Prima e dopo

Non è niente di che … l’ho girato col telefonico mentre camminavo (e si vede). Era ieri, un giorno qualunque, in un caldo pomeriggio qualunque.
Ma è giusto per dire cos’è la poesia. Soprattutto è per quelli che credono che sia roba pallosa per eruditi.
… il “prima e dopo” non vale solo per i prodotti cosmetici, ma anche per la realtà, che a volte ci sembra banale se qualcuno non ce la fa “vedere”.

Il testo è di Eugenio Montale – Ora sia il tuo passo

Ipse dixit #4 – Platone e piattini

tea

Foto di Daniel Y. Go

 

«È una teoria sbagliata e pericolosa quella che afferma che il poeta è necessariamente una persona fuori di testa. L’uomo provvisto di immaginazione non può in nessun modo essere fuori di testa, perché percepisce il senso delle cose vicine e lontane con la stessa chiarezza. Nel più sublime dei sensi, un poeta non può ragionevolmente dimenticare la sua tazza di thé solo perché sta riflettendo su Platone. Se non comprende una tazza di thé che ha sotto gli occhi, come potrà capire un Platone che non ha mai visto?»
(G. K. Chesterton su Sherlock Holmes)

Buongiorno

Foto di Larah McElroy

Foto di Larah McElroy

Ogni sentiero e ogni orto che c’è,
ogni cespuglio di rosa,
ogni celeste nontiscordardime
su cui la rugiada riposa:
«Su, sveglia – gridano – nasce il giorno
e sale tra valli ridenti e prati,
abbiam soffiato nel mattutino corno,
per dirvi: amici, v’attendono i vostri alleati»

R. L. Stevenson, Fiori del giardino

I poeti davvero bravi – dice Chesterton – scrivono della primavera, cioè scrivono di cose su cui altri mille poeti hanno già scritto. Il bravo poeta usa le rime sole-cuore-amore. Perché solo un bravo poeta è in grado di adempiere al compito più difficile possibile: farti vedere che l’erba è verde, mostrarti come nuovo ciò che da sempre è sotto i tuoi occhi.

E così, un grande scrittore e poeta come Stevenson immaginò che i fiori, riaprendosi ogni mattino, ci rivolgano l’invito ad andare incontro alla nostra giornata, come dicessero: il giorno è spuntato e noi siamo i tuoi alleati; noi siamo il tuo post-it fiorito, l’appunto quotidiano in cui sta scritto che non sei una foglia al vento, ma una creatura che ogni giorno sboccia al giorno della vita.

C’è alleato migliore della realtà vivente? Per dirla con S. Francesco, è l’incessante Cantico delle Creature.

Sempre Chesterton ne L’uomo che fu Giovedì racconta di un duello mortale che il protagonista deve combattere e che si svolge proprio in mezzo a un grande prato fiorito. Di fronte alla paura della morte, paura cocentissima e tutt’altro che astratta, nasce in lui un coraggio quasi ancestrale, non da superuomo ma da uomo in carne e ossa. L’erba, il sole e i fiori gli ricordano che il dato della vita non è mai neutro, ma sempre sbilanciato sul positivo – anche nel momento supremo in cui un uomo è di fronte alla morte:

Perché non appena vide il bagliore del sole correre lungo il filo della lama del suo rivale e non appena sentì quelle due lingue d’acciaio toccarsi e vibrare come se fossero animate, si rese conto che il suo nemico era un avversario terribile e capì che probabilmente era arrivata la sua ora.
Avvertì in modo stranamente vivido il valore di tutto ciò che lo circondava, anche l’erba sotto i suoi piedi; sentiva l’amore alla vita che c’è in ogni cosa vivente. S’immaginò persino di udire il rumore dell’erba che cresceva; s’immaginò persino che nel prato attorno a lui germogliassero nuovi fiori e si schiudessero i loro boccioli … fiori rossi come il sangue e d’oro splendente e azzurri, che facevano trionfare lo spettacolo della primavera. … A questo pensiero, Syme raccolse le forze e tutto ciò che di buono c’era in lui cantava nell’aria alzandosi alto quanto il vento che stormiva tra gli alberi.
G. K. Chesterton

Ferita, preziosa

Kintsugi

Statisticamente nell’astuccio del mio figlio maggiore (seconda elementare) quello che si esaurisce sempre in un batter d’occhio è la colla. Ne compri una scorta gigantesca pensando che basti per tutto l’anno, dopo un mese bisogna comprarne altra. Quando c’è qualcuno al lavoro, la colla serve sempre: perché ci sono lembi di cose distanti da avvicinare, pagine strappate da ricomporre. La colla è indispensabile, per tenere insieme e per rimarginare.

Sono rimasta colpita nello scoprire il kintsugi o kintsukuroi, l’arte giapponese di riparare un oggetto rotto usando come colla l’oro e l’argento. Anziché nascondere il trauma che l’oggetto ha subito, lo si enfatizza impreziosendolo. Un post molto bello nel blog elinepal descrive il valore di quest’arte, un modo di rendere visibile la preziosità del dolore. Non solo, anche l’unicità preziosa del dolore. Un oggetto, cadendo, si frantuma o si sbecca in un modo particolarissimo; dunque, una volta riparato mettendo in evidenza le linee di frattura con l’oro, avrà l’aspetto unico e irripetibile di quell’evento particolarissimo che lo ha segnato.

Spontaneamente noi vorremmo che – nel tempo – un dolore o una ferita diventassero trasparenti. Cioè, che si rimarginassero in modo da non lasciare il nostro fianco visibilmente traumatizzato. Insomma, una volta sanguinato profusamente, ci auguriamo che una qualche super-colla come il SuperAttack possa rinsaldare ciò che si è spezzato e ci renda di nuovo intatti e apparentemente perfetti. Nascondere i punti della nostra vulnerabilità è un istinto difensivo nei confronti degli altri, ma anche nei confronti di noi stessi: pensiamo che una superficie liscia e incorrotta sia sinonimo di forza e saldezza.

Il kintsugi fa vedere l’opposto. La saldezza viene da ciò che salda, cioè dallo spazio della ferita stessa. L’oro ripara e brilla; può riparare un vaso di coccio che si è frantumato, rendendolo così più prezioso di quello che era in principio. Questo è interessante, perché è un’ipotesi più radicale e vigorosa di “quel che non ti uccide ti rende più forte”. Usare l’oro per riparare, lasciando al contempo visibile una frattura, significa buttare lì l’ipotesi che la parte preziosa di noi è quella che ha attraversato la contraddizione, che si è impantanata nella debolezza. La nostra fibra resta povero coccio, impreziositosi e forgiatosi della sua unicità proprio dentro l’esperienza del dolore.

Per qualcuno ostentare le proprie cicatrici è un atto di pura vanità, ma può essere invece l’atto di umiltà gioiosa di chi fa memoria di una ricchezza incontrata (misteriosamente) in un punto buio della vita. Può anche essere il desiderio caparbio di chiamare per nome quell’imprevedibile potenza che attraversa la vita, ti fa a pezzi eppure ti forgia come un prezioso pezzo unico. Ma perché questa artigianale riparazione avvenga, occorre non sopprimere il bisogno di unità che c’è al fondo della nostra persona. E non è scontato, considerando che gran parte dell’arte moderna e contemporanea ha raccontato l’uomo come una derelitta figura frammentata.

Il poeta caraibico Derek Walcott ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 1992 per quel capolavoro che è il suo poema epico Omeros. Mentre nelle grandi metropoli occidentali la poesia del ‘900 sembrava destinata a cantare solo la tragedia di uomini perduti o ridotti a scheletri, dalle Antille è giunta la voce di questo poeta che ha edificato un grande castello poetico, usando la sabbia fragile della sua terra e le solide fondamenta di Omero e Dante.

Walcott, pelle mulatta e occhi di ghiaccio, ha impresso nel suo stesso viso l’identità incerta e difficile del suo arcipelago, passato attraverso i colpi ferali del colonialismo e tuttora drammaticamente segnato da povertà e instabilità politica e sociale. Che in un tempo come il nostro la voce tonante dell’epica giunga da una periferia del mondo come i Caraibi è segno della ricchezza feconda che sgorga dalle ferite. Quest’uomo quando viene in Europa, e anche in Italia, a parlare di poesia insegna uno sguardo brusco e ruvido del mondo, ma “immune dalla disperazione”. Spesso, nei nostri quieti e inamidati salotti letterari, si parla di letteratura come se fosse solo un perfetto oggetto da esposizione da tenere in un museo, cioè lontano dalla pulsante realtà.

Invece, in uno dei passaggi più significativi del discorso che tenne in occasione della consegna del premio Nobel, Walcott usò proprio l’esempio del vaso rotto per parlare dell’amore poetico più umano che esista:

Rompi un vaso, e l’amore di chi si mette a riassemblare i pezzi è più forte dell’amore che dava per scontata la simmetria di quell’oggetto quando era intero. La colla che attacca i pezzi, è il sigillo della sua forma originale. E’ un simile amore che rimette insieme i nostri frammenti africani e asiatici, quell’oggetto dal profondo valore affettivo frantumatosi che, una volta restaurato, mostra le sue bianche cicatrici. Questo ricomporne i frantumi rappresenta la preoccupazione e il dolore delle Antille, e se i pezzi sono disparati, non combinano, contengono più dolore dell’oggetto originale, di quelle icone e sacri vasi dati per scontati nei loro luoghi ancestrali”. (da Le Antille, frammenti di una memoria epica)

Derek Walcott in Pantomime

Derek Walcott