‘na tazzulella ‘e café

Il cielo è ovunque a casa sua, diceva Chesterton. Ma anche chi sta in cielo vuole sentirsi a casa; e così, spulciando nei trafiletti dei giornali, scopro che è stata progettata una macchina del caffè per lo spazio, di cui potranno servirsi gli astronauti a bordo della stazione spaziale ISS.

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Foto di Jordan Merrick

A me l’espresso manca non appena metto piede all’estero (cioè, quelle rare volte che metto piede all’estero …); per non parlare di come sono conciata ogni mattina nel tragitto letto-cucina, prima di trangugiare una tazza intera di caffè. Certo, si addice di più a una signora il verbo “sorseggiare”, ma prima di prendere il caffè io non sono una signora … e quindi non sorseggio, ma trangugio. Poi, dopo il caffè, il mondo si schiude di fronte ai miei occhi e la vita comincia e riacquisto le buone maniere.

Ecco, figuriamoci se non capisco gli astronauti. Sia dato un caloroso benvenuto a questo caffè tra le stelle. Quest’espressione spalanca all’immaginazione un regno fantastico: viene da pensare a tavolini che fluttuano nel cielo insieme a qualche sedia e camerieri eleganti che volano con vassoi pieni di tazzine. Magari un trio jazz, con piano, cantante e violoncello; anch’essi magicamente sospesi nel vuoto. E poi allegre chiacchiere tra un sorso e l’altro. Lo so che una stazione spaziale non è il Caffè Florian di Venezia, ma è più forte di me. Io mi immagino Samantha Cristoforetti e i suoi colleghi proprio come fossero al bar.

Perché il caffè evoca per noi un universo domestico, luoghi e momenti di giornaliero ristoro; e l’uomo non può fare a meno di rendere ogni domestico ogni cantuccio dell’universo, appena ci mette piede. Porta in orbita il caffè (… e penso che ne offrirebbe uno anche ai marziani). Questo è significativo: anche nei luoghi più remoti noi abbiamo bisogno di sentirci a casa. Ad esempio, in una stanza d’albergo io mi sento meglio non appena vedo i miei asciugamani in bagno e il mio pigiama sul cuscino.

Ma che casa è quella che abita l’uomo? Che posto è un mondo abitato dalla presenza degli uomini? Non è un posto perfetto.

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Foto di Thomas 8047

Che sia stato o meno casuale, dopo aver letto la notizia della macchina del caffè per astronauti ne ho letto un’altra … ehm … più terra terra. È stata arrestata a Viareggio una 42enne che derubava gli anziani dopo aver avvelenato il loro caffè: in pratica li imbottiva di sonniferi e poi toglieva loro quel poco che avevano.  Non è un crimine tra i più efferati di cui abbiamo sentito parlare, ma è tremendo. Il caffè per noi italiani è un sacro rito di ospitalità e compagnia. Al bar, di fronte a una tazzina, parli di cose importanti anche con uno sconosciuto. Una volta, una barista – mai vista prima – mi confidò in un quarto d’ora il dolore per la morte improvvisa del figlio .

Il caffè non è una bevanda, come non lo è il tè per gli inglesi. È la pozione magica che vince la solitudine, fosse anche solo per un minuto. E chi dice che scambiare due chiacchiere davanti a un caffè è un pro forma, forse ha ragione; ma è una formalità radicata su una sostanzialità dimenticata: l’uomo può cominciare a condividere con gli altri il suo spirito, solo se condivide la propria carnalità. Perché nelle situazioni più assurde, tipo quando piove e siamo senza ombrello, ci viene spontaneo vincere la ritrosia verso gli altri e metterci a parlare? Perché sono i momenti in cui ci rendiamo davvero conto che siamo tutti sotto lo stesso cielo; indaffarati con i nostri limiti ed errori; pieni di imprevisti e incidenti. Siamo creature, esseri di passaggio, e ce ne accorgiamo meglio di fronte ai fatti che enfatizzano la nostra creaturalità. Ecco: abbiamo bisogno di mangiare e bere, tutti. E nutrirsi è un momento intimo e profondo, proprio perché svela un bisogno sostanziale e anche che siamo creature bisognose (non autosufficienti). Bisognose di cibo per stare in vita. Condividere il gesto del nutrirsi con altri crea per forza una compagnia, anche momentanea, ma sincera. È un momento sacro in cui siamo davvero tutti uguali. Forse non lo siamo davanti alla legge, ma lo siamo davanti a un caffè.

Perciò mi risulta tremendo il crimine della signora viareggina, perché insinua il veleno nel domestico. È proprio come trovare un serpente in un giardino … per citare Adamo ed Eva. Basta poco, dentro il recinto della nostra domesticità, per precipitarci dalle stelle alle stalle. In questo senso, il racconto biblico del Giardino dell’Eden è più vero della storia: contiene la verità più autentica del genere umano: un piccolo seme di male è in noi ed è capace di rovinarci la festa. Sonnifero nel caffè, un trucco per fregare della povera gente che si fida, proprio perché sta bevendo un caffè. Ma non mi scandalizza dire che anche tra le stelle noi saremmo capaci di portare le stalle; saremmo cioè capaci di scombussolare la perfetta magnificenza delle stelle. Se abbandonassimo la terra per andare a stabilirci in un’altra galassia, non solo ci porteremmo dietro la nostra caffettiera, ma anche tutto ciò che le va dietro. Cioè: pur tra le stelle, l’uomo non smetterebbe di essere uomo. Non diventa un angelo solo perché ha spiccato il volo.

Foto di Kris Williams

Foto di Kris Williams

Come prima reazione, leggendo insieme quelle due notizie, ho provato amarezza; prima ho pensato: “Che bello sentire l’aroma di caffè su Orione!”, poi ho pensato che anche su Orione c’era il pericolo di bere un caffè avvelenato. Come reazione meno immediata, ho invece intuito che solo l’associazione delle due notizie ci restituisce una scena davvero autentica e interessante. Un caffè avvelenato è tragico e basta. Un caffè tra le stelle può correre il rischio di essere come certi “caffé letterari”, in cui si chiacchiera volando a un metro da terra e perdendo il senso della realtà. Insieme, creano una storia avvincente.

Per quanto non sia un’esperta, credo che il veleno sia all’origine di tanti bellissimi racconti gialli. E questo genere di storie andrebbe letto come la Bibbia, perché il racconto del mistero è uno specchio umano autentico. A volte, anzi spesso, anzi sempre, una bella storia comincia con un delitto; una bella giornata comincia con un guaio; un’avventura comincia imboccando il sentiero sbagliato. Perfino se la creatura umana più pacata fosse proiettata su un microscopico pianeta di una galassia sperduta, quel posto diventerebbe un casino. Sì, un amabile casino domestico. Di quelli che poi ti trovi a raccontare a uno sconosciuto barista dicendogli: «Lei non ha idea di quel che mi è capitato oggi …». Affermazione che, di solito, implica che l’ascoltatore cominci ad annuire … perché ne ha idea, eccome.

De sidera

Buona serata di San Lorenzo a tutti!

Condivido con voi quel che mio figlio mi ha chiesto oggi mentre facevano snorkeling – da dilettanti – nel mare di Toscana: “Mamma, ma la stella marina è una stella cadente caduta? Se sì, è morta o posso chiedere anche a lei un desiderio?”

A Many-pored Sea Star (Fromia polypora). The Docks, Jervis Bay, NSW

Vi ripropongo un articolo che scrissi 2 anni fa per Tempi. Trattandosi di Chesterton il riclico è legittimo perché è un cibo che più si mastica più si fa gustoso…

 

Sbattere contro la meraviglia e gridare «Ho visto le stelle!». Non solo a San Lorenzo.

La notte di San Lorenzo molti di noi alzeranno gli occhi al cielo in cerca di stelle cadenti. E non c’è cosa più bella e sana da fare che prendersi il tempo di assistere allo spettacolo del cielo. La Creazione è stata la rivoluzione più grande della storia, ebbe a dire il signor Chesterton e molto di ciò che scrisse, in una forma o nell’altra, fu sempre teso a risvegliare nei suoi lettori e interlocutori l’evidenza che, prima di ogni altra cosa, l’uomo ha bisogno di allenarsi continuamente alla meraviglia per l’esserci del mondo.

È una cosa meno sentimentale di quanto siamo portati a credere, anzi è una faccenda assolutamente pragmatica mettersi a guardare l’essere delle cose attorno a noi con la coscienza che esse sono il giornale quotidiano scritto da Dio per non farci dimenticare che il suo gesto supremo è stato quello di aver sottratto ogni cosa al nulla. E gli indizi che ci mette davanti sono semplici, come una foglia, o clamorosi come le stelle. Sono enormemente buffi, come l’ippopotamo, o microscopicamente perfetti come il fiocco di neve. Allenarci alla meraviglia – e in questo passaggio si coglie la sorprendente ragionevolezza di Chesterton – non è un esercizio di ottimismo per reagire alle tristezze che ci affliggono, ma è anzitutto una naturale vocazione dell’uomo alla battaglia. La nostra nascita somiglia molto a un arruolamento con cui il Creatore ci ha cooptato nel suo progetto di operosa opposizione al nulla.

L’intero universo è il polverone (esplosivo, entusiasmante, drammatico, esilarante) sollevato da Dio contro il nulla. E noi ci siamo finiti in mezzo; talvolta è faticoso vederci chiaro. Quotidianamente siamo affaccendati in piccole e grandi battaglie e diventa ultimamente frustrante fondare l’equilibrio della nostra vita sul bilancio tra esiti positivi e negativi, tra successi e disfatte. Allenarsi alla meraviglia è, perciò, un esercizio – e non una teoria – per ricordaci che il nostro agire è accompagnato da una solida speranza di fondo: ci costringe a vedere il lavoro della vita non misurandolo con una lente d’ingrandimento, ma piuttosto con il binocolo di un progetto universale in cui siamo coinvolti.

La Creazione è il disegno di Dio, e il suo disegno prevede che anche noi ci mettiamo a disegnare. È questo l’orizzonte vero in cui ogni nostra azione trova equilibrio e senso: gli esiti altalenanti delle nostre opere sono solo il fumo di superficie di una battaglia ben più importante che ci tiene davvero tutti in piedi. Perché, in ogni caso e in qualunque circostanza, noi siamo parte e testimonianza di questo operoso spettacolo che è l’essere.

Dunque mettersi a guardare le stelle è un sano e vigoroso esercizio di piena umanità. Ma sarebbe più corretto dire che noi dobbiamo metterci a ritrovare le stelle. Come è accaduto anche a Dante, che non ha semplicemente avuto una trovata accattivante ed esteticamente efficace ripetendo la parola stelle alla fine di ogni cantica: ha fatto, invece, la fatica di ritrovare il vero equilibrio dell’umano dopo aver attraversato ogni sorta di umanità presente all’inferno, nel purgatorio e nel paradiso. Si è allenato alla meraviglia di ricordarsi che l’Essere – come creato – è la bandiera che sventola in ogni remoto angolo dell’universo.

Il signor Chesterton lo spiegò altrettanto efficacemente facendo una battuta, cioè notando che quando si dà una bella botta contro la solida consistenza dell’essere – non a caso – si dice: «Ho visto le stelle!». Lo racconta in un testo intitolato La meraviglia e il palo di legno (da The Coloured Lands), e credo che le sue parole potranno risultare una gradevole compagnia quando – una volta di più – nelle prossime sere alzeremo gli occhi alla volta celeste:

«La notte nera si era intrufolata in casa mia e nel mio giardino con panneggi dapprima d’ardesia e poi d’ebano; e io ero affaccendato nella mia stanza, nel vivo cerchio di luce della lampada vicino alla finestra quando credetti di vedere spuntare qualcosa di insolito lì fuori, e uscii a guardare. Nel far ciò sbattei la testa contro un palo e vidi le stelle; le stelle del settimo cielo, le stelle del firmamento più recondito e profondo. E mi sembrò davvero, non appena il dolore si alleviò ma prima che passasse completamente, di aver visto scritto in un alfabeto astrale sul fondo dell’oscurità qualcosa che prima di quel momento non avevo compreso così chiaramente: una verità sui misteri e sui mistici conosciuti solo a metà nel corso della mia vita. Non sarò capace di esprimere bene quell’idea mettendola per iscritto su questa pagina, perché questi bizzarri momenti di vivide intuizioni sono sempre fuggitivi: ma ci proverò. Il palo è ancora lì; ma le stelle nel cervello stanno dissolvendosi.

[…] Da giovane scrissi molte brevi poesie, dedicate soprattutto alla bellezza e alla necessità della Meraviglia; ed era un sentimento genuino in me, e lo è ancora. La capacità di vedere le cose che ci sono e i paesaggi alla viva luce della sorpresa; la capacità di sobbalzare alla vista di un uccellino, quasi fosse un proiettile alato; la capacità di rimanere immobilizzati di fronte a un albero quasi la sua forma fosse il gesto di una mano gigantesca; in breve, la capacità di sbattere poeticamente la testa contro un palo varia di persona in persona, ma posso dire senza presunzione che appartiene alla mia natura umana. […].

“Sogna! Perché non c’è altra verità – dice il signor Yeats – di quella che è nel tuo cuore”. Il mistico moderno cerca il palo, non fuori in giardino, ma dentro di sé, nello specchio della sua mente. Ma a me gli specchi non sono mai interessati. A me interessano i pali di legno, che mi lasciano di stucco come i miracoli. Mi interessa il paletto che sta ad aspettarmi fuori dalla porta, per colpirmi in testa, come la mazza del gigante nelle favole. Tutte le mie porte mentali sono aperte su un mondo che non ho fatto io. La mia ultima porta, che è la libertà, si apre su un mondo abitato dal sole e da cose robuste, un mondo di avventure oggettive. Il paletto in giardino è una cosa che io non potrei né creare né aspettarmi: è la solida e chiara luce del giorno che si riflette su un legno rigido e dritto; è l’opera di Dio ed è meravigliosa ai nostri occhi.

Ecco, non ho spiegato proprio bene ciò che intendevo: ma se voi ammetterete che la mia testa e il palo sono ugualmente meravigliosi, acconsentirò a lasciarvi dire che sono entrambidi legno».

Creato

peluria sulle foglie

Un quadro, mi sono detta vedendo questa immagine. Chissà di quale corrente artistica… c’è qualche eco dell’Icaro di Matisse, i colori sono quelli brillanti dei cieli di Van Gogh – ma altro non saprei dire.

Invece, è una fotografia. E l’ho trovata insieme a molte altre (altrettanto belle) sul Corriere.it : quello avrei definito un gruppo di stelle è l’ingrandimento della peluria presente sulle foglie degli arbusti del genere Deuzia. Questa immagine fa parte di una mostra itinerante di fotografia scientifica che è stata ospitata a Genova, in occasione del Festival della Scienza 2013, dedicato dal tema della bellezza. Molto appropriato.

A quanto pare, siamo circondati da stelle nel macro del cielo e nel micro della terra. Dante ne sarebbe entusiasta, a conferma dell’esaltante immagine con cui apre il Paradiso:

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra e risplende

in una parte più e meno altrove.

La gloria del Creatore si è infilata dentro e a fondo nell’esistente, lontano e vicino. Nel macro e nel micro. La poesia contempla il mondo: la prima cosa che l’autore ci dice della «gloria» è che «per l’universo penetra». Non dice, in modo più generico, «è presente», bensì «penetra»: un verbo decisamente forte, anzi virile nella sua capacità fecondativa. Il secondo verbo che aggiunge il poeta è «risplende». Non è solo e soltanto luce, ma riverbero; il riverbero di un bagliore sulla superficie delle cose. Qualcosa che parla di bellezza e di ordine, e viene da lontano, permea gli angoli più reconditi dell’universo, dando forma a oggetti stellari di impressionante geometria e curandosi di miniare un disegno bellissimo anche sulla superficie delle foglie.