non è una faccenda meritocratica; nessuno, tecnicamente, ha fatto qualcosa per meritarsi lo spettacolo della realtà. Spettacolarità che rimane tale, pur attraversando tutte le declinazioni che vanno dall’amabile al terribile. Finché non accade nella vita di ciascuno questa seconda nascita, cioè questa coscienza di gratitudine ritagliata sullo sfondo del buio, nessuno può dire di essere davvero vivo.

Morire di vita

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Cara Marina,

avevo immaginato il giorno in cui avrei scritto questo post, ma me l’ero immaginato in tutt’altra maniera rispetto a ciò che è accaduto. Avevo immaginato di condividere coi lettori di questo blog la nascita della mia terza bimba, Matilde, ma non avevo immaginato che la sua nascita sarebbe coincisa – con un tempismo esclusivamente divino – con la tua morte.

Non saprei dire se ero davvero tua amica, io senz’altro ti sentivo amica anche se il rapporto con te non aveva nulla in comune con le altre amicizie che ho. Con l’amica di solito si chiacchiera, si spettegola, si condivide la tristezza, la gioia e i consigli sulle scarpe, ci si sfoga sui mariti o morosi, ci si accompagna reciprocamente attraverso le tappe salienti della vita. Ecco, tu eri silenziosa e sentivo sempre una certa distanza da te anche quando eravamo assieme. Non che tu mi tenessi a distanza, questo no assolutamente. Ma eri sempre a un passo da me, una distanza pudica. Non parlavi molto, ma tutto quello che dicevi era smaccatamente sincero, schietto e onesto. Non parlavi molto di te, ma eri attenta a conoscere cosa mi accadeva e come stavo. Non parlavi molto, e io non ero capace di abitare quel silenzio bellissimo come lo facevi tu. Tu eri a tuo agio nel silenzio delle parole (… pieno di pensieri), io invece mi sentivo a disagio e facevo la scema, sparavo sciocchezze a manetta come fanno i romagnoli «pataca». E poi finivo per pensare che tu mi credessi stupida. Ma era solo una mia impressione, tu condividevi con me poche cose, ma importanti, e questo significava amicizia e stima nei miei confronti. Avevi un’ironia assurda, eri talmente seria nel dire certe cose ironiche che mi veniva da pensare fosse un atteggiamento studiato. No, era decisamente spontaneo, altrimenti l’effetto non sarebbe stato così disarmante.

Marina

Marina Sangiorgi, scrittrice

Non hai parlato molto della tua malattia, ricordo una volta sola in cui, col volto rigato di una lacrima, mi dicesti: «Ho paura, perché io non sono mai stata malata davvero prima d’ora». Lo considerai un gesto d’intimità immenso che ti ringrazio di aver condiviso con me. Non lo dimenticherò e, per come potrò, cercherò di far sì che porti frutto il senso di quel tuo consegnarti titubante, vertiginoso e gentile a un destino ignoto e buio. Alla fine, tu … non so dire come … hai messo la parola «luce» in fondo al tunnel della tua sofferenza carnale.

E hai misteriosamente passato il testimone a mia figlia.

Sono venuta in ospedale da te di giovedì: avevi le unghie con un meraviglioso smalto blu e mangiavi di gusto i passatelli di Raffaella, snobbando la sbobba dell’ospedale. Mi hai detto: «Cosa c’è lì?» e intendevi il mio pancione. Anche in questo caso ho fatto la scema, ho smorzato la tensione emotiva buttandola sulla battuta. Ti ho risposto: «Marina, sono io che adesso devo venire in ospedale … a partorire. Tu torna a casa, diamoci il cambio». Mi hai detto: «Torno a casa domenica». Così è stato, ma sei tornata alla casa del Padre. Di domenica come avevi detto.

Sono venuta al tuo funerale il giovedì successivo. Non ero sicura di farcela perché la stanchezza a fine gravidanza è debordante e cominciavo a sentire qualche «avvisaglia». La messa è stata l’immagine di te: sobria, intensa, poetica, luminosa e dolce. Guardavo dal fondo della chiesa tutti gli amici che erano venuti a salutarti e a un certo punto ho pure sorriso, pensando che eri al centro dell’attenzione e … forse … non l’avresti gradito. Non era da te essere una prima donna. Poi ho pianto a dirotto quando Davide Rondoni ha letto la poesia che ha scritto per te e che comincia:

 

A un cenno di Dio

Le anime più timide

Si fanno splendenti

 

La notte di quel giovedì non ho dormito perché sono arrivate le prime contrazioni, ma non volevo ancora convincermi che fossimo arrivati al momento della nascita. Venerdì le contrazioni sono progressivamente aumentate e mi sono decisa a chiamare il mio angelo custode, l’ostetrica Chiara, che mi ha seguito e mi avrebbe personalmente accompagnato nel travaglio. Lei mi ha visitata e con un sorriso ha risposto al mio impaurito timore: «Da adesso si va solo avanti». Un delicatissimo modo per dire che era tempo, era IL tempo.

Insomma, sono entrata in ospedale e poi in sala travaglio; nella borsa avevo con me la foto del tuo ricordino del funerale, quelle in cui sorridi bellissima. Alle 22.05 Matilde è nata.

Mistero grandissimo di Chi disegna la realtà e ci parla dentro il vento che sussurra, il fiore che sboccia, l’acqua che scorre. Dentro questo grande mistero è accaduto che tu entrassi nella Casa del Padre e l’indomani Matilde entrasse nella vita e nella nostra casa. Tu ti sei congedata da tutto ciò che è terreno e lei ha cominciato a conoscerlo. A pensarci, sembra un passo a due di danza; un ritmo universale tra voi due. Come non vederlo come un bellissimo e vertiginoso passaggio di testimone? Come potrò guardare mia figlia senza pensare a te, che appena arrivata in cielo mi hai accompagnata a farla nascere? Ecco. Ora sento davvero di dire che siamo amiche. E non avrei mai pensato che la trama degli eventi ci legasse in una storia così incredibile.

La nostra Matilde

La nostra Matilde

Mi hai fatto capire anche un’altra cosa, a dire il vero. Ai più sembrerà una stramberia folle o persino una bestemmia quello che sto per dire. C’è un punto di contatto, o somiglianza radicale, tra il tuo tumore e la mia gravidanza. L’unico modo di guardare in pienezza positiva, e non egocentrica, una gravidanza è considerarla al pari di un tumore … cioè di una “estraneità-alterità” che s’infila dentro il corpo. In entrambi i casi è un Altro che viene a visitarti, invadendo il tuo corpo. Il parto è il vero momento in cui si capisce l’essenza autentica della gravidanza ed è morte di sè (nel dare la vita), proprio come è morte ciò a cui porta – talvolta – un tumore.

La morte non è una cosa brutta, è l’io che si consegna a Dio. Considerare la gravidanza come qualcosa che la donna «fa e gestisce» è un errore madornale. L’unica capacità vera che la donna ha nel dare la vita a un figlio è quella di consegnarsi a un progetto universale che sta dentro il suo corpo, ma di cui non è padrona. E partorendo, una donna sente – addirittura – che deve morire per dare la vita. Deve abbandonare le sue sole forze e aprirsi a Dio che – attraverso le sue viscere – porta nel mondo un essere umano nuovo. C’è un supremo momento di morte nel travaglio in cui la donna non può più nulla, deve consegnarsi a un Altro, ad una alterità che la sfinisce e la devasta.

Le contrazioni iniziano piano e sono come l’eco dell’origine del mondo che viene a visitarti dai secoli dei secoli; è l’esplosione del Big Bang che pian piano arriva fino alla tua pancia, per farti esplodere. Le contrazioni sono il battito cardiaco dell’universo, voce potente e diretta del Creatore. E il corpo deve cedere, deve lasciarsi morire. Così è nella malattia che porta alla morte. Il corpo deve cedere di fronte all’invasione di una sofferenza che ha la forma carnale di un tumore che via via cresce dentro. Il corpo sfinito si abbandona a Dio e alla sua volontà, a volte incomprensibile.

Certo la gravidanza non è una cosa drammatica come la malattia. Sì, è vero, verissimo. Ci mancherebbe. Eppure in questo passo di danza misterioso, in cui tu, Marina, hai incontrato e incrociato la mia Matilde, ho intuito un’altra cosa. Così come la tua malattia ha detto qualcosa alla mia gravidanza, ecco che la mia gravidanza ha qualcosa da dire alla tua malattia devastante e mortale. È qualcosa che c’entra con quell’enigmatica frase di Gesù sul seme che solo morendo dà frutto. Durante il travaglio e il parto questa verità è lampante: la donna muore di dolore per dare la vita, si spacca come il seme che sboccia.

La tua sofferenza e morte, cara Marina, ha in modo del tutto simile generato vita. Dal cielo senz’altro vedrai come la gente, i tuoi amici, si sono «svegliati» da quando ti abbiamo salutato in chiesa. Anche io sono tra questi. Improvvisamente, sei fiorita, tutto ciò che hai scritto e fatto durante la tua vita ci è luminosamente esploso davanti agli occhi. È quasi assurdo da dire, ma ora capiamo meglio la tua voce di scrittrice. Lo capiamo meglio ora, che sei assente. Morendo stai dando frutto, stai dando grande frutto. Sei viva tra noi e generi vita in un modo tutto nuovo, addirittura più compiuto. Ci manchi, tanto. Eppure ci sei. E in più io ti vedo tutte le volte che guardo negli occhi mia figlia.

Il primo giorno di scuola

E non c’è proprio niente da fare, il primo giorno di scuola è un momento emotivamente intenso. Nonostante un genitore ci arrivi dopo aver fatto l’inserimento al nido e l’inserimento alla materna, quando è tempo di accompagnare in prima elementare il proprio figlio, il cuore va in subbuglio.m_7595dee220

Niente più tiepido inserimento. Con grembiule e cartella, tieni tuo figlio per mano e poi lo lasci all’ingresso della classe e vai a riprenderlo cinque ore dopo. Ora che mio figlio è in quarta, tutta la trafila di inizio scuola è ormai solo routine, ma l’anno della prima elementare per me fu commovente anche tutta la fase dell’etichettatura del materiale … il che è tutto dire. Non so, mi pareva come di essergli accanto, mentre scrivevo mille volte lo stesso nome su ogni pastello, su ogni pennarello, sulla matita, sulla colla, sulla gomma: pensavo che, anche se sarebbe stato solo in quell’ambiente nuovo, la mia presenza però c’era nell’ordine del corredo che gli avevo preparato.

Avrò ricontrollato il materiale decine di volte, con l’elenco sotto mano: quasi come se, mancando un tubetto di colla, potesse succedere l’irreparabile! Anche la prima merenda gliel’avevo preparata io, facendo dei “pan goccioli” in versione casalinga. Insomma, mi ero dedicata anima e corpo a quest’evento.

Poi è arrivato il gran giorno e, in mezzo al putiferio generale di studenti e genitori, mi sono trovata davanti alla porta della sua nuova classe. Sulla porta c’era la maestra sorridente che lo ha preso per mano e lo ha accompagnato al suo banco: aveva preparato un’etichetta colorata per ogni bimbo sull’attaccapanni e sul banco. «Ma pensa, – mi sono detta – non ho pensato a lui solo io. Anche la maestra si è indaffarata per accogliere tutti e ciascuno». Il punto di vista, allora, si è allargato, per far spazio a quella che poi è diventata una grande figura di riferimento. Ricerca-bambini-scuola-2

Da quando mio figlio è alle elementari, la maestra è per lui una persona importante, con un ruolo diverso – certamente – dai genitori, ma con una sua fondamentale autorità. Ed è bello che talvolta lui mi dica qualcosa con profonda convinzione, aggiungendo: «L’ha detto la maestra Marina!». Capisco che la crescita passa anche da qui, dal fatto che il bambino comincia a trovare fuori dal recinto domestico altre persone da seguire.

Comunque, il punto davvero saliente di quel primo benedetto giorno di scuola accadde quando andai a riprendere mio figlio all’uscita. Quella mattina ero rimasta per un po’ a rimuginare da sola su una panchina, quasi sentendomi un po’ “vuota” … senza il rumore di sottofondo tipico della presenza infantile in casa. Poi avevo fatto le commissioni in programma. Molto prima delle 13, eccomi di nuovo di fronte alla porta della sua classe, ancora chiusa. Al suono della campanella, la porta si è spalancata inondandoci della luce che proveniva dalle finestre della classe … e poi una fiumana di voci e grembiuli colorati. Sorridevano tutti e, ovviamente, dopo la domanda di rito: «Allora, come è andata?» è cominciato il fiume di racconti entusiasti di un bimbo che si era proprio divertito. Certo, la scuola riserva anche momenti meno esaltanti, ma non il primo giorno!

Ecco, è stato proprio in quel momento che ho avuto un flash. Non saprei spiegare bene il come o il perché.

So che … così … di botto … ho pensato a Dio.

scuolaHo come intuito di aver vissuto sulla mia pelle qualcosa che Dio prova per ogni essere umano che nasce. Lo manda a scuola, sì … la nascita non è altro che il nostro primo giorno di scuola. È il giorno in cui lui si fa da parte per affidare ciascuno ad altri; Lui è il vero genitore, ma ci affida a uno spazio di terra che è come una classe in cui regnano e abitano dei maestri, mamma e papà.

E se io, che sono solo una mamma distratta e apprensiva, ho prestato un’attenzione così certosina per accompagnare mio figlio a scuola quel primo giorno, cosa devo pensare di Dio, della premura che avrà messo dietro la nascita di ciascuno? Per un attimo ho ripensato ai mesi prima della nascita di Michele, a quanto impegno, premura e preoccupazione avevamo messo nell’accogliere il bambino che sarebbe arrivato. Ma prima non avevo mai pensato di essere “solo” la maestra, cioè di essere solo una delle due metà che accudivano quella nuova vita. Pensavo che in quel caso tutto dipendesse da noi, da me e da suo papà. E invece noi eravamo solo metà della mela. Noi genitori, come le maestra, lo abbiamo accolto nella nostra casa-classe, ma Chi ce lo aveva affidato senz’altro s’era indaffarato quanto e più di me nel preparare quell’evento.

E cosa devo poi pensare della fiducia di Dio? Io stessa ho capito che affidarlo alla maestra sarebbe stato l’inizio di un’avventura bella. Quando un essere umano viene al mondo, accade anche questo misterioso passaggio in cui Dio si fida delle sue imperfette creature: lascia un suo figlio dalla presa delle sue mani onnipotenti, per affidarlo ad altre mani umane, per metterlo nel tumulto impetuoso del tempo e della storia.

Ma Dio non si assenta. Aspetta, semplicemente.

Cosa devo, infatti, pensare dell’uscita da scuola? Non sarà poi così brutto se, dopo una vita passata nella scuola del mondo (tra amici e nemici, brutti voti, interrogazioni, divertimenti, esperienze mirabili), un giorno usciremo di classe, sì … lasceremo la terra … ma, ecco, a questo punto non posso proprio evitare di pensare che Qualcuno, lo stesso che ci ha accompagnati il primo giorno, sarà lì trepidante ad aspettarci appena fuori dalla porta per chiedere: «Allora, com’è andata?». E godrà nel sentire il nostro fiume di racconti.

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