Un cuore grande come una casa

“Io nacqui ogni mattina”.

Ho scelto questo verso di D’Annunzio come esordio del mio nuovo libro. Mi è sempre piaciuto tantissimo e l’ho proposto in molte circostanze come titolo di conferenze di letteratura; nessuno ha mai accolto questa mia proposta. Forse il pregiudizio sull’autore oscura la bellezza del senso del sue parole.

Quante volte noi ci aspettiamo che la cosa giusta sia detta dalla persona giusta, come se parole sensate pronunciate da chi non gode della nostra stima, o ci sta antipatico, diventassero – chissà perché – meno sensate. Uno dei tanti progetti che non riuscirò a portare a termine è una cronaca umana intitolata Grandi verità uscite di bocca a imbroglioni … sulla scia di quel capolavoro che è Brevi interviste con uomini schifosi di Foster Wallace.

Io credo che abbia ragione D’Annunzio, occorre – occorrerebbe – nascere ogni mattina per vivere. E questo è il senso di tutte le storielle strambe, serie, simpatiche, che ho messo nel libro. Non è la mia sapienza (… risata di sottofondo…), è un esercizio ginnico per vincere la pigrizia.

Vivere non è stare seduti al circo, ma noi siamo acrobati. Fuor di metafora: la vita quotidina non si presenterà mai come uno spettacolo sempre-super-mega-galattico organizzato da una ditta esterna; spetta a noi fare di ogni giorno un’occasione di meraviglia e crescita. Bisogna lasciare che le presenze attorno a noi, gli eventi piccoli o grandi in cui siamo impelagati ci facciano nascere, ogni giorno. Una scoperta nuova di noi è in ballo dentro ogni frammento di vissuto. Lasciarci plasmare, avere voglia di scoprirci dentro una trama viva, essere come il fiore che non teme di spaccarsi pur di aprirsi ad accogliere il sole … ecco la sfida che ho sempre colto nelle parole di D’Annunzio.

Non un monologo ma un dialogo. Nel libro ho cercato di evitare di essere l’unica voce narrante della mia vita, ho dato spazio a certe simpatiche battute dei miei figli, agli oracoli di mio marito e a tante presenze assurde e irrinunciabili in cui mi sono imbattuta, la Fata Lavanderina, Pinco il rugbista, la Sacerdotessa delle Toppe, Bruno il Dandy, la Signora in Rosa … e molti altri.

Buona lettura a tutti, il libro è disponibile qui, nelle librerie e su Amazon.

9788899661090

Quella dei defunti è una festa?

Laudato si’ … per sora nostra morte corporale

 

Visto che l’argomento potrebbe essere considerato tragico (per usare un eufemismo …) comincio raccontando due aneddoti simpatici, uno me lo ha riferito mio marito e l’altro è capitato a me.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAUna collega di mio marito fa la catechista e, durante una pausa pranzo al lavoro, ha riferito ai colleghi d’ufficio l’uscita spiazzante di una delle bimbe della sua classe in parrocchia. Il prete aveva radunato i bambini in chiesa e poi aveva chiesto loro a bruciapelo: “Allora, avete capito come si fa ad andare in Paradiso?”. La bimba in questione ha alzato la sua mano e ha risposto con voce pacata: “A quanto so, bisogna innanzitutto morire”.

Forse non era esattamente il tipo di risposta preventivata dal prete, ma sono certa che lui non ne avrà trascurato il senso positivo. La percezione della realtà che si ha nell’infanzia è talvolta limpidissima, senza i molti pregiudizi di una mente adulta. Pensando al Paradiso, un adulto avrebbe dato per scontato il passaggio della morte, un bambino no. Per fortuna.

E un autentico senso di realtà porta talvolta a sparare paradossi.

Due anni fa fu chiesto ad alcuni amici e a me di allestire una mostra sul signor Chesterton. Fu chiaro a tutti che, senz’altro, il titolo della mostra doveva essere un paradosso. E trascorremmo un buon quarto d’ora, attorno a un tavolo, a sparare paradossi più o meno probabili. Il più clamoroso di tutti fu proclamato – come una vera e propria illuminazione – da Ubaldo Casotto, che se ne uscì dicendo: «L’uomo è vivo perché muore!».

Convenimmo poi sul fatto che non era molto invitante intitolare così una mostra … avrebbe quantomeno suscitato una processione di gesti scaramantici da parte dei visitatori. La mostra alla fine s’intitolò «Il cielo in una stanza», paradosso visivamente eccellente e anche luminoso. Resta il fatto che quell’intuizione di Ubaldo era geniale, per quanto a prima vista lugubre.

La vita umana è per definizione un arco di tempo limitato. La vita è un segmento, non una linea retta infinita. La vita va da A a B: la prima esperienza di vita è la nascita, l’ultima esperienza della vita è la morte. In altre parole, la prima esperienza della vita è il suo inizio, l’ultima esperienza della vita è la sua fine. Per questo la morte non è un’obiezione della vitalità umana, ma una sua caratteristica. E, in effetti e paradossalmente, solo ciò che è vivo può morire. L’uomo è vivo perché muore, appunto. Cimitero-monumentale-di-Staglieno-23-500x375

A conferma di ciò, ricordo una bellissima conferenza di Davide Rondoni, in cui lui ci ha ricordato l’antitesi tra Eros e Thanatos nell’antica Grecia: le forze che i Greci ponevano in contrapposizione nel mondo erano Amore e Morte. Non Vita e Morte, ma Amore e Morte. Perché? Perché l’opposto della Morte non è la Vita ma l’Amore?

Ecco, Rondoni l’ha spiegato così: la morte fa parte della vita, ne è l’ultimo tassello e dunque non è il suo opposto. Ma cosa è davvero opposto alla morte? Qualcosa che riesce a vincere la limitatezza della vita, qualcosa che vince la caducità del nostro essere. Ecco cosa è Amore: è la forza grazie a cui noi generiamo qualcosa che lascia frutto oltre la nostra morte. Pensiamo ai figli, che si generano per un atto d’amore e – in linea di massima – ci sopravvivono, cioè restano oltre la nostra morte. Ma è vero di qualsiasi atto d’amore: qualunque cosa generata dall’impulso affettivo dell’amore dà un frutto che si propaga oltre la caducità della nostra esperienza terrena. E questo frutto esiste anche solo per l’intuizione dell’uomo che «amando» proietta il suo agire oltre il limite personale della propria vita.

Mi perdo dietro queste chiacchiere nel giorno della Festività dei Defunti, per condividere un’impressione che da tempo mi lascia perplessa. La mia vita è radicata nell’esperienza cristiana e ho notato, soprattutto nel contesto della cristianità, che si ricorre sempre meno all’espressione: “Il signor Tal dei Tali è morto”. Ricevo messaggi in cui si annuncia la perdita di un proprio caro con frasi tipo: “è salito a cielo” oppure “è tornato dal Padre”. Sia ben inteso, io capisco e condivido il senso di queste frasi: il cristiano crede nella vita eterna e dunque non vive la morte come un’esperienza di fine. Però credo di non sbagliarmi se dico che queste espressioni tendono a voler schivare la ruvida asciuttezza di dire “è morto”.

staglieno-32Eppure, il cristiano più di qualunque altro sa che la durezza della morte è stata patita perfino da Gesù. Sa che la Resurrezione non è arrivata istantaneamente, ma c’è stato un «buio» tangibile di due giorni. Il limite della mortalità è stato vissuto nella sua concretezza anche dal Dio fatto Uomo. Perché, allora, dovremmo schivare noi il pensiero di ciò? Perché dovremmo escluderci l’esperienza ruvida di dire di un nostro caro che è «morto»? Nella sua misteriosa incomprensibilità, la morte è parte di noi … e non solo come mero passaggio veloce verso l’eternità, ma proprio come esperienza di limite inaggirabile con cui ciascuno di noi saluterà la sua dimensione corporale.

Ciascuno di noi si congederà dalla vita nel modo migliore, cioè nell’umiltà. Forse anche nell’umiliazione. Tutte le nostre capacità e velleità e volontà si affievoliranno fino a sparire nella polvere. E questo toccare corporalmente il limite estremo di noi sarà la premessa della vita eterna. E per quanto possa suonare assurdo, tutto ciò è consolante … perché nessuno scappa da ciò. Un uomo può aver schivato per la vita intera il grumo di ciò che lo rende davvero umano, può essersi costruito meravigliosi e onnipotenti castelli per aria. Ma poi, anche per lui arriva il momento supremo in cui farà i conti con la sua creaturalità, cioè con la sua mortalità.

Dico che è consolante perché così me l’ha fatto intuire quel genio di Chesterton. 

Ho sempre considerato la festa dei Defunti come una festa del ricordo, un momento in cui ricordare i cari che ci hanno lasciato. Da quest’anno la considero anche una festa vera e propria per me, per lodare il disegno buono che c’è dietro la fragilità e la finitezza umana.

La scorsa estate ho tradotto la raccolta Il poeta e i pazzi, trovando in essa un racconto davvero illuminante. Il protagonista è il poeta Gabriel Gale che dedica la sua vita a guarire i pazzi, seguendo strategie non esattamente mediche. In una certa occasione s’imbatte in un megalomane, convinto di riuscire a controllare ogni cosa, convinto di essere padrone di tutto ciò che lo circonda. La terapia di Gale consiste nel tentare di uccidere il megalomane inchiodandolo a un albero con un forcone piantato attorno al suo collo. Il rimedio funziona, il pazzo guarisce e gli è grato, ma agli occhi della gente normale Gale risulta un folle assassino. Ecco, allora la sua spiegazione … e dunque, l’intuizione geniale di Chesterton (il testo intero uscirà a gennaio, questa è un’anticipazione):

«Ci sono passato anch’io, a dire il vero sono andato vicino a quasi tutte le forme di folli idiozie infernali che esistono. Ecco la mia unica utilità in questo mondo: sono stato ogni sorta di idiota possibile. Ma credetemi, il peggiore e più miserevole tra tutti gli stupidi è quello che crede di aver creato le cose e di essere capace di contenerle. L’uomo è una creatura; tutta la sua felicità consiste nell’essere una creatura o, come ci viene comandato dalla Voce dell’Altissimo, di diventare bambino. Tutta la sua gioia sta nel ricevere un dono o un regalo. E il bambino dimostra una coscienza profondissima, perché apprezza i regali proprio perché sono una sorpresa. Ma la sorpresa implica che una cosa giunga a te dall’esterno, e la gratitudine la si rivolge a qualcuno che è altro da te. È qualcosa di concreto che arriva per posta o entra dalla finestra o che trovi appeso al muro. Questi limiti tratteggiano le linee dell’orizzonte del piacere umano.

A me capitò anche di sognare che l’intera creazione fosse un mio sogno: ho immaginato di regalare a me stesso le stelle, di offrire a me stesso il sole e la luna. Sono andato indietro fino a prima del principio di ogni cosa, pensando che senza di me nulla di ciò che esiste poteva esistere. Chiunque abbia voluto mettersi al centro di questa specie di universo sa che è un inferno. Ed esiste una cura sola.

Oh, so benissimo quante frottole o false consolazioni sono state scritte per giustificare l’origine del male e sul perché esiste la sofferenza nel mondo. Dio ci guardi dal finire noi stessi nella gabbia di queste scimmie moraliste e chiacchierone! Ma al di là di ciò, la verità resta vera: resta oggettivamente e sperimentalmente vera. Non c’è altra cura per guarire dall’incubo dell’onnipotenza se non il dolore: perché questo è qualcosa che l’uomo sa che non tollererebbe se fosse davvero lui a controllare tutto. C’era un uomo che si credeva seduto nel trono del cielo e vedeva gli angeli servirlo sotto forma di nubi colorate, di fulmini e del balletto delle stagioni. Era al di sopra di tutto e la sua testa conteneva il cielo intero. E, Dio perdoni la mia bestemmia, io l’ho crocifisso a un albero».

Avete presente le magliette che ogni tanto si vedono in giro con la scritta: «Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati»? Ecco, il punto è esattamente questo. Ognuno di noi sa che inferno sia – come dice Chesterton – vivere volendo avere le cose sotto controllo, come fossimo padroni della nostra realtà. Sono i momenti peggiori della vita quando uno impone il proprio impero sul mondo. Sia perché non riesce a essere padrone delle cose, sia perché è logorante e sempre insoddisfacente.

La più grande gloria dell’uomo è il suo essere creatura, ribadisce Chesterton. La nostra limitatezza umana, anche la nostra mortalità, è la sana piccolezza del bambino che sa di essere insufficiente a se stesso e aspetta il cibo e i vestiti dai propri genitori. Non è infelice il bambino, anzi è predisposto a guardare ciò che gli arriva come una sorpresa. Sa affidarsi e nell’affidarsi c’è tutta la sua pienezza serena.

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

Cimitero Monumentale di Staglieno : tomba Oneto (Giulio Monteverde, 1882)

E, dunque, concludo tornando alla bambina con cui ho cominciato. Per andare in Paradiso bisogna innanzitutto morire. Anche durante la vita. Morire, soffrire e patire sono la prova estrema che dichiara che non siamo padroni del mondo. C’è qualcosa che proprio non riesci a mettere sotto il tuo controllo. Dunque, forse, c’è Qualcuno di più grande a cui spetta questo compito gigantesco. Capisco che questo possa infastidire i pensieri di qualcuno, ma a ben vedere è la premessa del Paradiso. Constatare e abbracciare la propria limitatezza è la premessa per guardare fuori da sé, oltre il recinto dei propri cortocircuiti mentali. E solo così un uomo può godere di tutto nella vita, nel poco e nel tanto: sapendo che oltre la porta di casa sua lo attende qualcosa, qualcosa che lui neanche lontanamente può aspettarsi.

Il primo giorno di scuola

E non c’è proprio niente da fare, il primo giorno di scuola è un momento emotivamente intenso. Nonostante un genitore ci arrivi dopo aver fatto l’inserimento al nido e l’inserimento alla materna, quando è tempo di accompagnare in prima elementare il proprio figlio, il cuore va in subbuglio.m_7595dee220

Niente più tiepido inserimento. Con grembiule e cartella, tieni tuo figlio per mano e poi lo lasci all’ingresso della classe e vai a riprenderlo cinque ore dopo. Ora che mio figlio è in quarta, tutta la trafila di inizio scuola è ormai solo routine, ma l’anno della prima elementare per me fu commovente anche tutta la fase dell’etichettatura del materiale … il che è tutto dire. Non so, mi pareva come di essergli accanto, mentre scrivevo mille volte lo stesso nome su ogni pastello, su ogni pennarello, sulla matita, sulla colla, sulla gomma: pensavo che, anche se sarebbe stato solo in quell’ambiente nuovo, la mia presenza però c’era nell’ordine del corredo che gli avevo preparato.

Avrò ricontrollato il materiale decine di volte, con l’elenco sotto mano: quasi come se, mancando un tubetto di colla, potesse succedere l’irreparabile! Anche la prima merenda gliel’avevo preparata io, facendo dei “pan goccioli” in versione casalinga. Insomma, mi ero dedicata anima e corpo a quest’evento.

Poi è arrivato il gran giorno e, in mezzo al putiferio generale di studenti e genitori, mi sono trovata davanti alla porta della sua nuova classe. Sulla porta c’era la maestra sorridente che lo ha preso per mano e lo ha accompagnato al suo banco: aveva preparato un’etichetta colorata per ogni bimbo sull’attaccapanni e sul banco. «Ma pensa, – mi sono detta – non ho pensato a lui solo io. Anche la maestra si è indaffarata per accogliere tutti e ciascuno». Il punto di vista, allora, si è allargato, per far spazio a quella che poi è diventata una grande figura di riferimento. Ricerca-bambini-scuola-2

Da quando mio figlio è alle elementari, la maestra è per lui una persona importante, con un ruolo diverso – certamente – dai genitori, ma con una sua fondamentale autorità. Ed è bello che talvolta lui mi dica qualcosa con profonda convinzione, aggiungendo: «L’ha detto la maestra Marina!». Capisco che la crescita passa anche da qui, dal fatto che il bambino comincia a trovare fuori dal recinto domestico altre persone da seguire.

Comunque, il punto davvero saliente di quel primo benedetto giorno di scuola accadde quando andai a riprendere mio figlio all’uscita. Quella mattina ero rimasta per un po’ a rimuginare da sola su una panchina, quasi sentendomi un po’ “vuota” … senza il rumore di sottofondo tipico della presenza infantile in casa. Poi avevo fatto le commissioni in programma. Molto prima delle 13, eccomi di nuovo di fronte alla porta della sua classe, ancora chiusa. Al suono della campanella, la porta si è spalancata inondandoci della luce che proveniva dalle finestre della classe … e poi una fiumana di voci e grembiuli colorati. Sorridevano tutti e, ovviamente, dopo la domanda di rito: «Allora, come è andata?» è cominciato il fiume di racconti entusiasti di un bimbo che si era proprio divertito. Certo, la scuola riserva anche momenti meno esaltanti, ma non il primo giorno!

Ecco, è stato proprio in quel momento che ho avuto un flash. Non saprei spiegare bene il come o il perché.

So che … così … di botto … ho pensato a Dio.

scuolaHo come intuito di aver vissuto sulla mia pelle qualcosa che Dio prova per ogni essere umano che nasce. Lo manda a scuola, sì … la nascita non è altro che il nostro primo giorno di scuola. È il giorno in cui lui si fa da parte per affidare ciascuno ad altri; Lui è il vero genitore, ma ci affida a uno spazio di terra che è come una classe in cui regnano e abitano dei maestri, mamma e papà.

E se io, che sono solo una mamma distratta e apprensiva, ho prestato un’attenzione così certosina per accompagnare mio figlio a scuola quel primo giorno, cosa devo pensare di Dio, della premura che avrà messo dietro la nascita di ciascuno? Per un attimo ho ripensato ai mesi prima della nascita di Michele, a quanto impegno, premura e preoccupazione avevamo messo nell’accogliere il bambino che sarebbe arrivato. Ma prima non avevo mai pensato di essere “solo” la maestra, cioè di essere solo una delle due metà che accudivano quella nuova vita. Pensavo che in quel caso tutto dipendesse da noi, da me e da suo papà. E invece noi eravamo solo metà della mela. Noi genitori, come le maestra, lo abbiamo accolto nella nostra casa-classe, ma Chi ce lo aveva affidato senz’altro s’era indaffarato quanto e più di me nel preparare quell’evento.

E cosa devo poi pensare della fiducia di Dio? Io stessa ho capito che affidarlo alla maestra sarebbe stato l’inizio di un’avventura bella. Quando un essere umano viene al mondo, accade anche questo misterioso passaggio in cui Dio si fida delle sue imperfette creature: lascia un suo figlio dalla presa delle sue mani onnipotenti, per affidarlo ad altre mani umane, per metterlo nel tumulto impetuoso del tempo e della storia.

Ma Dio non si assenta. Aspetta, semplicemente.

Cosa devo, infatti, pensare dell’uscita da scuola? Non sarà poi così brutto se, dopo una vita passata nella scuola del mondo (tra amici e nemici, brutti voti, interrogazioni, divertimenti, esperienze mirabili), un giorno usciremo di classe, sì … lasceremo la terra … ma, ecco, a questo punto non posso proprio evitare di pensare che Qualcuno, lo stesso che ci ha accompagnati il primo giorno, sarà lì trepidante ad aspettarci appena fuori dalla porta per chiedere: «Allora, com’è andata?». E godrà nel sentire il nostro fiume di racconti.

scuola (2)

 

Io sono Charles

Io sono charles

Prendo tutti i giorni il rimedio che l’incomparabile

Dickens prescriveva contro il suicidio.

Consiste in un bicchiere di vino, un boccone di pane

e di formaggio e una pipa di tabacco.

Vincent Van Gogh

Con questo titolo l’ho davvero sparata grossa, ammiccando a un certo dilagante motto d’attualità. In realtà io non sono Charles … Dickens. Ma sono come Charles mi descrive; ho trovato e trovo tanto di me nei suoi libri. Cose che neppure io mi accorgo consapevolmente di essere: tic, paranoie, comicità, limiti, sguardi. A dire il vero, nelle sue pagine trovo ogni possibile essere umano. E questo è incredibile. In Dombey e figlio Dickens scrive: “Se accade qualcosa, prendine nota“. Lui fece davvero così, e vorrei tanto essere Charles, cioè praticare questo consiglio di vita.

Lo scorso dicembre sono stata invitata a Milano per parlare di quest’autore in una scuola superiore. Ho registrato un video dell’evento (… cioè, è un evento che io riesca a tollerare un video di me). Lo condivido con voi, per chi avrà tempo libero da perdere. È suddiviso in tre parti:

1) ESSERCI è RELATIVO

In cui prendo a prestito dal paracadutismo l’immagine del relativista (quelli che si buttano dall’aereo e disegnano figure geometriche aggrappandosi tra loro mentre sono in caduta libera), per dire che venire al mondo è un tuffo e una bella stretta di mano. E che Dickens si tuffava in mezzo a tutti e stringeva la mano a chiunque.

2) UNA FOLLA IN RIVOLTA

In cui parlo della strage degli innocenti, cioè della riduzione dell’essere umano a recipiente o statistica. Dickens ci rovescia addosso una folla gigantesca di umanità che è in rivolta … in rivolta contro la bugia del mondo della scienza, dell’economia e della statistica, tutte discipline che vorrebbero ridurre l’uomo a un grafico prevedibile. Invece, lì dove c’è un cuore libero e vivo che batte c’è un’imprevedibile avventura (nel bene e nel male).

3) FUORI è MAGNIFICO

In cui mi scuso con Fedez per voler puntualizzare che prima della sua bellissima canzone, qualcun altro aveva già dichiarato che “fuori è magnifico”. Dickens appunto. Magnifico non vuol dire bello, etimologicamente significa “che si mostra grande”. Tutto oltre l’uscio di casa è qualcosa di grande (nel bene e nel male), più grande di quello che ciascuno può immaginare, sperare e temere. Nell’omonimo romanzo, il signor Pickwick dice, parafrasando: “Potrei starmene a guardare il mondo dalla finestra, vedrei tutto senza correre rischi. E invece io mi ci butto dentro, costi quel che costi”. È un rischio? Sì, per questo è anche un’opportunità.

Chiacchiere di una mattina di mezza estate

vecchia

Foto di Ulrica Torning

Le donne non più giovani e non ancora anziane si barricano dietro la frase: «A una signora non si chiede mai l’età». Lei, invece, me l’ha spiattellata senza neanche presentarsi col buongiorno: «Ne ho 91 sa, di anni. E guido ancora la macchina» – mi ha detto questa benemerita sconosciuta, accomodandosi accanto a me al bar.

Mi ero fiondata sulla sedia a dondolo (ne hanno messa solo una, che va sempre a ruba), in attesa che mio marito mi portasse una tazzina di veronero, un espresso doppio. Me l’ha poi adagiata sul tavolino dicendomi: «Ecco, la signora è servita». E io mi sono rivolta all’anziana sconosciuta, chiedendole: «Va bene che qualche volta anche i mariti siano servizievoli, vero?».

Lei aveva trovato il giornale che le interessava e non alzava gli occhi, lo sfogliava in cerca della pagina del meteo (l’ho capito dopo). Ha sorriso senza guardarmi, poi dopo un po’ ha aggiunto: «Mio marito mi disse questa frase quando mi diede l’anello di fidanzamento: “Io ti sposo, così tu poi non farai più niente e a te ci penserò io”. Basta dire che, dopo sposati, io ho trovato lavoro una settimana prima di lui. Perché io facevo la sarta, lui invece cercava…cercava… sempre qualcosa di meglio, poi ha accettato di guidare i tram. Ero molto brava, mi sono occupata anche del campionario di Armani».

Era da sola lì, e a me è nata la curiosità di sapere se suo marito era ancora vivo. Mi ha anticipato: «È morto giovane, poveretto. Son già quarant’anni che sono senza di lui». Una certa indipendenza e un piglio robusto le si leggevano, effettivamente, sia nel timbro di voce sia nell’atteggiamento cordiale e insieme diretto, ma poteva essere una dote caratteriale e non frutto della vedovanza.

La mia sedia preferita @ Mama mia Café

La mia sedia preferita @ Mama mia Café

Il filo logico dei suoi pensieri, seguendo un suo intimo percorso legato alla morte e agli affetti, è proseguito ad alta voce, ma gli occhi erano sempre sul giornale: «La vita sa farti vedere anche il disgusto. C’è del disgustoso nella vita. Io sono rimasta incinta la prima notte di nozze e poi mi hanno tolto dalla pancia il bambino al settimo mese di gravidanza, morto». Devo, a questo punto, aver detto qualcosa di banale e scontato, ma lei mi ha guardato e c’è stato un attimo di intesa.

Dalle retrovie, mio marito mi faceva cenni eloquenti… è tardi… è tardi. Ho salutato la signora con quanta più cordialità mi venisse fuori, ma lei aveva già ributtato gli occhi al giornale; però sulla porta ci è giunta la sua ultima battuta: «Oh, ragazzi! Qui dice: pioggia per altri tre giorni. Coprirsi, mi raccomando».

 

 

 

Ipse dixit #4 – Cammina cammina…

Foto di Greame Law

Foto di Greame Law

«Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo.
Come potrò descrivere tutto ciò? E far sentire quanto la vita sia bella e degna di essere vissuta e giusta, sì, proprio giusta? Forse Dio mi concederà quelle poche, semplici parole? Parole che siano anche colorite, appassionate e serie, ma soprattutto semplici?
Come posso rappresentarlo con poche, tenere, leggere e robuste pennellate, il piccolo villaggio di baracche tra cielo e brughiera? Come posso far sì che anche gli altri leggano dentro a tutte quelle persone – persone che devono essere decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto, finché non ci si trova davanti a un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato tra cielo e brughiera?
Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi. Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quanto è cresciuta la pianta dell’umanità».

 

Etty Hillesum