La gratuità e le offerte

“Eppure tale è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo,

che sono spesso le piccole mani ad agire per necessità, mentre gli occhi dei grandi sono rivolti altrove”.

Elrond

(da Il signore degli anelli)

 

carrello-offerte

Prendi 3, paghi 2. Prezzi bassi e fissi. Sottocosto. Operazione convenienza. … e via dicendo.

Io ci casco sempre. La posta si riempie di volantini con le offerte dei supermercati e io mi metto giù a testa bassa a fare crocette, a evidenziare prodotti, a segnarmi in giorni in cui queste mille imperdibili occasioni sono valide. Perché la famiglia è cresciuta e bisogna badare alle spese. Queste offerte danno l’impressione di farti risparmiare. E io ci casco sempre. Vado al supermercato, munita di fogli e foglietti, prodotti evidenziati, crocette sui volantini. Poi mi ritrovo alla cassa, il carrello pieno zeppo di roba oltre ai prodotti in offerta  … e quando vado a pagare salta fuori un benedetto asterisco accanto al buono sconto del 40% … e non lo posso usare. In compenso ho speso tanto, per cose che non erano sulla mia lista. saldi

L’asterisco rimanda a una scritta lunghissima che elenca eccezioni su eccezioni, prodotti esenti dall’offerta – che guarda caso sono proprio quelli più costosi e indispensabili. Il latte per l’infanzia non è mai incluso nelle promozioni , ad esempio. Accidenti a me, che non leggo mai bene tutte le spiegazioni degli asterischi, ma sono scritte così in piccolo! Tendenzialmente, mi sfugge la cosa importante.

Mi viene in mente, allora, quando vado al mercato dei contadini a comprare la frutta e la verdura. C’è un anziano con le sue cassette messe un po’ a caso e gli ortaggi ancora sporchi di terra. Credo che sarebbe in difficoltà a pronunciare una frase più lunga di cinque parole. Tutt’altra roba rispetto al luccichio del reparto frutta e verdura del grande supermercato e alle sue scritte ammiccanti. Il vecchio contadino mette quello che gli chiedo in un sacchetto di carta, guarda il tutto e mi dice: «Ecco, facciamo 2 euro». E mi porge una mano rugosa e callosa, anch’essa sporca di terra. Non mi fa offerte, e credo che non guadagni molto da quel che coltiva. Ma non mi ha mai fregato. In fondo ai suoi cestini non ho mai trovato una fragola marcia. Ho trovato verdura meno appariscente e perfetta di quella del supermercato, ma buona. Ho mangiato le sue mele un po’ ammaccate e geometricamente sformate, ma buone.

Fattoria romagnola

Il disegno fatto da un bimbo nella Fattoria Romagnola, degli amici Fabiola e Andrea (www.fattoriaromagnola.it)

Ecco, penso alle parole di Giorgio Barchiesi, ovvero Giorgione l’oste. Lo ha intervistato Monica Mondo in una bellissima puntata di Soul e lui ha sgretolato con ragionevolezza un altro mito della cultura moderna: il biologico. «Il biologico non vuol dire ‘buono’, vuole dire ‘senza veleni’. Per quanto mi riguarda, do per scontato che certe cose dovrebbero essere fatte bene. Quindi la certificazione biologica è soltanto un pezzo di carta che stabilisce che un certo prodotto rispetta determinati canoni, ma non è detto che un olio biologico sia buono. È buono se chi lo fa, lo fa bene. Poi, può essere anche biologico».

Insomma, ci sono tanti specchietti per le allodole. Alcuni sono vestiti elegantemente da «salute e natura». Sono anch’esse offerte. Toccherebbe avere sempre gli occhi e la mente aperti, all’erta. Ma vai di fretta, e allora le offerte ti strizzano l’occhio, perché stanno sempre nelle corsie centrali e vicine alle casse. È fatta, ci casco sempre. «Il tempo è importante per tutte le cose. Tu vai a fare la spesa? Ci vai di corsa e non scegli più. Scelgono altri per te» è sempre Giorgione a dirlo in quell’intervista. Mi lamentavo di tutto questo pubblicamente su Facebook. La mia migliore amica Lucia, che è più che altro una sorella, mi ha scritto un commento sacrosanto: «Non badare alle offerte, ma al tuo bisogno». Santa donna! Mi ha riportato al sano buon senso umano. L’ansia, la fretta, la stanchezza e la seduzione della pubblicità mi fanno il lavaggio del cervello. E il sano buon senso viene gettato alle ortiche.

Uhmmm … No! Magari venisse gettato alle ortiche!

Alla luce di un fatto recente, il modo di dire sulla «cattiveria» delle ortiche andrebbe rivisto. L’ortica non è simpatica. Quante volte, quando facevo gli scout, mi ha punto le gambe e le braccia. Fastidioso, fastidiosissimo. Nell’immaginario comune è una pianta associata alla negatività, alla brutalità della natura, cioè al suo volto anche aggressivo. Ebbene, in Francia sta accadendo – sotto il silenzio generale – una rivoluzione in nome dell’ortica.

Da secoli nella tradizione contadina esiste il macerato d’ortica, un ottimo concime e disinfestante per l’orto. È naturale, essendo fatto di acqua e piante di ortica. Eppure è stato messo al bando dalla legge, perché questa ricetta tradizionale non è stata ancora «omologata». Il paradosso francese ci presenta una situazione assurda: il contadino e il giardiniere non possono usare il macerato d’ortica, ma devono usare prodotti chimici omologati. Il macerato naturale e non omologato è bandito; i concime e diserbanti chimici palesemente inquinanti, ma omologati, sono approvati.

Il contadino e scrittore francese Bernard Bertrand ha fondato l’associazione Amici dell’ortica e sta combattendo questo provvedimento legale assurdo: «Si vieta di trasmettere un sapere che appartiene alla memoria collettiva e potrebbe anche perdersi, di questo passo. Il solo fatto di comunicare pubblicamente, ad esempio durante un corso, o in un testo o anche in un articolo, la ricetta secolare del macerato, o anche l’efficacia diserbante dell’acqua calda, in teoria comporta una multa salata e due anni di prigione. Magari non si arriverà a tanto, ma l’effetto disincentivante c’è». ortica

La cosa puzza di potere e speculazione. Sì, perché la tradizione parla di qualcosa di gratuito: acqua e ortiche le trovi nei fossi. E le grandi aziende che producono concimi e fertilizzanti non temono forse un concorrente così sleale? Il potere, con le sue leggi, pare inchinarsi alle grandi lobby commerciali … quelle che poi vengono a farti le offerte … quelle che, intanto, vorrebbero schiacciare coi loro grandi piedi la gratuità della natura. Che tristezza, che rabbia!

Gettiamo tutto alle ortiche, verrebbe da dire. Intendendo che dovremmo ripartire dai fossi e dalle erbacce cattive. Montale – pace all’anima sua! – lo disse a suo tempo:

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla

Lui sosteneva di preferire le piante spontanee a quelle dai nomi altisonanti ed eleganti. Era una metafora poetica per dire che preferiva l’autenticità della vita alle ideologie astratte. Oggi Montale avrebbe dedicato un poema all’ortica, la cui puntura forse non è solo nociva. È irritante, e speriamo irriti molto le logiche del commercio consumistico.

Foto di Vito Manzari

Foto di Vito Manzari

Concludo con una vicenda storica che mi pare una metafora fantastica. Immaginiamo lo splendore della reggia di Versailles: un immenso palazzo con un giardino altrettanto sfarzoso e curato, immagine del potere assoluto del Re Sole. Un giardiniere che tuttora si occupa di curare i possedimenti di Versailles ha raccontato in un documentario che il Re Sole ha avuto i suoi problemi con le ortiche. I giardini di Versailles non dovevano mai avere una foglia o un filo d’erba fuori posto; dovevano dare testimonianza della grandezza di un regno sotto il controllo assoluto del più grande dei re. Ebbene, l’ortica ha sempre fatto da guastafeste nella reggia di Versailles: nessuna disinfestazione è riuscita a smantellarla. L’ortica è sempre tornata a invadere con sregolatezza quello spazio che doveva essere geometricamente perfetto. È tuttora così.

L’ortica ha irritato molto il Re Sole. Una piccola erbaccia è stata più resistente del potere immenso e assoluto di un sovrano.

La gratuità delle sue proprietà naturali sta tuttora irritando il grande palazzo del business. Che sia questa piccola pianticella snobbata e odiata uno dei segni di speranza dei nostri tempi? Che sia lei a ricordarci che c’è sempre una risposta semplice ai nostri bisogni? Che sia lei a ricordarci che il bisogno non è quella cosa generata dalle logiche commerciali?

Accanto alle autostrade del consumo, della bulimia da acquisto e del profitto mascherato da salute, ci sono i fossi del buon senso dove scorre l’acqua e crescono piccole erbette verdi. Pungenti e tenaci. Antipatiche e ricche di nutrimento. Vecchie e sane quanto il mondo.

 

PS: … in attesa della rivincita delle ortiche, mangiamoci su!

Amici per le scale

supermarket-improvements-failPer ottimizzare i tempi faccio la spesa di pomeriggio, quando passo a prendere alla materna mio figlio minore. Così esco di casa un’unica volta. Capisco che la mia comodità non tiene conto delle esigenze di mio figlio che, dopo un’intera giornata di giochi e impegno, gradirebbe andare a casa a rilassarsi e non mettersi dentro il caos di un centro commerciale. Mea culpa. Anche perché l’ambiente del centro commerciale è pieno di trappole per il bimbo in tenera età. È il luogo in cui la dinamica del desiderio viene esasperata e distorta nel «voglio … voglio … voglio».

Ma il bambino può anche sorprendere, anzi sorprende sempre.

E così di recente ci è capitato un fatto simpatico. Usciti dalla materna, io e Martino (5 anni) siamo andati a fare la spesa. Abbiamo parcheggiato e preso il carrello, poi ci siamo avviati sulle scale mobili che portano al piano del supermercato. Io tenevo il carrello, Martino c’era sdraiato dentro. Qualcuno è arrivato dietro di noi, ne sentivamo le voci alle nostre spalle mentre salivamo.

«Babbo, prendiamo il carrello con la macchinina?»ShoppingCar

«No»

«Perché?»

«Perché? Ti ricordi cos’è successo la settimana scorsa? L’hai voluto e poi ci sei stato dentro due secondi e basta … poi ti sei messo a correre a piedi e non hai voluto più saperne di stare nella macchinina. No, non spreco 4 euro per quell’aggeggio».

«Babbo, ti giuro che questa volta ci sto dentro per sempre».

«No, punto e basta».

Ne è seguito un pianto a dirotto.

Per tutto il breve tempo di questo dialogo, Martino mi ha fissato con gli occhi sbarrati. Sospetto che abbia avuto un deja vu. In ogni caso, non appena è scattato il pianto, Martino si è sporto fuori dal carrello per guardare il bambino disperato alle nostre spalle. E gli ha detto, come se si conoscessero da una vita: «Stai tranquillo. Anche mia madre mi ha detto la stessa cosa. Non c’è proprio speranza».

Il bimbo, forse più stupito che convinto da quelle parole, ha interrotto per un po’ il pianto. Io mi sono girata verso l’altro genitore e sorridendo gli ho detto: «A quanto pare siamo banali e diciamo tutti le stesse cose …».

Il bambino è senz’altro più fragile di fronte alle trappole e alle tentazioni furbe del mondo commerciale degli adulti, e lo è perché la dinamica del desiderio in lui è ancora «spudorata», senza filtri. Ma proprio questa spudoratezza è anche il suo anticorpo. Noi adulti filtriamo i desideri; valutiamo, ponderiamo. Ma filtriamo anche la condivisione; ci tratteniamo. Il bambino non riesce a farlo. Se vede qualcuno a cui capita un’esperienza simile alla sua, lo sente vicino e spontaneamente … «spudoratamente» entra in rapporto, si sente spinto a condividere.

Quante volte vediamo persone sconosciute impelagate in piccole vicissitudini che anche a noi sono capitate. Sappiamo quello che stanno passando, eppure spesso e volentieri prevale la dinamica del «non mi impiccio». Se cominci a condividere, magari saltano i tuoi programmi … fai tardi. E poi, se noi ne siamo venuti fuori da soli, ce la faranno anche loro, no?

Per il bambino, invece, la somiglianza è una calamita che lo porta verso l’altro, saltando a piè pari il muro del non conoscersi. Se io e te abbiamo qualcosa in comune, beh … allora … un po’ ci conosciamo già.

supermarket-431x300Io ricordo l’abitudine bellissima di scambiarsi il carrello ai supermercati: appena ti avvicinavi alla fila dove erano legati, qualcuno ti diceva sempre: «Aspetti, lo dia a me» e ti allungava la moneta da 500 lire. Ora neppure questo minimo di condivisione accade più. Almeno a me non è capitato più da molto tempo. Ciascuno infila il carrello ed estrae la sua moneta; dietro qualcuno aspetta e lo prende a sua volta infilando la sua moneta. Eppure siamo lì per lo stesso motivo: farina, latte, pelati, biscotti … .

Quelle poche parole mi mancano. Mi mancano le 500 lire di un altro, e lasciargli il carrello con le mie 500 lire. Era un po’ come passarsi il testimone, cioè tenersi per mano – da sconosciuti – nel tran tran della vita quotidiana.