Sputa fuori tutto!

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«Il brutto dei litigi è che interrompono le belle discussioni» disse Chesterton. Niente di più vero. Litigare è una via di fuga facile, perché basta dare libero sfogo all’istinto. Discutere è difficile, innanzitutto perché presuppone fiducia verso il proprio interlocutore, e non è spontaneo averla quando ci si trova su fronti opposti. La discussione è una lotta interessante in cui due persone possono divergere su tutto, tranne che sul fatto che ciascuno deve obiettare ragionevolmente all’altro e non insultarlo. È impegnativo. È salutare. È educativo.

Anche la discussione è un antidoto alla solitudine, perché per ribattere bisogna ascoltare e per contraddire bisogna aver capito. Il litigio invece è un gesto solitario, perché l’interlocutore non è più una persona ma solo un bersaglio su cui rovesciare rifiuti di parole. Litigare è come vomitare, è un gesto innaturale per l’uomo … anche se a volte è incontrollabile e sembra efficace.

C’è una raccolta poetica a cui sono molto affezionata e che mette a tema il putiferio umano della comunicazione. Mi riferisco a Chiarimenti di Umberto Fiori. La chiarezza, il chiarimento, il chiaro sono tutte sfumature di una tensione che attanaglia ciascuno di noi: sbrogliare i nodi, vedere senza ombre, spiegarsi e capire. E, santo cielo, quanto è difficile riuscirci quando ci si confronta con un’altra persona!

Quello che parla

Era inutile,

non potevamo intenderci su niente.

Aveva poco senso cercare

di chiarire, discutere.

Chiaro, io, poi lo ero fin troppo

lì sul divano,

con in braccio un cuscino,

come sono.

Ma a chi basta così? Chi resiste?

Quando poi ho parlato,

in un mezzo sorriso

che facevano alzando un portacenere,

ho visto il mio discorso dilagare

come l’ondata di un maremoto.

Così si espande, e circola: tu dici

loro travisano.

A vederglielo in faccia che si sfa,

quel che volevi dire,

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Foto di Starmanseries

ti riprende allo stomaco.

Ti torna in mente quand’era aperto, e vago,

in te, come ora in loro, e grande,

prima di diventare

per un attimo

questo suono preciso.

 

 

Essere incompresi e litigare coinvolge lo stomaco. Ha ragione il poeta Fiori. Me ne sono accorta qualche giorno fa, quando una pura coincidenza si è rivelata provvidenziale.

Se c’è «un luogo» in cui è impossibile discutere e facilissimo litigare è il social network. Se non vedi in faccia chi ti parla, se non guardi i suoi occhi e non senti il suo tono di voce il confronto diventa pericoloso, si degenera nella rabbia senza accorgersene. E questo accade proprio per colpa della solitudine reciproca in cui ciascuno è rintanato. Ho tanti amici che hanno visioni discordanti dalle mie su questioni molto serie, eppure tutte le volte che discutiamo di persona è raro cadere nel litigio. Perché quegli occhi e quella voce ti ricordano tante cose fatte assieme, ti ricordano un legame vero che c’è, pur tenendo conto di visioni di vita opposte.

E, invece, è capitato che ho perso un amico reale per colpa di una discussione virtuale, degenerata in litigio. A furia di messaggi reciproci, alla fine ho mollato la presa, capendo che non c’era margine per ricucire e vedersi di persona era impossibile. Questa è davvero la cosa più schifosa che possa succedere: perdere un amico per colpa di Facebook. Fa più male di un concretissimo pugno in faccia. Era tarda sera, e me ne sono andata a letto con un’amarezza bruciante. Non riuscivo a prendere sonno, quindi ho deciso di impiegare utilmente quel tempo, dicendo una preghiera che più o meno ho espresso così: «Signore, da quando ti conosco posso dire che tu sia l’essere più geniale e creativo dei paraggi, quindi aiutami a tirar fuori qualcosa di buono anche da questo pasticcio».

Il caso o il destinatario della preghiera (ciascuno interpreti a gradimento) ha voluto che cinque minuti dopo sentissi tossire nella stanza dei bambini. Non so … noi mamme abbiamo uno strumento di riconoscimento inconscio del pericolo … e funziona sempre. Era solo tosse, ma mi sono precipitata di là prendendo un catino dal bagno. Troppo tardi. Martino, ancora mezzo addormentato, aveva vomitato nel letto. Una scena paralizzante da vedere alle 2 di notte, perché prelude a una vivacità di operazioni per nulla piacevoli.

«Stai fermo lì un secondo!» ho detto al bambino e sono andata a prendere degli stracci, svegliando mio marito per assistenza. Troppo tardi di nuovo. Aveva rigurgitato un’altra volta.

La scena, a questo punto, s’interrompe e compare la didascalia: «la moglie e il marito hanno impiegato la mezz’ora successiva a ripulire la stanza, a togliere piumone, lenzuola, cuscino e a smacchiare il materasso, riassemblando poi alla meglio il letto affinché il piccolo potesse dormire». Ricomposta la quiete notturna, il putiferio è tornato. Il piccolo Martino si è alzato altre tre volte per andare in bagno a vomitare e così io e mio marito siamo rimasti vigili e di guardia fino alle 5 di mattina circa. E per fortuna l’indomani era domenica!

A giorno fatto, Martino stava meglio e ha raccontato tutto al fratello maggiore, con una sintesi semplice ma efficace: «Vomitare è brutto!».

Ancora una volta ho dovuto constatare che la creatività della provvidenza è spiazzante. Peraltro si potrebbe benissimo dire che è stata solo una coincidenza il fatto che io abbia chiesto un aiuto celeste e ne sia immediatamente seguito un evento clamoroso. In ogni caso, io ho fatto 1+1.

Mio figlio ha ragione, vomitare è brutto. Senza dubbio è una reazione fisica che ha un suo scopo, ma è dolorosa e «perdente» (cioè si perde il nutrimento del cibo, anziché digerirlo). E mi è tornato alla mente un passaggio del romanzo L’uomo che fu Giovedì, quando il protagonista difende l’idea di ordine contro quella di disordine:

«Ve lo chiedo di nuovo, cosa c’è di poetico nell’essere in rivolta? È come dire che è poetico avere il mal di mare. La nausea è una rivolta. Essere nauseati ed essere ribelli può essere la stessa cosa, in certe disperate occasioni, ma che mi prenda un colpo se capisco cos’hanno di poetico! La rivolta in termini astratti è … rivoltante. È puro rigurgito.

Ciò che va nel verso giusto è poetico! La nostra sacrosanta e silenziosa digestione, ad esempio, che procede nel verso giusto, ecco il fondamento di tutta la poesia. Sì, la cosa più poetica in assoluto, ancora più poetica dei fiori e delle stelle … è che il mondo non ha la nausea».

Mandare giù e digerire certe cose che ci vengono sbattute in faccia da altri non è facile, spesso e volentieri. Viene spontaneo vomitargliele indietro subito e senza complimenti. Digerire significa «fare nostro» ed è un processo sicuramente più lento del rigurgito. Digerire le parole ostili di qualcun altro non significa finire per dargliela vinta, ma scommettere sul fatto che si può ricevere un nutrimento anche da ciò che è assolutamente diverso. Perché una verità si mette a fuoco e si fortifica alla luce delle obiezioni; le obiezioni possono far emergere ragioni a favore della nostra tesi che da soli non saremmo stati in grado di cogliere. La nausea, il vomito e il litigio, invece, cosa producono? Uno sfuggente momento di soddisfazione, che poi ci lascia a stomaco vuoto. Non ci resta nulla, e perdiamo molto.

Ora io devo trovare un digestivo efficace. Cioè devo trovare una via intelligente e creativa per recuperare il mio amico. Non so bene come. Eppure non voglio darla vinta alla nausea. Mi metterò a ruminare come le mucche, perché talvolta non basta neppure una sola digestione per capire. Ho la testa dura e sono pure orgogliosa.

Rivedo davanti agli occhi la scena di sabato, quando a notte fonda ero davanti a un lavandino a smacchiare un lenzuolo che puzzava orribilmente, e in fondo non ero infastidita o arrabbiata … perché sapevo che stavo accudendo qualcuno che amo. E lo stavo facendo non con gesti rivoluzionari, bensì rimettendo a posto le cose, nel verso giusto. Con pazienza.

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Foto di Raselased

Muro contro Musa

2a5ef5c21dd8f2e227c026e4191f6042_970x Lo so, finisco per essere monotona. E torno a parlare di quella famosa faccenda riguardo all’idea che dietro ogni nemico possiamo incontrare/intravedere un amico. È famosa nel senso che ci ho speso parole in quel luuuungo saggio su L’uomo che fu Giovedì. E non ho potuto fare a meno di ritrovare il senso di quella riflessione, di Chesterton!, in questa foto incrociata sul sito Distractify. La didascalia recitava: «Markiyan Matsekh suona il piano per la polizia durante la rivoluzione ucraina, 2014».

Qualcuno dirà: «Fantastico! È una nuova versione, aggiornata, del ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’». Probabilmente è così, visto che il cannone schiaccia e il fiore invece sboccia. Così come da quel pianoforte sboccia qualcosa, mentre lo scudo schiaccia. Ma la didascalia è chiara: Markiyan suona per la polizia. Cioè: non è pura e semplice presenza pacifista, nel senso inerte del termine. È invece un’incursione, pacifica, in nome di un’unità.

Da questo punto in poi, la mia fantasia ha cominciato a prendere la tangente, cioè a esulare dal contesto della guerra ucraina e a pensare a quelle scaramucce spicciole e fastidiose che ci riguardano tutti i santi giorni. Pensa un po’ – mi sono detta – se qualche volta ci venisse la sana mattata di interrompere una litigata, che sta degenerando nelle bassezze più schifose (perché finisce sempre così quando uno non ha più argomenti, ma deve ancora sfogare il suo fiele nervoso), intonando una canzoncina. La chiamerei la tecnica del ‘abbatti il muro contro muro invocando la Musa’. Ho banalizzato la cosa, che però non è una presa in giro.

Per spiegarmi un po’ meglio, mi rifaccio a quel poeta che cito così spesso perché adoro la sua raccolta Chiarimenti, verso per verso … sillaba per sillaba … . Ecco cosa scrive Umberto Fiori:

Parlare con la gente è fatica: sempre spiegarsi, ripetere, mettersi nei suoi panni. E comunque alla fine cosa si ottiene? È dura la gente. Tocca sempre ripetere da capo, chiarire, chiedere, rispondere, senza mai essere sicuri se quello che si vuol dire è veramente arrivato. Arrivato poi – dove? Dentro le teste è buio, non lo sappiamo. Uno di fronte all’altro siamo affacciati a un pozzo senza fondo. Ogni volta ci chiama, tutto quel vuoto, ci vuole. E noi giù frasi. Dirsi quelle due cose, con le persone, più ci si tiene  più sembra impossibile. A volte si sta lì davanti a loro come i parenti al cimitero coi fiori in mano davanti ai marmi, alle foto.

Mamma mia, quanto c’azzecca!  Ci sbattiamo le cose in faccia, fraintendiamo, infine rimaniamo bloccati sulle nostre posizioni. Rigor mortis. Encefalogramma piatto. Linea dritta. Eh, già … proprio come le cinque linee dritte del pentagramma. Che se ne stanno lì dritte e parallele, senza punti d’incontro. Esattamente come siamo noi quando discutiamo muro contro muro, ognuno sul suo binario … e guai a cedere.

Ecco dunque la musica. Una variabile impazzita che scardina la cortina di ferro. Già solo guardando uno spartito la cosa salta agl’occhi: le saltellanti note sul pentagramma rendono curvo ciò che è dritto. Rendono malleabile ciò che è rigido. Frantumano la geometria dello sfogo a senso unico e creano la sinuosa armonia dell’incontro. L’immobilità della riga dritta Accompaniment_Bach_ostinatopassa in secondo piano, mentre al centro della scena una fluida varietà genera melodia. Senza note il pentagramma è silenzio cocciuto, come uno scudo. Con le note diventa vivace armonia.

Mi è un po’ più chiaro, allora, perché Dante riempie il Paradiso di cori e di metafore sull’armonia. Certo, in Paradiso canteremo perché saremo felici. Ma anche perché lì … e solo lì … ci sarà la vera compagnia tra uomini, quella di una danza. Scopriremo che l’incontro non è solo conoscenza e scoperta dell’altro, ma canto armonico con noi. Io e te insieme saremo una melodia, e chiunque si aggiungerà amplierà l’armonia. Niente stonature, niente canti solisti.

Però, ero partita dalla famosa faccenda amico/nemico. Cioè dall’ipotesi che anche quando ci si scontra – onestamente – con un nemico, sia impossibile non intravedere l’ombra di un amico dietro di lui, l’ombra di un uomo che come me (per quanto su strade diverse, con modi e credo diversi) sia su questa terra in cerca di senso, compiutezza e felicità.

Ebbene, mi pare che sia bellissima la scena del film Alamo in cui Davy Crockett dimostra quest’ipotesi con un violino. Sotto assedio, i soldati e i civili che sono dentro il forte di Alamo si preparano alla battaglia finale, verisimilmente una sconfitta; il nemico assediante fa terrorismo psicologico rullando tamburi e suonando marcette. E Davy sale col suo violino su una torretta e …

… riesce a mostrare un anticipo di Paradiso in mezzo alla guerra. Per qualche istante di qua e di là dalla barricata ci sono uomini che si capiscono perfettamente; non vanno all’unisono, di più. Si completano. Creano un’unità di bellezza data dalla varietà armonica.

Buono a sapersi, prima che la tempesta, i fulmini e le discordie si rimettano a coprirci di nubi nere.

Compagni di battaglia

Il popolo non è mai matto. Essendo io stesso del popolo, lo so bene.
Perciò adesso andrò a offrire da bere a tutta quella gente laggiù.

G. K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì

Si comunica la comunicazione e non si conosce la comunione.

Giovanni Lindo Ferretti, Barbarico

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Sempre più spesso mi trovo a detestare l’umanità e ad apprezzare le persone. Mi spiego. Tutti noi – ormai – siamo immersi nel mondo «social», cioè nella condivisione virtuale di ogni nostro spostamento, pensiero, foto, e la cosa comporta notevoli vantaggi, a cui io non mi sentirei più di rinunciare. Riesco a parlare e vedere un’amica che sta in Australia (Skype); come giornalista riesco a recuperare notizie e documenti in tempo reale (Twitter e Google); con un clic riesco a raccogliere e archiviare tutto il materiale interessante che trovo in giro (Pinterest).

Però, tutto ciò contiene un grosso limite, che non voglio demonizzare; semplicemente non lo voglio accogliere passivamente, se no lievita e s’ingigantisce: mi riferisco al fatto che, ad esempio, leggere i commenti dei lettori sui siti di Repubblica o del Corriere nuoce gravemente alla salute. Si corre il serio rischio di credere che l’umanità sia un mostro, fatto di persone egocentriche, senza scrupoli e prepotenti.

Il virtuale innesca un surplus di prepotenza e logorrea che non sono affatto autentiche, è solo pura vanagloria da monologo. Nei commenti “virtuali” le posizioni si radicalizzano e non perché uno si sente più libero di esprimere il proprio pensiero, bensì – credo – perché ciascuno non sta davvero parlando a nessuno. E, allora, non solo la spara grossa, ma diventa falso … pur credendo di essere al massimo della sua onestà. Parlare senza un vero interlocutore è pericoloso. Lo dico, innanzitutto, a me stessa: è insidiosa la tentazione di essere visibile, rimanendo fondamentalmente invisibile. È facile lasciarsi andare a ruota libera, sparando opinioni e grandi assiomi … buttandoli così nel web, cioè – di fatto – nel vuoto. Tutti abbiamo bisogno di sfogarci, ma lo sfogo è e resta solo un rigurgito. Cioè, uno sputo; cacci fuori, e basta. E quante volte è facile scambiare uno sfogo per una discussione (soprattutto se l’interlocutore non è fisicamente presente). Come scrive G.L. Ferretti:

barbaricoDevo rifuggire, me lo sono promesso, la polemica. Se le concedo spazio, me ne lascio prendere, ne divento succube: eccita la mia vanità intellettuale, mi tonifica ma dà assuefazione, occorre aumentarne le dosi per mantenerne l’effetto; un macigno che cresce, annebbia l’intelletto e grava sullo stomaco. 

Lo sfogo e la discussione sono agli antipodi. E la discussione è una cosa benedetta, innanzitutto perché frantuma il nostro pregiudizio di avere la Verità in tasca. Noi tendiamo a una compiutezza che raccolga tutto il vero di noi …, ma non abbiamo comodamente la Verità in mano (cioè non la possediamo in modo esauriente e pacifico una volta per tutte), ce la dobbiamo sudare dentro le contraddizioni del mondo. “Il mio tutto che ancora si ostina a cercare una via” – canta Niccolò Fabi: tutti siamo impelagati a cercare di dare un nome al mistero di noi e delle cose che viviamo.

Ognuno cerca una via, per questo ogni reale incontro/scontro umano è comunque e sempre una compagnia, cioè un confronto che anche quando è oppositivo non è mai tra individui isolati in galassie diverse, bensì impantanati nella medesima esperienza terrena.

Sfogarsi è facilissimo, discutere è impegnativo e interessante. Sfogarsi richiede la rabbia bestiale e cieca di chi in fin dei conti parla solo per se stesso, discutere richiede l’impegno vigoroso di tendere innanzitutto la mano a chi si ha di fronte. Sono peraltro convinta che i peggiori litiganti siano quelli che se ne stanno impeccabilmente seduti e distaccati, a sbraitare; invece, a chi discute seriamente può capitare di mettere le mani addosso all’altro – una forma, per carità esagerata e sbagliata, di riconoscere che l’altro «c’è». Ognuno di noi è un casino ambulante e urtarsi dal vivo ha il vantaggio sano di ricordarcelo. Sarà, forse, ciò che Jonah Linch definisce la testardaggine della materia:linch

Nel corpo sperimento la bellezza della relazione. Sperimento che i limiti fisici non sono una gabbia mortale, ma un confine permeabile, che consente la comunione. Sperimento che, proprio perché la mia mano non è quella della persona che la stringe, è bellissimo che le nostre mani siano unite.

Perciò, non voglio farmi fuorviare dai mostri umani virtuali, proprio perché anche io sono capacissima di diventare un mostro umano sordo e sputa-sentenze. Ma è un abbaglio, un’astratta mutazione distorta – che è più facile salti fuori in contesti «social», ma da cui ci si può vaccinare rimanendo corporalmente sociali. Praticando la realtà della socievolezza. Non rinunciando alle chiacchiere con gli amici al bar e alle litigate col vicino che ha parcheggiato dove non deve. E, in questi casi, l’umanità astratta va a farsi benedire; salta fuori la persona, e se pure la disprezzi… in fondo la apprezzi. Cioè, in nessun caso puoi ignorare la relazione con lei.

Ad ogni cosa faccia realmente capolino sulla nostra strada «come a uno straniero dategli il benvenuto» – diceva Amleto. Dai il benvenuto a uno straniero, perché anche tu sei in fondo straniero a te stesso. La realtà ha questo prepotente vantaggio sul virtuale, è più difficile ‘cantarsela e suonarsela’ da soli; per strada, in ufficio, a casa ogni incontro/scontro umano contiene sempre una promessa: la speranza di venire al dunque delle cose. Non l’ho detto io – magari! – l’ho trovato in una poesia bellissima di Umberto Fiori:

È bello di sera vedersi
da qualche parte, a casa di qualcuno.
Sentirsi ogni tanto, parlare.

Quando si dice: alle otto
da me, da loro,
ogni volta ci senti una promessa.

È come se in quei discorsi
la gloria che rimane sempre nascosta
potesse prima o poi venir fuori.

Ti stanno in testa ormai, queste serate,
come i bambini
la notte di Natale.

Sempre un dunque ti aspetti
da quelle quattro chiacchiere,
una stretta finale, un chiarimento.

Invece, niente: a parte quando si ride
nessuno è poi lì dov’è,
nessuno parla – o ascolta – veramente.

(E certo è anche bello, e strano
e grande anche, a pensarci, tenere a bada
così alla buona, con poco, la verità)

Ma a volte si ragiona intorno al tavolo,
si fa sul serio:
comincia una discussione.

(Umberto Fiori, Chiarimenti, Marcos Y Marcos, 1995)