A fare gli attentati siamo più bravi noi, uomini di buona volontà

 

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Da due settimane ho l’impressione di essere schizofrenica. Riesco a spiegarlo solo rubando a Macbeth la battuta con cui si presenta sulla scena: «Un giorno bello così brutto non l’avevo mai visto».

Lo stesso giorno della strage a Nizza ho vissuto una serata meravigliosa festeggiando a casa di mia cugina i tre mesi della nostra piccola Matilde: una cena con tutta la famiglia unita, non accadeva da tempo. Tornando a casa avevo nel cuore una gioia profonda e spensierata, contemporaneamente avevo anche un dolore sordo nel cuore mentre la radio ci aggiornava sui morti falciati dal camion guidato da un terrorista assetato di sangue. Immaginavo quelle famiglie felici e innocenti che passeggiavano dopo aver visto i fuochi d’artificio. Ho pensato che anche noi lo scorso anno eravamo in Costa Azzurra e abbiamo trascorso una sera in spiaggia coi bimbi a guardare uno spettacolo pirotecnico.

Tante domande mi sono passate per la testa.

Si può essere felici e affranti nello stesso momento? Si può essere sinceri nel bisogno di speranza e sinceri nella paura di essere in balia del male? È l’orizzonte di quella gioia familiare (il perdersi per molti anni e poi ritrovarsi e sentirsi abbracciati da chi ti conosce davvero) o del terrore (l’ipotesi che da un momento all’altro il male può radere al suolo indiscriminatamente chi vuole) ad avvolgere il mio destino?

La stessa percezione strana l’ho avuta qualche giorno fa. Devo descriverla dilungandomi un po’.

In un afoso pomeriggio sono salita in auto coi miei due figli maschi per portarli al parco a «sfogarsi». C’è quel paio di minuti in cui l’auto è un forno, prima che l’aria condizionata porti a una temperatura decente l’interno dell’abitacolo e in quella manciata di minuti fastidiosi è accaduto questo.

Il figlio maggiore se ne esce con una frase memorabile (lui che non dice mai niente delle sue emozioni!): «Oggi è stata una giornata bellissima!».

Gli chiedo: «E cosa ti è piaciuto di questa giornata?». Era una domanda molto interessata, visto che riempire i giorni liberi e lunghi delle vacanze è un’impresa tosta per noi mamme. Se qualcosa aveva funzionato, bisognava appuntarselo e ripeterlo.

Lui, sintetico ed efficace come sempre, risponde: «Portare via la spazzatura».

Ok. Capisco che la cosa va spiegata. Nel nostro quartiere sono arrivati – come una truppa di alieni – i nuovi scintillanti cassonetti della raccolta differenziata. Una roba tecnologica. Richiede l’abilità di distinguere la plastica, dall’organico, dal vetro, ecc.. Bisogna usare una tessera e premere dei pulsanti. Ragioni valide per cui abbiamo affidato a Michele, il nostro ometto di 10 anni, il compito di portare via la spazzatura e per lui è un’avventura. Può uscire di casa DA SOLO e incamminarsi sempre DA SOLO per un centinaio di metri e poi può «giocare» con questi cassonetti: separare i rifiuti e buttarli, premere pulsanti e vedere sportelli automatici che si aprono. Ne va fiero e ogni tanto, mentre siamo in casa, lo si sente affermare a voce alta: «Io esco! Porto via la plastica e la carta!». Ed è come se dicesse: «Parto per sconfiggere Darth Vader!».

Michele, non "rifiuta" l'avventura ...

Michele, non “rifiuta” l’avventura …

E poi, sempre in quell’abitacolo surriscaldato, ho coinvolto anche l’altro figlio che tra qualche giorno compie 6 anni: «Martino, come la vorresti la tua torta?». Mi aspettavo una risposta-telegramma tipo: cioccolato, oppure gelato.

Invece lui ha cominciato una narrazione epica: «Allora, mamma, devi prendere un po’ di farina e la metti in un contenitore grande, poi prendi il burro e lo devi sciogliere …». È andato avanti così a ruota libera per molti minuti a descrivere per filo e per segno tutta la sua ricetta immaginaria. Alla scuola materna avevano fatto un laboratorio alimentare e lui si era entusiasmato un sacco.

Arrivati al parco, li guardavo giocare e ripensavo al mio modo banale di incasellare le cose e alle risposte assurde con cui loro avevano ribaltato le mie aspettative. E mi dicevo che era bello avere una famiglia da accudire, anche se è faticoso. Vale la pena impegnarsi e stancarsi e arrabbiarsi se tutto ciò concorre a educare una voce libera ed entusiasta, quella di chi vede un’avventura nel portare la spazzatura e quella di chi pensa alla torta come a una pozione magica da creare. Ero felice, felice che due bambini mi insegnassero a guardare il normale come una cosa straordinaria.

E poi ho sentito della strage a Rouen, del prete sgozzato durante la messa in un paese tranquillo.

Una volta di più la testa è andata in confusione e si è scombussolato il punto di vista. Quale voce era più vera, quale la più forte? La voce dell’innocenza baldanzosa dei miei figli? O la voce distruttiva di giovani terroristi capaci di azioni orribilmente cruente?

Per un attimo ho pensato che di fronte a un machete, a un camion impazzito, a un coltello affilato, i miei figli possono solo soccombere e morire. Per più di un attimo il buio ha avuto la meglio. Perché guardando la più piccola di casa nostra, la bimba di tre mesi, l’ho vista ancora più fragile degli altri. Lei così piccola, lei così bisognosa di tutto, lei che sorride appena riconosce uno dei nostri volti. Lei, una scintilla di vita venuta al mondo nell’anno in cui il terrorismo sta dilaniando l’Europa senza pietà.

Letizia Leviti

Letizia Leviti

Da questo cortocircuito mentale sono uscita grazie a mio marito. Ci è capitato di seguire uno dei rari telegiornali che, in questi giorni impazziti, si è preso la briga di dare notizia della morte della giornalista di SKY TG 24 Letizia Leviti: malata terminale, prima di spegnersi ha lasciato ai suoi colleghi e ascoltatori un messaggio audio in cui racconta la passione per il suo lavoro, si rende conto che le cose migliori le ha fatte per amore e, nonostante la malattia, ringrazia Dio di tutto quello che ha avuto. Tutto questo lo avevamo ascoltato nel video integrale. In TV hanno tagliato un pezzettino.

Mio marito allora mi dice: «Hai notato? Hanno tagliato il pezzo in cui lei dice che ringrazia Dio… chissà perché…».

Rispondo alla sua amara ironia dicendo: «Sai, i giornalisti ci tengono a essere politically correct e citare Dio potrebbe offendere qualcuno».

Ed ecco che lui sforna una perla di saggezza interessante: «Allora, usando lo stesso criterio, non dovrebbero citare l’espressione Allah Akbar quando parlano del gesto folle di un terrorista. Noi siamo diventati quelli che censurano una donna che muore ringraziando Dio, ma non censurano chi ammazza invocando Allah. Pensa come siamo cretini, censuriamo le nostre radici che parlano di gratitudine a Dio e non censuriamo le ideologie altrui che usano Allah per fare la guerra santa. Siamo una civiltà già morta e completamente idiota».

Mi sono resa conto che aveva ragione. E ho capito che stiamo prendendo l’ennesimo grande abbaglio. Dopo questa carneficina europea, cioè il susseguirsi mostruoso di attentati in Francia e Germania, ora gira la trovata giornalistica di smettere di dare spazio alle notizie sul terrorismo dell’Isis. Più se ne parla, più si fa propaganda a loro – dicono certi. Allora – secondo loro – la conclusione giusta sarebbe ridurre l’informazione.

Credo che la verità sia un’altra e sia persino opposta. Da troppo tempo il mondo dell’informazione si è ridotto a uno striminzito balbettare e blaterare. La risposta al terrorismo non è meno informazione, ma più informazione rispettosa della realtà, di tutta la vera e sacrosanta realtà.

Quando sfogli tutti i maggiori quotidiani e vedi sempre e solo le stesse notizie, nello stesso ordine, con lo stesso giudizio di fondo, ti viene da chiedere se viviamo in un mondo libero. Il mondo è un posto così grande, così multiforme, così vivo, così inclassificabile che non dovrebbe esserci un giornale uguale all’altro.

Invece, siamo intrappolati nel pregiudizio che solo certe notizie siano importanti, che certe notizie siano assolutamente irrilevanti, che solo certe notizie siano degne di interesse. Ad esempio: il femmicidio occupa sempre un posto rilevante nei titoli. Ma perché dovrebbe essere importante informare che un uomo ha ucciso sua moglie e dovrebbe essere assolutamente irrilevante dare notizia che un uomo è riuscito a ricostruire il proprio matrimonio vacillante? Su quale criterio si regge l’idea che un omicidio è più rilevante di un’impresa complicata e a lieto fine? Il lieto fine è forse irrilevante, perché sciocco? Perché le tragedie devono per forza essere più serie delle commedie? Chi l’ha detto? Chi l’ha deciso che l’ombra della morte è una faccenda più seria della luce della vita?

Un altro esempio. Siamo sempre informati sui dettami della Comunità europea e di ciò che dichiarano Merkel, Hollande & Co, ma non siamo affatto informati sul tentativo del contadino veneto di tenere in piedi la sua azienda agricola a dispetto di tutti i bastoni che l’Europa gli mette tra le ruote. Perché è più vera e importante la voce astratta della Merkel rispetto a quella semplice e concretissima del contadino?

La verità è che c’è già in atto da molto tempo una riduzione dell’informazione, la quale produce una distorsione orribile nella mente umana. C’è una censura ideologica che ci ha costretto a pensare che il femminicidio e la Merkel siano la vera realtà, mentre il matrimonio salvato e il contadino coraggioso siano uno sfondo sbiadito e muto. Ripeto, chi l’ha detto? Chi l’ha deciso?

Qualcuno ha deciso che il grande pubblico deve essere informato sul picchiatore seriale di

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Corrado Leone, tecnico del Cnr, in Antartide

Milano, ma se vogliamo conoscere le storie dei nostri ricercatori in Antartide dobbiamo farlo per conto nostro spulciando nel web. Eppure non sarebbe un «attentato» portentoso portare al pubblico giovane gli esempi incoraggianti di altri giovani che spendono la vita per la passione della conoscenza?

Se mostro la storia di un picchiatore, insinuerò nella testa di qualcuno che si possa passare il tempo a sfogare la propria inquietudine scendendo in strada a picchiare degli sconosciuti. In fondo, è immediato e facile (… e ci sono giorni in cui pure io sarei molto tentata di farlo!). Al male basta una piccola spinta per dilagare.

Se mostro la storia di un ragazzo che ha fatto grandi sacrifici, studiando e studiando, ma è arrivato in Antartide e sta esplorando quel continente così ricco di risorse e storie sconosciute da scoprire, insinuerò nella testa di qualcuno l’ipotesi che le grandi avventure richiedono impegno e ripagano con la gioia di una scoperta che produce un bene per l’umanità. Al bene basta un pertugio per insinuarsi nella testa e risvegliare la volontà.

L’informazione nazionale ha il compito di documentare l’orizzonte complessivo dentro cui si muove la nostra storia, ha il compito di farlo al massimo dell’onestà e autenticità. Di fatto lo sta facendo solo in modo gretto e scandalistico.

L’Isis ha gioco facile nell’imporre la sua propaganda di terrore in un mondo occidentale già piegato a pregiudizi inconsistenti e sterili. Il mondo occidentale si è già inginocchiato alla tragedia, all’alienazione, alla disperazione, all’egoismo. Non ci fanno vedere altro in TV. E la voce del terrorismo non può che espandersi nutrendosi di un sottobosco così fertile alla paura.

La risposta, dunque, sarebbe ridurre ancora di più l’informazione? No, la risposta è accrescere l’informazione e ricominciare da capo a fare informazione.

L’Isis compie una decina di attentati che tutti vedono in streaming globale? Bene (cioè: prendiamone atto). Perché nessuno più si accorge delle migliaia di «attentati» con cui l’uomo comune assale i suoi simili quotidianamente e nel bene?

Quello di Letizia Leviti, una donna che muore di malattia ed è grata di aver avuto la vita che ha avuto, è un attentato. Un attentato capace di salvare le nostre vite spente e annoiate. Quante vite può salvare una testimonianza del genere se propagata ai 4 venti???? Molte più di quelle che un camion impazzito è in grado di uccidere.

La verità è che il bene fa più attentati del male, ed è immensamente più eterno e efficace nelle sue conseguenze. Se solo gli si desse voce!

Ecco, dunque, che sono arrivata a capovolgere la mia schizofrenia. La mia gioia semplice dopo una cena in famiglia non è un dettaglio insignificante e piccolo dentro la cornice della devastante strage di Nizza. È il contrario. È il tentativo del male di impaurire la gente ad essere un aborto fallimentare e piccolo.

Angelo D'Agostino e Gianna Muset

Angelo D’Agostino e Gianna Muset, morti nell’attentato a Nizza

Una giornata semplice e normale di ciascuna delle vittime della strage di Nizza è stata una storia di lavoro, amore, impegno e dolore che nel bene ha costruito molto di più di quello che il camionista impazzito ha distrutto in un’ora. Cinque minuti della vita silenziosa e operosa di padre Jacques Hamel hanno seminato più effetti nel bene di quello che può seminare nel male l’impresa assordante del terrorista che lo ha sgozzato.

Che questa prospettiva torni ad acquistare il suo valore immenso è la vocazione primaria dell’informazione . L’informazione deve essere una coscienza viva e non un voce che strilla scandali. In assenza di ciò, siamo noi a doverci industriare: dobbiamo fare informazione con tutti i mezzi creativi che conosciamo. Nel mio piccolissimo ho creato il sito UFFA (uomini fantastici follemente amabili) in cui raccolgo storie strampalate e straordinarie di casi umani positivi. Ognuno può dare un contributo nel modo più adatto alla sua sensibilità.

Ma è richiesto un rovesciamento portentoso e proficuo, bisogna tornare a vedere come stanno le cose nella realtà: il mondo non è in mano al male, se no sarebbe morto da tempo; il mondo è stato affidato dal Creatore a noi semplici e imperfetti uomini di buona volontà. Non possiamo permettere che un bambino perda per strada la verità buona che ha nel cuore: il sentirsi predisposto a grandi avventure (… anche solo per andare a buttare la spazzatura) e la voglia di lasciare al mondo l’opera buona delle sue mani (… fosse anche solo una torta).

Vivo nel terrore (o nello stupore?)

gargoyles-notre-dame-de-parisÈ brutto da dire, anzi orrendo, ma la logica impazzita e malefica del terrorismo sta mettendo l’uomo occidentale, addormentato e fiacco, di fronte a un dato di natura eclatante e volutamente dimenticato: noi non possiamo controllare la vita e la morte. Che sia ben chiaro: il terrorismo lo sta facendo in modo distorto, infame, diabolico (… aggiungete tutti gli aggettivi che volete). Non sto neanche lontanamente giustificando l’azione perversa di chi tratta la vita umana al pari di una insignificante briciola caduta a terra.

Ma è tipico di tutto ciò che è diabolico distorcere – o meglio capovolgere – una verità positiva. Il terrorismo di matrice islamica sta esattamente rovesciando un dato della realtà in uno strumento violento, ed è perciò un’azione tremenda. Nessuno si «merita» di morire mentre si sta divertendo a un concerto, o mentre cena con gli amici in una brasserie. Questo è il commento più frequente che si sente sui mezzi di comunicazione dopo i fatti di Parigi.

Io direi che manca un elemento indispensabile nel pensiero appena espresso: nessuno si merita che questo accada per mano d’uomo, per la deliberata volontà di male di un’altra creatura. Perché, in realtà, la Natura o il Destino agiscono da sempre come terroristi. In un giorno come tanti altri, una mamma rientra dal lavoro, viene travolta da un camion e muore. Non se lo merita, eppure accade. Un’altra giovane donna, senza preavviso, scopre che un male incurabile si è infilato nelle viscere del suo corpo e la dilania. Non se lo merita neppure lei, eppure accade. Ho citato due casi in cui mi sono imbattuta di recente, se ne potrebbero aggiungere mille altri.

La Natura e il Destino sono terroristi? Non credo, perché, per giudicarli onestamente, bisogna notare che la Natura e il Destino non sono imprevedibili solo nello spargere morte (come i terroristi), ma anche nello spargere vita. Una coppia di sposi, ormai rassegnata a non poter aver figli naturalmente, riceve – senza ricorrere a espedienti medici artificiali – il dono di un bambino, dopo ben più di dieci anni di attesa. Un uomo rimasto in stato vegetativo per cinque anni, si risveglia. Anche in questo caso, ho citato due esempi che ho incrociato negli ultimi mesi.

Il segreto della vita e della morte non è in mano umana. Mai. È sotto l’egemonia incontrollata e imprevedibile di una forza a cui si può dare qualsiasi nome, tranne che umano: Caso, Caos, Natura, Destino, Provvidenza. E questo dovrebbe generare nella creatura umana un sano sentimento di stupore vertiginoso. «Sano» non vuol dire «tranquillo e sereno», ma onestamente e anche drammaticamente spalancato verso l’ignoto misterioso di cui è intessuta la realtà.

Il terrorismo rovescia questo radicale – e indispensabile – sentimento umano nel gemello malefico: lo stupore degenera in terrore, cioè nell’ipotesi terrificante che la tua vita dipenda dalla volontà imprevedibile e distruttiva di un altro uomo.

Non voglio, però, sottrarmi alla provocazione con cui ho cominciato. E rincaro la dose. Il mondo occidentale non è all’altezza di fronteggiare la logica del terrorismo. Non è scandaloso dire che, per quanto un nemico possa essere esecrabile, si debba essere «all’altezza» di affrontarlo. Una debolezza subdola, travestita da «progresso buono», si è insinuata nel nostro modo di guardare le forze originarie che tengono in piedi il mondo. Ci siamo rintanati in un letargo rassicurante, ma falso.

Infatti, la cultura occidentale si sta allontanando da un’onesta visione umana in un modo che, nel breve e lungo termine, produrrà effetti ben più disastrosi del terrorismo. Si sta facendo di tutto per «illudere» l’uomo che la vita e la morte possano essere domate, circoscritte, gestite. Abbiamo ridotto la vita e la morte a dei «diritti». Niente di più falso.

Ormai è diventato pressoché normale «programmare» i figli. Quante volte sentiamo dire: «io e il mio compagno abbiamo deciso di avere un bambino», oppure «penseremo ad avere un bambino più avanti, dopo aver trovato una stabilità economica». Ormai una donna che non prende la pillola è difficile da trovare. Programmiamo la vita, come programmiamo una vacanza o l’appuntamento dal dentista. E se, quando abbiamo programmato un figlio, questo non si mostra nella forma desiderabile che ci aspettavamo, riteniamo giusto e pietoso sopprimerlo quando è ancora nel ventre.

Negli stessi giorni in cui Parigi piangeva centinaia di morti innocenti, in America centinaia donne facevano causa a una ditta farmaceutica che ha prodotto confezioni sbagliate di pillola anticoncezionale, facendole rimanere incinta. Ok. Tu compri un prodotto e ti aspetti un risultato; se il prodotto è fallato, è «tecnicamente» giusto fare causa alla ditta. Ma, nel caso specifico, ci rendiamo conto che l’ottica economica del prodotto ci riduce a considerare la vita che sboccia come un «effetto indesiderato»?

Queste donne americane hanno avuto una sorpresa, qualcosa che un tempo era considerato nella logica della natura. La vita s’infila nel tuo corpo senza preavviso e senza chiedere permesso. È il rovescio buono del terrorismo; non è un pacco bomba, ma un pacco regalo.

La stessa logica di controllo si sta diffondendo anche sulla morte. Dopo aver combattuto la sua battaglia contro il tumore, Emma Bonino ha dichiarato che si impegnerà a far approvare la legge sull’eutanasia. Quasi che la risposta alla brutalità del male possa essere lo scegliere come e quando morire …

img_4416-version-2Che timore ha l’uomo nell’abbandonarsi all’imprevedibilità della vita e della morte? Cosa perde se s’illude di poter controllare l’inizio e la fine del suo esserci?

La sua creaturalità. Ecco la risposta. L’effetto malvagio e distorto generato da ciò che si definisce «progresso buono» (la supposta capacità di controllare le nascite e di programmare le morti) è l’idea che sia una debolezza mostrarsi inermi di fronte al darsi della vita e della morte. L’uomo occidentale si crede una vittima se una nascita imprevista o una morte troppo sofferta lo colgono di sorpresa. Ed è un errore. L’uomo diventa fragile e perdente proprio quando s’illude di poter arginare e controllare cose così più grandi di lui come la nascita e la morte.

Abbiamo dimenticato che la nostra fragile creaturalità è il nostro punto di forza. E ci siamo addormentati nell’agio fasullo della pianificazione, diventando pavidi e deboli. Siamo schiavi dell’idea che la felicità e lo stare bene dipendano dal fatto che i nostri progetti si realizzino. Invece, tutti gli ideali umani più santi ed eterni nascono dal sentimento stupito di essere creature poste in una realtà che ci sovrasta in potenza. La nostra creaturalità fa di noi dei soldati (e non dei terroristi): un uomo consapevole di vivere in un recinto di eventi imprevedibili sa dare grandi prove di sé, proprio perché sente lo stupore vertiginoso di non poter controllare tutto. Solo così si fa chiarezza nella sua anima, e lui può mettersi a fare l’unica cosa grandiosa che è nelle sue mani: difendere la vita, custodire i suoi morti e chiedersi in tutta onestà e ragione chi o cosa tiene in piedi un mondo siffatto.

La coscienza della nostra creaturalità ci permetterebbe di coltivare l’unico antidoto alla logica del terrorismo: il senso vertiginoso e stupito del valore della vita, proprio perché si dà in modo imprevedibile e finisce in modo altrettanto inaspettato. Solo accorgendosi e accettando di essere parte del creato, e non padrone, un uomo torna vedere come stanno davvero le cose; e cioè sente che la sua vita mortale (unica e irripetibile) è il dono più grande che ha ricevuto. Oppure, è la prova (nel senso di «essere messo alla prova») più grande che lo attende. E ha dunque un valore incommensurabile.

Tutto ciò, dal punto di vista dei terroristi, si traduce nel gemello opposto e perverso: la vita mortale messa in mano alla volontà distruttiva di un altro uomo diventa un nulla. Si può schiacciare e calpestare, come fosse una briciola per terra.

Alla fine tutto si riduce a questo: vogliamo tremare di terrore o di stupore? Volenti o nolenti, siamo dentro una trama di eventi che surclassano alla grande la nostra capacità di controllo. E questo accade da sempre, è la regola del mondo. Siamo tutti seduti in un caffè all’aperto, ci gustiamo la bellezza terribile del mondo in uno spazio nonA-typical-Paris-cafe-terr-001 protetto da fragili pareti. Siamo nudi e allo scoperto. Siamo sul marciapiedi dell’imprevedibile ogni sacrosanto giorno. Dimenticarlo, illudendoci di costruire un nostro recinto di controllo non ci salverà, ci farà spegnere lentamente come sotto anestesia. I nostri nemici sono abili manipolatori del terrore. E noi? Con cosa li fronteggeremo? Armi? Ideologie? Buonismi?

Non so. Però, io credo che solo un uomo che trema di stupore per la propria strana-assurda-incomprensibile vita abbia l’arma giusta per affrontare e smascherare la logica malvagia e sterile dell’uomo che vorrebbe farlo solo tremare di terrore.

L’irriducibile leggerezza del bene

Settembre 2015 Inferno

(Questo articolo è comparso sul numero di settembre della rivista di Università Aperta Imola)

La bellissima miniatura che decora la copertina di questa rivista raffigura un momento davvero intenso e drammatico nel corso del viaggio di Dante nell’aldilà. Si tratta di una scena terribile che, nella sua interezza, si svolge in due canti successivi, l’ottavo e il nono dell’Inferno. Questo indizio formale è già significativo del contenuto: di solito, infatti, Dante è molto attento a svolgere e racchiudere un contenuto all’interno della lunghezza precisa di ogni canto; in questo caso la materia deborda, cioè quasi sfugge di mano al poeta, che non riesce a «chiuderla» dentro una forma precisa. Qualcosa di grande e informe sfugge alla sua ragione. Ed è qualcosa che dilata e cresce la sua paura. Di che si tratta? È l’ombra di terrore di cui si serve il male.

Da questo passaggio la persona di Dante rimarrà segnata, ma poiché il titolo del poema è «commedia» e non «tragedia», anche nell’attraversare questo momento drammatico la speranza non viene meno. Dante e Virgilio compiono un cammino voluto da Dio, eppure giunti in prossimità della Città di Dite, mille diavoli sbarrano loro la strada e non hanno nessuna intenzione di farli passare. Essi deridono e oltraggiano i due viandanti. È la prima volta in cui anche Virgilio sbianca e Dante vede vacillare la sua guida che, solitamente, si mostra sicura e decisa. Siamo di fronte a un passaggio senz’altro cruciale, perché, oltre le mura di Dite, Dante vedrà e toccherà con mano la punizione che spetta a chi ha commesso peccati in cui c’è un pieno uso della volontà; fino a quel momento i dannati incontrati dal Fiorentino avevano commesso delle colpe meno gravi, legate alla pura incontinenza. Oltre quel limite, Dante vedrà il male senza attenuanti di sorta, quello consapevole e violento; accedere a questa zona infernale non può essere indolore, come dichiara Virgilio: «u’ non potemo intrare omai sanz’ira» (IX, 33), ovvero, come spiega il Barbi, in cui non si può entrare senza dolore, rammarico, affanno e tormento.

Come dicevo, i diavoli non hanno intenzione di lasciar passare Virgilio e Dante; nonostante ciò, Virgilio decide coraggiosamente di affrontarli e dobbiamo immaginare che anche lui fosse impaurito da quella vista, eppure si premura di rassicurare Dante: «Non temere; ché ‘l nostro passo / non ci può tòrre alcun; da tal n’è dato» (VIII, 104-105). Michelangelo - Giudizio universale part.Il maestro non sa ancora bene come, però è certo che i diavoli non avranno l’ultima parola e, dunque, s’incammina verso di loro, lasciando Dante indietro al sicuro. Ed è per descrivere questo momento di timore e solitudine che Dante ci regala un’espressione che tutt’ora resta tra i nostri modi di dire: «Così sen va, e quivi m’abbandona / lo dolce padre, e io rimagno in forse».

Noi diamo ormai quasi per scontato cosa significa “rimanere in forse”, ma Dante l’ha inventato. Che sensazione è quella di essere in forse? È quel terribile momento di sospensione prima di un disastro probabile. È un’attesa col fiato corto. È incapacità di azione, quando la nostra volontà deve attendere sviluppi che non dipendono da essa. La solitudine e il buio dell’incertezza: ecco qual è il primo velo che stende l’ombra del male.

Poi le cose peggiorano in un modo più spaventoso, perché Virgilio non riesce a convincere i diavoli e torna smarrito indietro da Dante. Di lì non si passa. Ed entrano in scena figure ben più terribili dei diavoli, le Furie. Loro rappresentano le tre forme che il male assume nell’uomo: pensieri malvagi, parole malvage, azioni malvage. Come se ciò non bastasse, arrivano anche le Gorgoni capeggiate dall’orribile Medusa, capace di pietrificare chi osa rivolgerle un solo sguardo: in senso simbolico, lei rappresenta la forma più acuta di paura, quella in grado di annebbiare la mente e oscurare la vista e quella di chi dispera della salvezza.

Sconforto, timore, viltà, sbigottimento sono le emozioni discordanti che attraversano l’animo di Dante. Come si esce da questa situazione in cui le forze del male apparentemente sono padrone della scena?1309465766 Ecco, la soluzione è sorprendentemente «leggera» e istantanea. Come una brezza di vento, scende un angelo dal cielo e la sua semplice presenza fa istantaneamente scomparire ogni traccia di diavoli e Furie. Ebbene sì, una scena di terrore costruita per quasi due canti si risolve con due versi: il messo celeste «venne a la porta e con una verghetta / l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno» (IX, 89-90).

La poesia di Dante ha la capacità di farci compagnia nel tempo, mostrandosi addirittura più attuale delle nostre idee o ipotesi. È in questi canti che mi rifugio quando le notizie del terrorismo internazionale ci bombardano di tragedie orribili, lasciandomi inerte, dubbiosa e spaventata. Il male si nutre di ombre gigantesche, perché non ha alcuna sostanza buona. Ma sono ombre; è questa la fiducia che ci danno i canti della Commedia appena raccontati. Il bene, invece, è fatto di sostanza e allora è sufficiente un piccolo gesto per disintegrare paure e terrori che paiono insormontabili. I protagonisti di una scena non sono quelli che stanno sul palcoscenico per molto tempo, come i diavoli in questi canti, ma quelli capaci di gesti risolutivi. Una piccola comparsa veloce e istantanea arriva e sistema tutto. È questa la speranza, per noi sulla terra. Al bene basta poco: non gli occorrono atti plateali, chiassosi e stupefacenti; gli occorrono solerti e umili comparse.

E tutti noi siamo comparse in questo mondo, piccole presenze capaci di piccole sostanze di bene; siamo noi, con la nostra volontà impegnata nel ritaglio di terra in cui ci troviamo, l’unico antidoto efficace alle ombre del terrore.

 

 

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